Strumenti personali
a_ruote-Fantast5

Se la sinistra si riprende l'egemonia riscoprendo il situazionismo

Da Panarari un attacco, già visto, alla cultura del disimpegno

 

 

Dove sono finiti i progressisti mentre lo Stato plutocratico neoliberale imponeva la sua egemonia sottoculturale attraverso lo strapotere di una tv e di stili sempre più corrotti e infetti che addormentavano le coscienze delle povere masse indifese? Il libro di Massimiliano Panarari, docente di Analisi del linguaggio politico all’università di Modena e Reggio Emilia, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip (Einaudi, pp. 145, euro 16,50) è un duro attacco a quello Zeitgest, lo spirito dei tempi, che ha le sue radici nella svolta neoliberale degli anni Ottanta.

 

Ed è una carrellata sferzante di quelle stesse osservazioni che ritornano costantemente nelle analisi elaborate sulla società attuale, in quel di Berlusconia. Riprende la teoria del golpe mediatico, Panarari, una strategia escogitata da ricche élite spregiudicate allo scopo di tenere in scacco la società civile. Una sorta di dittatura non violenta e incruenta che conculca il libero arbitrio dei ceti medio-bassi blandendoli e addormentandoli con la mollezza  dei costumi e con il miraggio del consumismo sfrenato, opportunamente veicolati dal potente mezzo televisivo. Un processo globale che prende le mosse nell’America reaganiana che in Italia ha preso le sembianze del craxismo prima e del berlusconismo poi. Un percorso che da noi ha portato dall’egemonia culturale di gramsciana memoria - l’evangelizzazione delle masse, solo attraverso la quale si sarebbe potuta realizzare la rivoluzione del popolo e l’instaurazione di una “democrazia operaia”- al trionfo del solipsismo godereccio e autoassolutorio, del vippismo, del gossip e del trash. L’egemonia sottoculturale, appunto, della rivoluzione conservatrice destinata a tenere in scacco quelle stesse masse per perpetuare i propri interessi.

 

Ma in tutto questo, i ceti popolari, i ceti medi che ruolo hanno? Sono soltanto delle vittime inconsapevoli di un’élite potente determinata a impadronirsi dell’immaginario popolare e a forgiarlo a proprio uso e consumo? Sono tutti lobotomizzati e incapaci di scegliere per se stessi? C’è la tentazione, nemmeno nascosta, nel libro di Panarari di riesumare la pedagogia delle masse, il ruolo educativo della cultura, rischiando di cadere in quell’atteggiamento del dito puntato e snob che, alla fine, non ha fatto altro che allontanare dalla sinistra quelle stesse masse che intendeva conquistare. Come sottolinea lucidamente il simbolo del nazionalpopolare, l’attore Christian De Sica,  in un’intervista, citata dallo stesso Panarari: «Sa qual è la fregatura della sinistra? Il complesso del padreterno… Hanno sempre l’aria schifatella. Gli altri sembrano più simpatici. E questa è un’altra grossa fregatura…».

 

Pur riconoscendo i limiti, gli eccessi, le storture e le aberrazioni di una cultura dominata dal trash, dalla volgarità, dall’individualismo, dal consumismo sfrenato, dall’apparire più che dall’essere si fatica a condividere la netta condanna senza appello della rivoluzione dei costumi e dell’immaginario avvenuta negli anni Ottanta, quando la società, e in Italia in modo particolare, cercava di buttarsi alle spalle il grigiore, la pesantezza degli anni Settanta. «Dopo gli anni di piombo – scrive Panarari – la golosa scoperta del consumismo da parte dell’italiano medio avrà l’effetto di una scossa elettrizzante e di una boccata d’aria inebriante, producendo una vera rivoluzione ideologica». Appunto, gli italiani avevano bisogno di respirare aria fresca, fine, che alleggerisse il fardello insostenibile di anni trascorsi tra austerity, terrorismo e strategia della tensione. Ma in questo l’autore del libro vede una precisa strategia dei poteri economici, armati di tubo catodico, lo strumento di “distrazione di massa” più potente e persuasivo a disposizione del capitalismo neoliberale, capace di plasmare l’utente.

 

Un processo di intorpidimento delle coscienze – senza rischio di ribellioni e resistenze - che in Italia ha il suo cerimoniere in Antonio Ricci e nel suo Drive In, la trasmissione cult degli anni Ottanta, l’apoteosi dell’individualismo, della volgare sovraesposizione di tette e culi, della risata sguaiata e poco intelligente. Non che non sia da condividere questa definizione, ma addirittura farne il frutto di un preciso disegno totalitario, ancorché soft e incruento, definirla una sorta di controrivoluzione televisiva sembra eccessivo. «Morte le ideologie e le passioni politiche – scrive poi Panarari -, era la volta della “benedetta” stagione del riflusso e del disimpegno». Ecco, la difficoltà di accettare che non tutto è politica. Volenti o nolenti il muro di Berlino è crollato da vent’anni e con esso le ideologie. Oggi, la tanto deprecata società liquida, oltre alla mancanza di punti di riferimento, offre la possibilità di superare steccati e sbarramenti, permette di mischiarsi, fondersi, per poi arrivare a quell’arricchimento che solo può nascere dall’incontro tra mondi prima distanti e inconciliabili.

 

Come, per esempio, è avvenuto con il dialogo tra la sinistra operaista e post-operaista filonietzscheana e la Nuova destra. Ora, in questa società liquida e postmoderna, orfani di sistemi organici e ideologie in grado di ricomprendere e riafferrare il tutto, Panarari chiede alla sinistra di reagire e di riappropriarsi dell’egemonia culturale perduta. Criticando il presidente del Pd Bersani per il suo tentativo di riconquistare il popolo con le stesse armi della destra. Non si può, dice, «andare a rimorchio degli altri. Uno sforzo di creatività». Quale? La riscoperta del situazionismo, e dei suoi autori, per riuscire in questo modo a «decodificare i meccanismi simbolici di cui sono state rivestite le nostre esistenze e i linguaggi attraverso cui si esprimono». Rimettendo al centro il servizio pubblico e riprendendo le mosse dalla “pedagogia di massa”, in modo da immunizzare la sfera pubblica dal pensiero unico e proponendo alternative. 

http://www.ffwebmagazine.it 16 luglio 2010

Azioni sul documento