Se l’opposizione ha perso deve rimproverare solo se stessa
Legge elettorale e alternativa: il messaggio mancato
La frase è frusta ma è necessario ripeterla: pericolosa è una situazione nella quale il vecchio stenta a morire e il nuovo stenta a nascere. Che Berlusconi si ostinasse a non morire era da mettere in conto. Più sorprendente, ma fino a un certo punto, è che del nuovo non si siano sentiti neppure flebili vagiti. Riprendiamo per sommi capi la vicenda che ha condotto al voto di fiducia del 14 dicembre. Alla faccia di quelli che… «comunque vada, l’era berlusconiana è finita», si è trattato di un voto di grande importanza. Oggi Berlusconi ha due carte da giocare: cercare di rafforzare la sua esigua maggioranza—troppo debole per governare—mediante acquisti collettivi o individuali; andare a nuove elezioni, precludendo la possibilità di trovare una nuova maggioranza in questo Parlamento. È probabile che a uno sbocco elettorale si sarebbe arrivati anche se il governo fosse stato sfiduciato, perché una maggioranza robusta e credibile non la si sarebbe trovata neppure in quel caso, se il fronte Pdl-Lega fosse rimasto compatto. Ma dopo un voto di sfiducia forse quel fronte non sarebbe restato compatto e forse Napolitano avrebbe potuto tentare la carta di un nuovo governo, come gli chiede di fare la Costituzione: il rischio di erosione dei consensi parlamentari sarebbe allora ricaduto su Berlusconi, mentre ora è tutto nel campo delle opposizioni. Ed è vero che non siamo più ai tempi in cui sui risultati elettorali influivano prefetti e mazzieri; ma chi è al governo al momento delle elezioni ha ancora non poche risorse per influenzarne gli esiti.
Fini ha rischiato e ha perso. E con lui hanno perso tutte le forze politiche che hanno sottoscritto mozioni di sfiducia senza riflettere adeguatamente sul loro possibile esito. Perché hanno perso, au fond? Hanno perso perché non sono riuscite a dare l’idea che fosse disponibile una credibile maggioranza alternativa, e non solo nell’attuale Parlamento, ma anche in eventuali nuove elezioni. Con la legge elettorale in vigore, a un blocco Pdl-Lega che vale — stando ai sondaggi—circa il quaranta per cento dei voti si opporrebbe una maggioranza eterogenea organizzata da soggetti politici che vanno dalla destra all’estrema sinistra. Dato che una coalizione anti-Pdl/Lega in grado di superare il quaranta per cento e con un minimo di coerenza politica è impossibile costruirla, il messaggio che questo fronte eterogeneo avrebbe dovuto lanciare, ben prima del voto di fiducia, era semplice: se Berlusconi è sfiduciato, ci impegniamo a sostenere un governo tecnico provvisorio con due compiti soltanto: tenere sotto controllo la situazione economica e approvare una legge elettorale che già abbiamo sottoscritto in tutti i suoi dettagli. Una legge che sparigli la situazione attuale e chiuda con l’esperienza infelice della Seconda Repubblica. E poi, al più presto, ma veramente al più presto, nuove elezioni. Quasi tutti i grandi mutamenti politici passano attraverso nuove leggi elettorali, e così probabilmente avverrà anche per chiudere l’era berlusconiana. Da quanto risulta, un tentativo di arrivare a un progetto comune c’è stato ma non è andato a buon fine: non solo i firmatari delle mozioni di sfiducia dissentivano su molte politiche di merito, com’è ovvio per forze politiche così diverse; dissentivano anche, e forse ancor di più, sulla legge elettorale e sul quadro istituzionale di una possibile Terza Repubblica, se così vogliamo chiamarla (nel Pd, la principale forza di opposizione, di proposte di legge elettorale ne esistono più d’una e una scelta definitiva non è ancora stata fatta). Non è detto, anzi è opinabile, che un messaggio chiaro come quello che ho sommariamente descritto sarebbe stato sufficiente a raggiungere un esito diverso da quello del 14 dicembre.
Ma avrebbe consentito di respingere la principale obiezione contro l’eterogeneità del fronte antiberlusconiano: ognuno dei componenti non comprometteva la sua identità politica, perché l’accordo si sarebbe limitato a definire nuove regole del gioco, non un programma di governo. Fini, Casini, Rutelli, Lombardo e altri hanno deciso l’altro ieri di costituire un coordinamento tra parlamentari di centro e centrodestra denominato Polo della nazione. Ma la situazione che ho descritto non cambia molto: già questo insieme è politicamente incoerente al suo interno, e non è facile prevederne lo sviluppo in un gruppo parlamentare o addirittura un partito. E poi non basterebbe. Per battere il blocco Lega-Pdl il Polo di centro, ammesso che regga, dovrebbe coalizzarsi con un Polo di sinistra e l’incoerenza della coalizione risultante, come stabile forza di governo, risulterebbe evidente a chiunque. Se era possibile pensare, qualora le cose fossero andate diversamente, a un governo tecnico e provvisorio costituito in questo Parlamento con la sola missione di fare una nuova legge elettorale, è molto più arduo immaginarsi una sacra unione antiberlusconiana che, vinte le elezioni e fatta la nuova legge, subito dopo si scioglie e indice ulteriori elezioni. Proprio quando avremmo il massimo bisogno di un governo adulto e forte, ci troviamo nella pericolosa situazione di un vecchio che non muore e di un bimbo che non nasce. L’unica cosa che mi consola in questo momento è che le analisi politiche vengono spesso falsificate e spero quindi che il pessimismo che discende da quella appena fatta venga smentito dalla realtà.
Corriere della Sera 17 dicembre 2010

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