Se le bestie avessero l’anima
Fin dall´antichità e ancor più fra Sei e Settecento ci si è interrogati sulla natura animale
Pubblichiamo parte della lettura di Umberto Eco "Animal ex anima. L´anima
degli animali", che ha inaugurato la rassegna "Animalia"
promossa dall´Università di Bologna
Descartes, che seguiva Aristotele nel dichiarare che gli animali erano sforniti
di linguaggio, ci dice che «le bestie non parlano come noi per il fatto che non
hanno alcun pensiero, e non perché manchino loro gli organi». La posizione di
Descartes conseguiva e dal suo meccanicismo e dal suo dualismo. Un corpo
animale è una macchina, pura res extensa e non res cogitans. Gli animali
avvertono gioia, timore o dolore, ma in modo non riflessivo, e cioè senza essere
capaci di comprendere questa passione in modo razionale.
Nasce dalla posizione cartesiana una polemica che si sarebbe protratta a lungo,
coinvolgendo Leibniz, Locke, Cudworth, More, Shaftesbury, Cordemoy, Fontenelle,
Bayle, Buffon, Rousseau e altri, e dove spesso è difficile stabilire quale
fosse veramente la posta in gioco. Si trattava di riconoscere un linguaggio
agli animali, di riconoscere loro anche un´anima, o di contrastare un
meccanicismo che avrebbe potuto (e per esempio potrà con La Mettrie) trasformarsi in
materialismo totale, sottraendo l´anima anche agli umani?
Una posizione meccanicistica poteva evitare molti rovelli morali circa la
crudeltà verso gli animali, dato che non si può parlare di crudeltà nei
confronti di una macchina. In secondo luogo agiva una sorta di difesa nei
confronti della cosiddetta «superstizione pitagorica», e cioè la questione
della trasmigrazione delle anime. Se gli animali non hanno anima, non possono
riceverne per trasmigrazione (bell´argomento, che però non esclude che
trasmigrazione possa esservi tra esseri umani).
In polemica con il meccanicismo dualistico, tra Seicento e Settecento, molti
obiettano a Cartesio come la differenza tra uomini e bestie sia solo di grado,
aprendo una prospettiva che è stata vista come proto-evoluzionista, secondo cui
la vita sarebbe un continuum che evolve, senza interruzione e senza fisso
discrimine tra res extensa e res cogitans, gradualmente, attraverso una
complessità crescente. (…..)
I tre autori di cui volevo particolarmente occuparmi stasera, anche se non sono
citati dai grandi che ho appena menzionato, sono certamente stati i primi a
tratteggiare idee proto-evoluzioniste. Il primo è padre Pardies, un gesuita che
nel 1672 scriveva un Discours de la connaissance des bêtes. Pardies cita un
fenomeno già osservato da Agostino: se noi tagliamo un verme in due vediamo che
ciascuna delle due parti continua a vivere e a muoversi. Per alcuni questo
avrebbe provato che un animo animale, se esiste, non è un principio unico, come
accade per l´animo umano, o che i movimenti del verme dipendono solo
dall´azione di quegli spiriti animali ammessi anche dai meccanicisti. Tuttavia
Pardies (dopo avere dedicato alcune pagine gustose ai tormenti di questo
animale diviso, ciascuna delle cui parti vorrebbe o dovrebbe dire «io»,
incapace di ritrovare l´unità della propria anima - se l´avesse) osserva che
fenomeni del genere avvengono anche con gli uomini, come quando una testa
appena decapitata continua per un poco a fare smorfie.
(…) Sicuramente gli esseri umani hanno la proprietà di comandare le proprie
azioni ma ci sono molte azioni che essi compiono per istinto (come respirare,
camminare e persino suonare uno strumento per abitudine acquisita). Gli animali
non parlano ma, come gli esseri umani, hanno pensieri inconsci, e molti dei
loro comportamenti non dipendono da decisioni volontarie e coscienti, lo stesso
accade con gli animali. Non dimentichiamo che tra il 1694 e il 1698 apparirà La
connaissance de soi-même di François Lamy, in cui si parlerà di "pensieri
impercettibili", pensieri "sordi", confusi e indistinti, i quali
impressionano il nostro cuore senza che esso, per mancanza di riflessione, se
ne accorga. Senza voler andare a tutti costi a caccia di un pre-freudismo
barocco, non sarà male tener presente che all´epoca circolavano anche alcune
idee di questo genere.
