Se mi aiuti, emigro
Gli aiuti vanno ancorati a progetti specifici e verificabili, volti a generare un flusso di reddito certo per i lavoratori residenti.
Per fermare l’immigrazione dall’Africa verso l’Europa servirebbero almeno 5 miliardi di euro all'anno di aiuti economici. Parola del Muammar Gheddafi. Tuttavia, al di là dei possibili problemi umanitari connessi con misure di contrasto indiscriminate, la relazione tra aiuti e immigrazione è tutt’altro che univoca.
RISORSE PER FUGGIRE
In linea generale, gli aiuti economici dovrebbero ridurre
gli incentivi all’emigrazione e porre le basi per l’avvio di forme durature di
sviluppo locale. Ma, dati alla mano, aprire il portafogli degli aiuti non basta
e anzi, sotto certe condizioni, può generare effetti opposti a quelli
desiderati.
Questo è il risultato paradossale dell’analisi econometrica
che abbiamo effettuato sulla relazione (1) che intercorre tra
l’Official Development Assistance (Oda) erogata dai paesi Ocse ai
paesi africani e i flussi di migrazione internazionale dai paesi africani ai
paesi Ocse: tanto più un paese riceve aiuti economici internazionali, tanto più
da quel paese si origineranno flussi di migrazione internazionale; tanto più un
paese eroga aiuti, tanto più riceverà immigrazione (come in figura 1). (2)
Figura 1

Fonte: elaborazione da Belloc e Nicita (2010), su dati Ocse (2009)
Alla base di questa dinamica contro-intuitiva tra sviluppo e
migrazione vi sono almeno due ragioni.
La prima si riferisce alla circostanza che anche i migranti rispondono agli
incentivi. In un contesto di estrema povertà, un piccolo aumento dei
redditi individuali generato dagli aiuti può non esser sufficiente a
garantire permanentemente uno standard di vita sostenibile per la propria
famiglia. Al contrario, quel piccolo aumento di reddito può generare (poche)
risorse sufficienti per emigrare, affrontando così i costi di
spostamento per trovare una fonte di reddito in Europa, finanziando poi la
famiglia con un flusso di rimesse. Ciò è ancor più vero per coloro che fuggono
da regioni infestate dalla guerra. Un dato peraltro confermato dal fatto che i
paesi con maggiori flussi migratori non sono i più poveri in assoluto, ma
quelli che, proprio grazie agli aiuti, vedono migliorare il reddito pro-capite.
(3)
La seconda ragione è più complessa e si riferisce alla natura multidimensionale
dei fenomeni migratori. Secondo diversi autori, la scelta di emigrare sarebbe
sempre più guidata dalla percezione della povertà relativa,
piuttosto che dalla povertà assoluta. (4) Gli aiuti
internazionali associati a programmi di sviluppo delle telecomunicazioni, delle
reti commerciali internazionali e delle opportunità di lavoro all’estero,
tenderebbero ad amplificare l’attrattività della vita nei paesi sviluppati,
specie in quelli caratterizzati da minori livelli di diseguaglianza e
disoccupazione, nei quali la domanda di immigrati serve a coprire mestieri
altrimenti scoperti (figure 2 e 3).
Figura 2

Fonte: elaborazione da Belloc e Nicita (2010), su dati Ocse (2009)
Figura 3
Fonte: elaborazione da Belloc e Nicita (2010), su dati Ocse (2009)
Ecco perché, in questo contesto, gli aiuti tendono a essere usati come risorse per fuggire anziché restare. A ciò si aggiunga che, come recentemente denunciato dagli economisti africani James Shikwati e Dambisa Moyo, gli aiuti possono finire nelle mani sbagliate, alimentando dipendenza, corruzione e disuguaglianza e ritardando la presa di responsabilità collettiva delle popolazioni “beneficiarie” verso spinte democratiche e consapevoli.
SERVONO PROGETTI VERIFICABILI
Con ciò non vogliamo certo dire che gli aiuti vadano
eliminati. Anzi. Vanno incrementati e soprattutto ancorati a progetti
specifici, piuttosto che a non meglio precisate operazioni di polizia alla
frontiera. Progetti verificabili volti a generare un flusso di reddito
certo per i lavoratori residenti. Infatti uno dei paradossi delle
attuali politiche è che, da una parte, il livello degli attuali aiuti alimenta
i flussi migratori verso l’Europa, vanificando le politiche di contenimento.
Dall’altra, tale fenomeno finisce per impoverire ancor di più
l’Africa stessa, privandola della parte più attiva della forza lavoro. Uno dei
risultati da noi rilevati è la circostanza che nella quasi totalità gli
emigranti africani restano tali. È vero che in Europa ne entrano tanti, ma
quasi altrettanti escono alla ricerca di nuove opportunità: in media per ogni
tre immigrati che entrano in un paese europeo, dallo stesso paese ne escono
due. (5) Si tratta di una mobilità permanente e “disperata”
che finisce per depauperare il capitale umano dei migranti e le loro condizioni
di vita.
Il ruolo della politica internazionale deve allora essere rilanciato e gli
aiuti internazionali amministrati con estrema cautela e controllo. Le relazioni
economiche bilaterali lungo le quali corrono importanti flussi di aiuti
economici privilegiano risultati di breve periodo (come
partenariati commerciali e commesse per le proprie imprese), ma nascondono
inattesi effetti indiretti. Ecco perché una politica unitaria europea,
ad esempio, che si ponga responsabilmente al centro delle politiche migratorie
e di aiuto internazionale, sarebbe cruciale e vincente sotto molti punti di
vista.
(1) In particolare, la nostra analisi econometrica è svolta attraverso la stima di un sistema di equazioni simultanee che garantisce un certo grado di affidabilità sulla direzione di causalità. Da una parte, abbiamo infatti stimato l’effetto dell’Oda sui flussi migratori, dall’altra abbiamo stimato (simultaneamente) la dipendenza dell’Oda dalle caratteristiche socio-economiche del Paese beneficiario (quali povertà, apertura commerciale, e le altre determinanti principali della migrazione stessa).
(2) Belloc F. e A. Nicita (2010) “Understanding the
Determinants of Sub-Saharian Migration”, Università di Siena.
(3) STAN OCSE 2010 (www.oecd.org).
(4) Si veda ad esempio: Faini, R. e
Venturini, A. (1994) “Trade, Aid and Migrations: Some Basic Policy Issues”, European
Economic Review, 37(2-3): 435-442. De Haas, H. (2004) “International
Migration, remittances and Development: Myths and Facts”, Third
WorldQuarterly, 26(8): 1269-1284.
(5) STAN OCSE 2010 (www.oecd.org).
http://www.lavoce.info 01.09.2010

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