Scalfaro:"In quella notte terribile delle bombe ci furono vuoto politico e democrazia debole"
Parla l'ex presidente: "Temo che non sapremo mai la verità sugli attentati. Non vedo volontà politiche univoche per una commissione d'inchiesta che faccia piena luce"
Presidente Scalfaro, lei era Capo dello Stato nel
'93. Se la ricorda la notte fra il 27 e il 28 luglio? Le bombe a via Palestro a
Milano, poi a San Giovanni e al Velabro a Roma? Le prime reazioni, le linee
telefoniche interrotte, l'ombra di un golpe?
"Non nitidamente come si potrebbe pensare. Ricordo la telefonata con il
presidente Ciampi: ero a casa con mia figlia Marianna, vennero a bussare alla
porta a notte fonda l'allora segretario generale al Quirinale Gaetano Gifuni e
il capo della sicurezza, il prefetto Iannelli. Il telefono non ci aveva
svegliati. E ricordo bene la riunione del mattino dopo, quando convocai il capo
della polizia, il prefetto Parisi, e i responsabili dei carabinieri e dei
servizi"
Quali piste furono seguite all'inizio? La mafia? I servizi stranieri?
007 italiani infedeli? Ci si interrogò sulla regia o sulla "manona"
che poteva aver diretto le stragi?
"Formulammo delle ipotesi, tutte queste ipotesi, così come logica vuole
davanti a eventi di natura straordinaria. E ordinammo alle persone preposte
all'intelligence e alle indagini di raccogliere elementi sufficienti a
orientarci in modo convincente. Il prefetto Parisi aveva ricevuto - e teneva in
grande conto - una segnalazione del Mossad secondo la quale nel mondo della
destra estrema c'era una forte spinta a destabilizzare la situazione italiana,
puntando anche alle dimissioni del capo dello Stato. Un anno prima c'erano
state le stragi di Falcone, Borsellino e delle scorte, e due mesi prima
un'altra autobomba ai Georgofili a Firenze. Cercavamo un filo, una logica che
spiegasse questa catena di eventi".
A ripensarci oggi la sequenza di quei giorni oltre che brutale è
impressionante: si vede un paese martellato sotto colpi militari e divisioni
politiche, lì lì per crollare.
"Furono mesi di preoccupazioni gravi e costanti. La situazione politica
era di inquietudine, gravi questioni sociali premevano, la cosiddetta
Tangentopoli era in pieno corso; tutti questi fattori creavano tensione nella
popolazione. Il mio cruccio in quelle settimane era che - tra una
manifestazione sindacale più agitata delle altre e un sit in contro il
terrorismo o la mafia - ci potesse scappare l'episodio di violenza; che la
piazza cambiasse natura, e che gli eventi degenerassero".
"Nei miei confronti venne montato uno scandalo vergognoso e dovetti parlare in tv al popolo italiano"
C'è chi parla di una regia più raffinata, un'entità che cuciva insieme
una nuova strategia della tensione.
"Il vuoto politico, un vuoto politico come quello che le stavo
descrivendo, è la condizione di maggiore debolezza di una democrazia. Sarebbe
difficile reggere, per qualsiasi paese. È chiaro che chiunque avesse voluto
destabilizzare avrebbe trovato terreno fertile. La mafia? I terroristi? Qualche
matto dentro gli apparati dello stato? O tutte e tre le cose insieme? Io credo
che sia una risposta difficile da dare. La magistratura avviò indagini in varie
direzioni. Abbiamo atteso a lungo qualche elemento che spiegasse fatti,
moventi, concatenazioni. Ma devo dire che abbiamo atteso invano. Confesso che
anche le prime affermazioni del procuratore Antimafia Pietro Grasso in questi
giorni mi avevano lasciato perplesso. Chi ha i poteri per investigare
investighi. Ho visto che successivamente ha chiarito in maniera soddisfacente
il senso delle sue parole..."
Crede che si possa arrivare oggi alla verità?
"Non bastano le certezze morali per attestare una verità. Occorrono
risposte documentate, sentenze, verifiche. E devo dire che quasi non spero più
che arriveremo a capire. Soprattutto perché non vedo intorno volontà politiche
univoche. Il Parlamento sarebbe in grado di condurre un'autentica inchiesta su
quei mesi terribili, senza utilizzarla come pretesto per spararsi addosso, da
una parte e dall'altra? Condivido gli appelli alla ricerca della verità, ma
osservo una realtà politica che fa acqua da tutte le parti".
Eppure, presidente, lei fu direttamente toccato da quelle vicende.
Subito dopo le stragi cominciarono le voci, poi la campagna della destra sui
fondi neri del Sisde, sugli ex ministri dell'Interno e su di lei che - fu detto
e scritto - li aveva usati in maniera indebita.
"Me le ricordo quelle accuse, particolarmente gravi e strumentali, e poi
naturalmente mai dimostrate: che io avessi destinato i fondi neri a
disposizione del ministro, non soggetti a rendicontazione, per scopi diversi da
quelli previsti. Fu un'azione banditesca: in Piemonte certi individui si
recarono nei conventi di clausura a chiedere se il presidente Scalfaro avesse
finanziato lavori di ristrutturazione o qualsiasi altro tipo di intervento. Mi
difesi pubblicamente. Sfidai chiunque a produrre la prova che anche una sola
lira avesse avuto destinazione diversa da quelle legittime. In novembre parlai
in televisione, davanti al popolo italiano..."
Il famoso "Non ci sto".
"Dissi: "Prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso e
ignobile degli scandali. Ma occorre rimanere saldi e sereni"".
E perché, pur toccato direttamente, è così restio a ipotizzare zone
grigie e regie uniche?
"Perché nonostante tutto quel che abbiamo rievocato, e nonostante anche
Parisi mi dicesse che io stesso ero l'obiettivo d'una manovra più vasta,
continuo a pensare che sia compito della magistratura e degli apparati
investigativi darci una verità definitiva. E che sia compito di noi tutti
mantenere misura e sangue freddo fino a quando questa verità sarà
accertata".
http://www.repubblica.it (31 maggio 2010)

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