Scoprire le zone del cervello aiuta a capire come funziona
Ma oggi occorre «ripensare» la mente e la psiche
La neurobiologia e più in generale le neuroscienze ci hanno detto tantissime
cose di recente sul cervello e sulla mente, al punto che qualcuno ha
considerato perfino eccessivo tutto questo. Il fatto è che eravamo così
assetati di conoscenze affidabili sull'argomento che i media hanno
probabilmente ecceduto nel parlarne e nel trovarne possibili applicazioni,
dalla neuroestetica alla neuroetica, dalla neuroeconomia all'utilizzazione di
tali scoperte in campo forense. Non c'è dubbio però che quella delle
neuroscienze è una delle scommesse più audaci e intriganti della scienza
contemporanea. D'altra parte la molteplicità degli approcci rende difficile
un'esposizione ordinata delle corrispondenti acquisizioni.
Una delle cose più interessanti ma anche più discusse è rappresentata dalla
enorme quantità di «localizzazioni» di questa o quella funzione cerebrale che
tali scoperte ci hanno portato.
Utilizzando le tecniche del cosiddetto brain imaging o neuroimaging, termini di
cui non esiste una traduzione affidabile in italiano, si può osservare quale
parte del cervello di una persona viva, sana e sveglia sono in attività mentre
quella esegue un particolare compito.
In questa maniera si è potuto individuare l'area del linguaggio, parlato o
ascoltato, del riconoscimento delle forme, dell'orientamento spaziale,
dell'esitazione, dell'incertezza, della autoapprovazione e dell'autoriprovazione
e via discorrendo. Si è così potuta ottenere una mappa molto articolata delle
varie funzioni mentali e più in generale psichiche che non ha uguali nella
storia. Una delle più recenti è stata l'individuazione delle aree cerebrali
connesse alla gestione del rimpianto, una componente fondamentale della nostra
condotta prima e dopo il compimento di una qualsiasi azione.
Una delle critiche che viene più comunemente mossa a questo approccio verte sul
fatto che localizzare non vuol dire spiegare. Verissimo. Localizzare non vuol
dire spiegare, ma non riuscire a localizzare può voler dire che si sta dando la
caccia a qualcosa che non c'è. Una delle cose che non si riesce a localizzare è
ad esempio la coscienza, o addirittura l'io. Ciò potrebbe anche voler dire che
a queste parole venerande non corrisponde niente di concreto.
In effetti una delle difficoltà maggiori delle moderne neuroscienze deriva dal
doversi confrontare con una terminologia di matrice speculativa e introspettiva
stratificatasi nei secoli. Sappiamo da tempo che su nulla ci sbagliamo più
facilmente che sulla valutazione di ciò che accade nella nostra testa, a
cominciare dalla convinzione che tutti i moti del nostro animo siano coscienti
e raggiungibili con un'introspezione più o meno attenta e avvertita.
C'è poi da dire che una localizzazione può essere l'inizio di una spiegazione.
Anche in fisica non è stato compreso tutto in una volta. Studiare per esempio
il moto dei corpi come se l'attrito non ci fosse è stata indubbiamente in
passato una sovrasemplificazione eccessiva, ma ha permesso lo sviluppo di un
primo abbozzo di teoria del moto che è stato successivamente aggiornato e
arricchito. Se non lo si fosse fatto non si sarebbe mai potuti partire. La
storia della scienza è piena di «rinunce» e autolimitazioni momentanee che
permettono poi lo slancio finale verso le più alte vette della conoscenza.
Dobbiamo infine capire bene che cosa si sta localizzando. Dire che quando
parliamo si attiva una piccola area della corteccia temporale, chiamata anche
area di Broca, non significa dire che noi parliamo solo con quella. Noi
possediamo un vocabolario, una serie di conoscenze su quello di cui stiamo
parlando, una facoltà di comporre le parole tra di loro per significare
qualcosa e, non ultima, la volontà di dire quel qualcosa, che stanno molto
probabilmente diffuse in tutta la nostra corteccia cerebrale. Con tutta quella
parliamo; ma l'ultima «stazione», l'area senza la quale non ci facciamo capire
è rappresentata appunto dall'area di Broca.
Un ultimo, non piccolo, portato dall'immane scommessa rappresentata dalle
neuroscienze è dato dalla necessità e dall'urgenza di «ripensare» un pò tutto,
del cervello, della mente e della psiche. Proprio per «sfrondare» l'idea stessa
della mente dalle sovrastrutture intellettuali precipitate nei secoli è
opportuno fare «piazza pulita» e studiare tutto dalle fondamenta, come se non
avessimo mai saputo niente. Come sta succedendo a proposito del fenomeno della
coscienza e degli stati di coscienza.
Corriere della Sera 13.9.11

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