Se lei vuol meritare una carriera che l'entourage vuole regalarle
Vecchi vizi italiani: piaggeria e familismo.
«Vorrei formare la mia professionalità in realtà esterne al perimetro del gruppo di famiglia, perseguendo per quanto possibile le mie inclinazioni e i miei interessi. Questo perché sono convinta che da queste esperienze io possa trarre un confronto positivo con una dimensione più reale del mondo del lavoro. Una cosa che non accadrebbe se mi formassi per intero ed esclusivamente nelle aziende di mio padre… Non vorrei fare un percorso già segnato solo perché sono la figlia di…».
Parole sagge. Sono le parole di una venticinquenne che in un colloquio con il Corriere sostiene di voler camminare con le proprie gambe, credendo che il proprio percorso non debba essere meno arduo di quello di altri suoi coetanei soltanto perché lei nata in un ambiente privilegiato. Fin qui tutto bene. Apprezzabile, come apprezzabile è il contegno che le cronache riferiscono abbia mantenuto nelle ore in cui ha conseguito la sua laurea triennale in Filosofia con una tesi dal titolo “Benessere, libertà e giustizia nel pensiero di Amartya Sen” all’università Vita Salute San Raffaele di Milano. Si preoccupava che la ressa di fotografi e telecamere non disturbasse gli altri laureandi.
Meno encomiabili, almeno stando ad alcuni resoconti e alle polemiche che ne sono scaturite, altri particolari di quella sessione di laurea un po’ speciale nella quale Barbara Berlusconi, la primogenita di Silvio e Veronica Lario, ha ottenuto il titolo di dottoressa. Che cosa ha reso sgradevole e stonato quel momento? A quanto pare, il fatto che Don Luigi Verzè, fondatore e rettore di quell’ateneo - oltre che amico personale del premier – che solitamente non prende parte alle proclamazioni dei laureandi, non soltanto abbia presenziato alla cerimonia ma nella prolusione, ignorando gli altri colleghi di Barbara, le si sia rivolto direttamente rompendo il protocollo dell’ufficialità e dell’imparzialità, offrendole una cattedra al San Raffaele. Più precisamente, le avrebbe detto: «Collabori alla fondazione di una facoltà di economia e ne diventi docente».
Senza mettere in dubbio il merito di questa ragazza che ha conseguito il titolo con lode – peraltro anche i suoi colleghi si sono laureati con lode, tranne uno che si è fermato al 110 –, ma non sembra eccessiva e prematura una proposta di questo tipo? A qualcuno risulta che un neolaureato qualsiasi, per quanto bravo, nel giorno della propria laurea si sia mai sentito offrire, non diciamo un posto come docente universitario, ma nessun altro tipo di lavoro se non, al limite, ricevere l’invito a proseguire i suoi studi e le ricerche tentando con l’esame di ammissione al dottorato – che tutto è fuorché un’assicurazione sul posto di lavoro?
Un intervento irrituale, dunque, quello del padrone di casa che ha infastidito più di qualcuno. Come la docente di Filosofia della persona dello stesso ateneo, Roberta De Monticelli, che in una lettera a Repubblica ha stigmatizzato il comportamento di Don Verzè. «Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’università San Raffaele giustamente aspira a essere. Tengo – continua la professoressa - a dissociarmi nettamente e pubblicamente e da queste parole e dalla logica che le sottende, logica che da una vita combatto, come combatto da sempre il corporativismo e i sistemi clientelari dell’università italiana, e il progressivo affossamento di tutti i criteri di eccellenza e di merito, oltre che dell’università stessa come scuola di libertà».
De Monticelli chiude poi la lettera
sottolineando di essere stata esclusa dalla commissione «relativa alla
candidata in questione, e certamente non perché avessi chiesto di esserne
esonerata». Lei che, a quanto si legge in alcune cronache, ha dichiarato di
aver preso parte alle altre commissioni della giornata e del giorno
precedente. L’ateneo, dal canto suo, ha risposto che quello di don Verzé
«non era certo una proposta di lavoro né tantomeno una discriminazione nei
confronti degli altri neo dottori», ma solo una parola affettuosa « a una
persona che semplicemente conosce sin da bambina». Come dire, era soltanto un
gesto affettuoso. Sì, va bene, però anche i piccoli gesti, veicolano messaggi.
Sarebbe forse il caso di prestare attenzione anche a quelli. Soprattutto in
contesti in cui si dovrebbe premiare soltanto il merito e l’impegno. Senza
cedimenti a sentimentalismi e familismi vari.
http://www.ffwebmagazine.it 22
luglio 2010

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