Se l´immigrato resta un estraneo
L´irruzione di culture altre nello spazio sociale solleva questioni enormi, tra le quali il concetto di cittadinanza, la laicità dello stato, il pluralismo religioso.
La Merkel
proclama il fallimento del multiculturalismo, o di quel modello di integrazione
che si regge sul riconoscimento di un certo grado di diversità culturale nello
spazio pubblico, soprattutto in relazione alla presenza dell´islam in Europa.
Ma tutti gli Stati europei sono alle prese con la crisi del proprio modello di
integrazione. A riprova che il radicale mutamento indotto dalla globalizzazione
ha sottoposto a dura prova un bagaglio di soluzioni che si riteneva ormai
consolidato. L´irruzione di culture altre nello spazio sociale solleva,
infatti, questioni enormi, tra le quali il concetto di cittadinanza, la laicità
dello stato, il pluralismo religioso. Tutti si interrogano sul che fare ma
nessuno dispone di ricette miracolose.
Il multiculturalismo mostra palesi limiti perché amplifica la già vasta
frammentazione sociale. Ma in crisi è anche il modello assimilazionista, come
ci ricorda non solo il famoso caso delle ragazze musulmane del liceo di Creil, espulse
da scuola perché la laicità francese non permette che venga ostentato alcun
segno religioso nella sfera pubblica, nemmeno il velo. Un modello che taglia
gordianamente i nodi ma fatica a legittimarsi quando non riesce a distinguere
nettamente tra ciò spazio pubblico o privato. La rivolta delle banliues ha
mostrato poi che il presupposto dello scambio assimilazionista, concessione
della cittadinanza contro rinuncia ai particolarismi identitari, non funziona:
per i giovani delle periferie i diritti sociali di cittadinanza restano un
miraggio senza politiche pubbliche di sostegno. Così non trovano lavoro e hanno
cattivi risultati a scuola, l´istituzione cui è assegnato il compito di
trasmettere i “valori repubblicani”.
Gran Bretagna, Olanda, e alcuni lander tedeschi, hanno adottato un modello
multiculturalista. Ma esasperano il riconoscimento delle differenze senza
definire il terreno comune sul quale le diverse culture devono incontrarsi per
rendere possibile un comune senso di appartenenza. Sono, così, proliferate
comunità parallele, etniche o religiose; e, come tutte le figure parallele,
destinate a non incontrarsi mai. La Gran Bretagna si è stupita quando ha preso atto
che gli autori degli attentati di Londra del 2005 non erano stranieri ma
cittadini di Sua Maestà. Perfettamente integrati, ma solo all´interno delle
loro comunità chiuse, in questo caso quella etnica pakistana.
Francia e Gran Bretagna, hanno comunque confermato, sia pure con qualche
variante per evitare di alimentare l´ulteriore crescita di forze xenofobe, i
loro modelli. È l´idea di fondo che li sorregge: per quello assimilazionista la
convinzione che la coesione sociale sia garantita dalla condivisione di ideali
come i valori repubblicani e la laicità “negativa” dello Stato; per quello multiculturalista,
l´idea che singoli e gruppi siano meno conflittuali quando coltivano la propria
identità religiosa e culturale. Modelli che hanno entrambi come presupposto lo
ius soli: è cittadino non solo chi è nato lì ma anche l´immigrato che voglia diventarlo
attraverso un adesione basata non sul legame etnico ma sul contratto.
E in Italia? Il nostro paese non ha elaborato alcun modello: a seconda delle
diverse maggioranze di governo, ha prevalso una concezione inclusiva o
esclusiva dello straniero. In realtà, un modello si è imposto. Sotto il pugno
di ferro leghista ne è nato uno nominalmente assimilazionista, ispirato dalla
generica formula «gli immigrati rispettino le nostre leggi e tradizioni». Ne è
derivato un assimilazionismo monco: l´assenza di cittadinizzazione lo rende
poco appetibile agli immigrati, chiamati a rinunciare alle proprie identità,
culturali, etniche e religiose, in cambio del nulla. Se in Francia quella
rinuncia ha come oggetto di scambio la cittadinanza, in Italia l´assimilazionismo
in salsa padana assume il volto dell´imperativo senza contropartite.
Un modello essenzialmente disciplinare, fondato sullo ius sanguinis che sbarra
l´accesso alla cittadinanza allo straniero. Formalmente assimilazionista,
questo modello funziona, di fatto, come un modello multiculturalista.
Stigmatizzando gli immigrati come portatori di irriducibili differenze etniche
e religiose, rinuncia a qualsiasi interazione con lo straniero, alimentando una
separatezza che riproduce intoccabili ghetti identitari. Questo
assimilazionismo senza assimilazione, questo multiculturalismo negato e di
fatto riprodotto nella sua versione ostile dell´enclave identitaria, è però
foriero di futuri conflitti. Dentro al magma oscurato della separatezza sociale
crescono, più che stranieri, estranei senza nessuna lealtà politica verso il
Paese in cui vivono.
La Repubblica 26.10.10

Precedente: Le cinque autoillusioni della politica nell’era globale