Se Pardies attribuiva agli animali pensieri inconsci, un protestante, David
Boullier, nel suo Essai philosophique sur l´ame des bêtes, pubblicato anonimo
nel 1728, sosteneva addirittura che essi non solo erano dotati di intelligenza
e volontà, ma anche capaci di concepire idee generali. Supponiamo, dice
Boullier, di aver picchiato il nostro cane perché ha divorato una pernice
invece di riportarcela; dopo questo incidente il cane si asterrà dal divorare
la prossima preda, anche se le future pernici non saranno come la prima. Questo
significa che il cane è capace di passare dalla singola percezione di una
pernice all´idea generale di pernice. E inoltre è capace di prevedere eventi
futuri (come la punizione del padrone) ed evitarli attraverso una scelta libera
e cosciente. (…)
Se anche negli esseri umani vi sono stadi di sviluppo, e l´animo di un bambino
è meno sviluppato di quello di un adulto, una gradualità di sviluppo si
realizza non solo nell´arco di una vita singola ma anche dalla più bassa alla
più alta delle specie viventi. Pertanto (concediamo a un uomo della sua epoca
una certa dose di "scorrettezza politica") vi sono meno differenze
tra una scimmia e un africano che tra un africano e "un bel esprit
Européen".
In questa gradualità di sviluppo accade che, mentre le nostre percezioni sono
chiare, quelle degli animali sono confuse. Ciò che ci colpisce è che solo nel
1739 Baumgarten parlerà di cognitio sensitiva come una sorta di conoscenza primaria
più confusa di quella razionale ma in ogni caso importante per la vita umana,
tanto da spiegare persino la nostra esperienza estetica. Boullier cita solo
autori francesi, ma proprio per questo è singolare che, per definire un tipo di
percezione confusa, egli faccia l´esempio di una esperienza estetica, e cioè il
modo in cui in un accordo musicale noi avvertiamo la compresenza di diversi
suoni senza tuttavia essere in grado di distinguerli uno per uno.
Sarà forse esagerato asserire che Boullier è stato il primo ad affermare che
gli animali (incapaci di elaborare sillogismi e di concepire l´idea di Dio)
pensano però "esteticamente", ma di lui certo colpisce questa
bizzarra forma di "zoo-crocianesimo".
Entra ora in scena Guillaume Hyacinthe Bougeant che nel 1739 aveva pubblicato
un Amusement Philosophique sur les Langages des Bêtes (….) Bougeant dà come
sottinteso che le bestie manifestino un comportamento intelligente, che si
parlino tra loro, e che comunichino con noi. Ma se sono come noi, saranno riservati
anche a loro un paradiso e un inferno? La risposta di Bougeant è abbastanza
provocatoria: le bestie sono demoni, introdotti nei corpi animali così da recar
seco il loro proprio inferno. I demoni, per poter soffrire in eterno del loro
inferno terrestre, migrano continuamente da animale ad animale ogni volta che
muore il corpo che li ospitava.
Questo spiega anche perché gli animali siano cattivi (i gatti sono
inaffidabili, i leoni crudeli, gli insetti si divorano a vicenda) e perché
siano condannati a soffrire della crudeltà umana.
L´idea di Bougeant provocherà successive polemiche come quella di John Hildrop,
che nel suo Free Thoughts upon the Brute-Creation (1742-3), sia pure tra il
serio e il faceto criticherà l´idea che gli animali siano demoni dicendo che
essi semplicemente partecipano - in quanto dominati dall´uomo - del peccato
originale. Ma se hanno un´anima e sono esistiti nel paradiso terrestre, essi
dovrebbero essere degni di immortalità.
