Se la maleducazione ha due pesi e due misure
Per la Cassazione si può insultare un collega, non il capo
Una sentenza un po’ bislacca. O che quantomeno lascia un po’
perplessi: insultare i colleghi si può, il capo no. Lo afferma la Cassazione,
confermando il giudizio di primo e secondo grado del tribunale di Ascoli
Piceno: Giuseppina N. è stata riconosciuta colpevole di ingiuria. La donna,
impiegata in un ufficio della città marchigiana, se ne è uscita dalla stanza
del capo sbattendo letteralmente la porta. Stizzita perché la dirigente non
l’aveva ricevuta subito e in dissidio con lei per la gestione di una pratica,
l’ha apostrofata in un modo che non è certo un «esempio di urbanità», come ha
lei stessa ammesso. «Cretina», «str...» e, per concludere, un bel «vaffa…».Il
capo non ha avuto esitazioni, e via la querela. Condannata, ora Giuseppina deve
pagare le spese legali, una multa e un risarcimento al “capo offeso” nella
cifra che sarà stabilita dal giudice civile. Ma la sorpresa non è nella
condanna in sé, visto che tutto sommato non è poi così sbagliato che
la maleducazione sia perseguibile. Quello che fa pensare è, invece, la
replica data al tentativo di difesa dell’impiegata. Giuseppina, infatti, ha
sostenuto in Cassazione che le sue espressioni erano ampiamente ricorrenti nel
parlare comune e niente affatto offensive e la risposta non ha smentito il
concetto, ma ha fatto un distinguo: «L’uso comune di tali espressioni ha
modificato la valenza offensiva – hanno sentenziato i supremi giudici –
soltanto quando si collocano in un discorso che si svolge tra soggetti che si
trovano in condizione di parità e sono pronunciate in risposta a frasi che non
postulano manifestazioni di reciproco rispetto». Se le stesse parole sono
rivolte «in un pubblico ufficio verso un superiore gerarchico», non perdono,
invece, la «connaturata valenza offensiva».Vale a dire che ai colleghi le
parolacce si possono dire, perché se rivolte a loro sono, magari poco
eleganti e fini, ma inoffensive. Al capo però no, perché diventano
ingiuriose. Come a dire che la maleducazione è sanzionabile a
senso unico e ha pesi diversi a seconda del destinatario, un messaggio,
insomma, non del tutto edificante. Insomma, non è immediatamente intuitivo il
fatto che un'espressione possa offendere qualcuno e qualcun altro no.
Ricapitolando, infatti, tra colleghi (pari grado) ci si può insultare,
mentre il sottoposto non può farlo con i superiori. A questo
punto sorge spontaneo un dubbio: ma se a insultare è il capo, è previsto un
bonus?
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giugno 2010

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