Se il costo dell'immigrato è marginale
La percezione che gli immigrati rappresentino un onere per i conti pubblici non è suffragata dai dati.
In molti paesi europei e soprattutto in quelli di cultura anglosassone, esistono stime e analisi dei costi e dei benefici del fenomeno migratorio dal punto di vista finanziario: quanto pagano questi lavoratori in termini di tasse e contributi e quanto ricevono in servizi.
COME CALCOLARE LA SPESA PER IMMIGRATI
Per la verità, sono calcoli piuttosto complessi e condotti
con metodologie diverse che raramente hanno portato a risultati convergenti.
Mediamente, si può dire che la maggioranza delle analisi sembra testimoniare un
apporto positivo dei migranti alla fiscalità generale o al massimo un “effetto
fiscale zero”, cioè un’equivalenza tra costi e benefici. In Italia
studi di questo tipo sono ancora piuttosto limitati, anche se dopo il lavoro
promosso alcuni anni fa da Massimo Livi Bacci, nel 2009 sono uscite ricerche
sul tema effettuate, tra gli altri, da Banca d'Italia, Caritas, Ismu, Isae. (1)
Un approfondimento dei dati di spesa è possibile anche a partire dalle
relazioni del ministro dell’Economia e della Corte dei conti, che pure si
riferiscono a una spesa standard annuale, comprensiva degli stipendi degli
operatori pubblici che erogano i servizi.
Il sistema di calcolo prevalentemente usato è quello del costo standard,
intendendo il totale dei costi diviso il numero degli utenti, cioè una spesa
media pro-capite. Si può tuttavia utilizzare anche un altro approccio: quello
della spesa marginale, che considera solo i costi aggiuntivi corrispondenti a
una nuova utenza.
Inoltre, bisognerebbe non soffermarsi solo su di un singolo anno fiscale, ma
ragionare sull’intero arco di vita del contribuente/utente.
Si possono prendere in considerazione sei settori principali
di spesa di welfare e di sicurezza che assorbono pressoché l’intero ammontare
della spesa sostenuta per utenti stranieri.
Nella sanità si possono addebitare agli utenti stranieri circa
il 2,5 per cento dei costi, pari a 2,7 miliardi di euro.
Nella scuola il 6 per cento, pari a 2,5 miliardi di euro.
Per quanto riguarda i servizi sociali comunali, circa il 7 per
cento, equivalenti a 400 milioni di euro, dei quali solo 130 di interventi di
integrazione sociale in senso stretto.
Nel settore della casa, i costi si possono stimare calcolando
la differenza con i prezzi degli affitti di mercato, e ammontano a circa 400
milioni di euro tra utilizzo di alloggi Erp e Fondo nazionale per l’affitto.
Per la giustizia (tribunali e carceri), l’incidenza è di circa
il 25 per cento, pari a poco meno di due miliardi di euro.
Per le attività degli Interni, le spese per i centri di
detenzione ed espulsione ammontano a poco più di 500 milioni l’anno.
Infine, come settori di trasferimento monetario, occorre
considerare circa 400 milioni di assegni famigliari e circa 600 milioni di
trattamenti pensionistici, con l’esclusione degli italiani nati all’estero, che
rappresentano la maggioranza nei dati rilevati dall’Inps.
Il complesso delle spese relative agli utenti stranieri dei servizi di welfare,
a costo standard, ammonta così a circa 9,3 miliardi di euro,
che vanno confrontati con i circa 10 miliardi ottenuti nello stesso anno dallo
Stato con i 7 miliardi di contributi previdenziali e i 3 miliardi di gettito
fiscale. (2)
Sappiamo tuttavia che in settori come la scuola e la giustizia il costo del
personale supera il 90 per cento del totale e anche la spesa pubblica nel suo
complesso è composta per oltre la metà da stipendi, oneri finanziari, beni e
servizi.
Addebitare all’utenza immigrata una quota percentuale di spesa standard è
quindi un’operazione impropria.