(…) Quanto il libretto di Bougeant sia stato preso sul serio ce lo dice
l´attenzione che gli dedica, sia pure per riconoscerne la natura di puro
divertissement, l´autore della voce "L´Ame des bêtes", l´abate Yonne,
sulla Encyclopedie. In verità l´abate Yonne appare piuttosto come uno sciocco,
a cui probabilmente Diderot e d´Alembert avevano affidato una voce che per loro
era poco importante, e grazie alla quale potevano imbonire la censura mostrando
di porre molta attenzione a non mettere in questione i problemi attinenti alla
religione (…).
Quanto al fatto che le bestie, pur avendo un´anima, siano soggette a infinite
sofferenze, e senza che lo abbiamo meritato, perché non possiedono le nozioni
di bene e di male, Yonne se la cava annotando che merito e demerito valgono
solo per agenti liberi. Non essendo agenti liberi, le bestie non mirano né a
premi né a castighi e il loro dolore non è punizione per i loro demeriti, ma
segnale naturale di comportamenti da evitare. È giusto allora che un pollo
muoia perché l´uomo sia nutrito? Evidentemente Yonne si trova di fronte al
problema già risolto senza ipocrisie da Tommaso d´Aquino, ma vi ritorna appunto
da sciocco, perché cerca di porsi dal punto di vista del pollo: per l´anima
puramente sensitiva del pollo la morte, utile a un´anima razionale come quella
umana, è la sottrazione di un bene che non era dovuto, e il pollo dovrebbe
essere felice di essere al servizio di chi ha una natura superiore alla sua.
Insomma, i polli non avevano alcun diritto di venire al mondo e quindi non si
lamentino se gli tiriamo il collo.
Richard Dean (An Essay on the Future Life of Brutes, 1768), diceva che le
sofferenze degli animali sono conseguenza del peccato umano ma che con la
redenzione dell´uomo l´intera natura era stata redenta. Tuttavia, nella misura
in cui la ragione umana eccede sulle facoltà dei bruti, così la beatitudine
degli esseri umani eccederà su quella dei bruti nella vita dopo la morte.
Al contrario Humphry Primatt (A Dissertation on the Duty of Mercy and Sin of
Cruelty to Brute Animals del 1776) sosteneva che "poiché non abbiamo
alcuna autorità per dichiarare, e nessuna testimonianza dei Cieli per
rendercene sicuri, che vi sia uno stato di ricompensa per le sofferenze dei
bruti, e dovremo dunque supporre che non ve ne sia alcuno, da questa
supposizione dovremmo pertanto razionalmente inferirne che la crudeltà vero un
bruto rappresenti una offesa irreparabile». Mentre la sofferenza umana può
essere compensata in uno stato futuro, quale speranza può arridere a un brutto
che soffre?
Nel 1811 Giacomo Leopardi scrive una Dissertazione sopra l´anima delle bestie
dove si pone il problema di quale sorte ultraterrena attenda animali dotati di
anima e ardisce pensare per le bestie a una sorta di felicità extraparadisiaca,
a un limbo sul quale peraltro non si pronuncia. Nove anni dopo, nello
Zibaldone, ardirà dire che nelle bestie è riscontrabile anche una certa
inclinazione all´infinito - e siamo negli anni in cui Leopardi stava mostrando
che di infinito se ne intendeva.
A mo´ di conclusione, due citazioni moderne. Una proviene dal Journal di Jules
Renard (nomen omen): «La nostra anima è immortale, perché? E perché non quella
delle bestie? Quando le due fiammelle si spengono, che differenza c´è ancora la
tra la fiamma di una povera candela e quella di una bella lampada dal becco
complicato, alta sul proprio stelo, e con l´abat-jour che si allarga come una
gonna?».
La seconda proviene da À se tordre (1891) di Alphonse Allais: «Le bestie hanno
un´anima? E perché non dovrebbero averla? Ho incontrato nella mia vita una
notevole quantità di uomini, tra cui qualche donna, bestie come un´oca, e molti
animali non molto più stupidi di tanti elettori».
http://www.repubblica.it 10.5.10

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