Scommessa civile
Disobbedire insomma non è un gioco, è un rischio. È la messa in campo di un principio di responsabilità dettato dalla mia coscienza e dalle mie persuasioni.
È l’ora dell’impazienza, speriamo. Diceva Camus nell’Uomo in
rivolta che è «con la perdita della pazienza (…) che comincia un movimento che
può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato». Ribadiva don
Milani nella famosa Lettera ai cappellani militari sull’obiezione di coscienza,
che i soldati «l’obiezione l’han conosciuta troppo poco, l'obbedienza, per
disgrazia loro e del mondo, anche troppo». I soldati, i civili, i giornalisti…
Questa era la legge, questi erano gli ordini, io non ho fatto che obbedire,
assecondare, tacere: così si sono giustificati gli aguzzini del Terzo Reich e
continuano a giustificarsi in tanti, nel mondo di oggi, trovando le mille scuse
per non ascoltare la propria coscienza.
L’obbedienza non è più una virtù, insisteva il prete di Barbiana, sapendo bene
che lo era stata e che avrebbe potuto tornare a esser tale, se intesa come
obbedienza a una morale di cui si riconosce il valore, anche quando si incarna
in una autorità e perfino in un gerarchia. Ma in questa società? Nella deriva
del concetto stesso di responsabilità pubblica e di responsabilità privata nei
confronti della collettività? Quanti possono dire di obbedire oggi a dei
principi morali radicali - in una società che ha finito per sostituire la
chiacchiera alla concretezza dell’azione? Gli esempi di disobbedienza civile
nell’Italia berlusconiana sono rarissimi, quasi inesistenti e tante invece le
scappatoie attraverso le quali il privato cittadino giustifica e accetta lo
stato delle cose esistente, anche se magari gli fanno schifo. I maestri della
disobbedienza civile, che è la versione morale della disobbedienza, i Thoreau
Gandhi Capitini, hanno affermato che se una legge ci sembra ingiusta si ha il
dovere di rifiutarla, di non accettarla, di disobbedirvi. Però non
nascostamente o con la violenza, perché, insisteva Gandhi sulla scia di
Thoreau, se una legge «è contemplata nei codici», i funzionari dello Stato
devono farla applicare, ma se la mia coscienza mi dice che essa è ingiusta, «io
devo resistere a essa in modo nonviolento» e si tratta allora di «violare la
legge e di sottomettersi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento».
Disobbedire insomma non è un gioco, è un rischio. È la messa in campo di un
principio di responsabilità dettato dalla mia coscienza e dalle mie
persuasioni: per coerenza con i miei principi ma allo stesso tempo per compiere
il mio dovere nei confronti della collettività, del suo presente e del suo
futuro. (Consiglio a chi vuole avere un buon quadro delle ragioni, dei problemi
e dei metodi della disobbedienza civile, il saggio di Thoreau con questo titolo
edito dalla Bur e l’antologia delle Edizioni dell'asino Ribellarsi è giusto.)
La disobbedienza praticata dagli italiani oggi è raramente violenta, ma non è mai
civile: cerchiamo astutamente di schivare le leggi, non le rispettiamo anche
perché vediamo che a non rispettarle c’è in prima fila tutta la nostra classe
dirigente, con gli eletti dal popolo, gli stessi funzionari dello Stato e
perfino tanti magistrati. E allora: se tutti sono furbi e ladri (ma domani
potrebbe anche essere: se tutti sono assassini o si fanno complici degli
assassini) perché solo io non dovrei rubare?
Qua nessuno è fesso, si diceva in quella specie di capitale dei fessi che era
ed è tornata a essere Napoli. È facile sentirsi nel giusto solo perché tutti
sono nel torto, è facile gridare e denunciare e poi non far niente. È anche
facile, per esempio nel caso di una legge disgustosa che imbavaglia
l’informazione, chiedere una libertà alla quale non corrisponde una
responsabilità, obiettare a una legge ingiusta ma guardarsi dall’obiettare ai
diktat della pubblicità, delle banche, della proprietà dei giornali, dei suoi
immediati rappresentanti i direttori.
La disobbedienza - e intendo chiaramente la disobbedienza civile - è una virtù
delicata e che contempla molti rischi. Ma se non è questo il momento per
affrontarli, allora quando? Le occasioni sono mille, e le risposte potrebbero
essere tante, di singoli, di gruppi e perfino, nel caso dei giornalisti, di
parti consistenti di una corporazione professionale che conta sempre meno
perché si è lasciata condizionare dai poteri che hanno in mano i giornali e le
tv, e insomma da chi paga. Per cominciare, si tratterebbe di dire no a questa
legge scrivendo e dicendo ciò che una legge sommamente ingiusta non vuole che
si dica, facendo quello che essa vieta di fare. Ma dovrebbe essere appena il
primo passo, doveroso e rischioso, in un settore della società che non è
certamente dei più limpidi. La disobbedienza deve diffondersi ad altri campi, e
dev’essere, se vuol contribuire a modificare qualcosa, disobbedienza civile,
sfida e scommessa civile a partire dal bisogno di pulizia, di onestà, di
giustizia, di bellezza che è avvertito coscientemente da pochi ma forse,
incoscientemente, da tanti, attraverso l'esempio e attraverso la lotta.
http://www.unita.it 29 maggio 2010

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