L’esempio più chiaro è quello della scuola: nel 2007 costava 42,4 miliardi di
euro, ma già nel 1998 arrivava a 31,3 miliardi: l’aumento dei costi è
imputabile quasi esclusivamente alla lievitazione degli stipendi,
eppure per far fronte alla nuova utenza non si sono assunti nuovi insegnanti, né
si sono costruite nuove scuole, se non in misura ridottissima.
L’insieme dei servizi presi in esame ammontava nel 2007 a circa 175 miliardi di
euro, ma dieci anni prima, nel 1998, quando l’incidenza dell’utenza immigrata
era pressoché irrilevante, il costo di questi servizi era già di 115 miliardi.
È vero che nel periodo considerato la popolazione residente in Italia è
aumentata quasi esclusivamente a causa degli stranieri, ma l’incremento dei
costi non è dovuto alla predisposizione di nuovi servizi, quanto
a lievitazioni delle spese del personale, indipendenti dalla composizione
dell’utenza.
La crescita di utenti immigrati ha indubbiamente messo sotto pressione alcuni
comparti, come scuola, sanità, carceri, nelle regioni settentrionali, ma più
per lo sforzo di singoli operatori che attraverso nuovi investimenti.
BILANCIO CORRETTO
Per un corretto bilancio finanziario, sul versante della
spesa, il fenomeno migratorio dovrebbe esser calcolato come un costo aggiuntivo
misurabile nella variazione al margine della nuova utenza immigrata.
Questo costo marginale è composto da circa 1,5 miliardi di
euro l’anno di trasferimenti monetari (tra casa, servizi sociali, assegni
famigliari, pensioni eccetera) e per una quota restante di prestazioni in
servizi, soprattutto in campo sanitario e scolastico, che solo nel caso delle
politiche di integrazione e di sicurezza interamente dedicate agli immigrati è
corretto considerare complessivamente.
Occorre infatti notare che l’Italia è forse il paese europeo che meno ha
investito, in questi anni, nelle politiche di integrazione sociale
(come ad esempio corsi di lingua italiana e mediazione culturale) e ha finora
retto su questo fronte solo grazie al lavoro di organizzazioni di volontariato
e del terzo settore, non certo per una spesa pubblica che, tra risorse
nazionali e locali, è quantificabile in circa duecento milioni di euro l’anno.
Il gettito fiscale di circa 3 miliardi di euro annuali di imposte dirette e
indirette dei lavoratori migranti è sufficiente a coprire l’aumento complessivo
del costo dei servizi imputabile alla nuova utenza.
Come in altri paesi europei si può considerare quindi almeno un effetto fiscale
zero nell’apporto finanziario dell’immigrazione, che nel breve periodo
costituisce però un indubbio vantaggio per il bilancio dell’Inps.
La percezione che gli immigrati rappresentino un onere per i conti pubblici non
è perciò suffragata dai dati.
Una valutazione più completa non dovrebbe tuttavia limitarsi a un singolo anno
fiscale, bensì tener conto dell’intero arco di vita delle
persone, considerando l’invecchiamento della popolazione immigrata, pur se
risulta oggi difficile stimare correttamente quanti di loro potranno percepire
in futuro di trattamenti pensionistici a carico dell’Inps, per
i quali occorrono almeno venti anni di versamenti contributivi.
Peraltro l’impatto fiscale complessivo è piuttosto modesto e si potrebbe
sintetizzare in questo modo: gli stranieri rappresentano il 7 per cento della
forza lavoro del paese, con stipendi netti attorno ai 900 euro mensili e un’età
media di circa 15 anni più bassa di quella degli italiani, costituiscono circa
l’1 per cento del gettito fiscale complessivo, hanno fatto lievitare di circa
l’1 per cento la spesa pubblica nei settori di welfare, forniscono circa il 4
per cento dei contributi previdenziali, ricevendo per ora una quota minima dei
trattamenti pensionistici.
(1) M. Livi Bacci, a cura di: “L’incidenza
economica dell’immigrazione”, Giappichelli, 2005.
(2) Vedi A. Stuppini “Le tasse degli immigrati”, lavoce.info
24.4.2009.
http://www.lavoce.info 07.04.2010

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