Saverio Saltarelli, lo studente dimenticato
Coltivare la memoria senza blocchi selettivi
In questi giorni stiamo cercando di esercitare il vizio
della memoria sulla strage di piazza Fontana e su Pino Pinelli. Perché
le sentenze non possono essere le pietre tombali della nostra storia e la
smemoratezza non deve prevalere. Ma permettetemi di ricordare, proprio in
questi giorni, un nome quasi del tutto dimenticato: Saverio Saltarelli.
Era uno studente dell’università statale di Milano. Fu ucciso, a 23 anni, da un
candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo durante la
manifestazione milanese indetta nel primo anniversario della strage di piazza
Fontana. Un corteo proibito in una città blindata, per chiedere la liberazione
dell’anarchico Pietro Valpreda, tenuto in carcere come
responsabile dell’attentato.
Era il tardo pomeriggio del 12 dicembre 1970 quando il candelotto spaccò il
cuore a Saverio. Gli fu subito dedicata una canzone, una sorta di rap ante
litteram: “Chi ha ucciso Saltarelli”. Poi la sua memoria è
andata quasi del tutto perduta. Non aveva alle spalle né un gruppo politico
forte, né una famiglia attrezzata a comunicare. Era figlio di pastori
abruzzesi, Saverio, e si era trasferito a Milano per studiare, prima al liceo
Berchet, poi all’università. Si manteneva agli studi facendo il fattorino, il
facchino all’Ortomercato e mille altri lavori.
Era un giovane generoso, come migliaia in quegli anni di fuoco. Uno studente
figlio del ’68 che riteneva inaccettabile il divieto di manifestare a Milano,
un anno dopo piazza Fontana, al grido dello slogan che già allora proclamava la
verità proibita, quella che in seguito diventerà, se non
compiuta verità processuale, almeno verità storica: “Valpreda è innocente, la
strage è di Stato”.
A ricordarmi Saltarelli è stata Lydia Franceschi, la mamma di Roberto,
lo studente della Bocconi ucciso dalla polizia tre anni dopo, davanti alla sua
università. Lydia ha consacrato la sua vita a mantenere viva la memoria del
figlio e degli ideali di quegli anni. E si rattrista che Saverio sia stato,
nella battaglia tra memoria e smemoratezza, certamente meno fortunato di suo
figlio, che ha avuto tanti amici, oltre ai suoi genitori, che hanno lavorato
perché non se ne perdesse il ricordo.
“Quando Roberto tornò a casa dalla manifestazione del 12 dicembre 1970”, ricorda Lydia
Franceschi, “era sconvolto perché era il suo primo impatto con la violenza
istituzionalizzata. Non riusciva a capire come si potessero
sparare candelotti ad altezza d’uomo contro cittadini che chiedevano di
conoscere la verità su una strage che era costata la vita a 17 persone, più quella
di Giuseppe Pinelli. Seduta con lui sul suo letto, passai quasi tutta la notte
a discutere. Mi è rimasto sempre molto caro, Saverio Saltarelli”.
Accogliamo l’invito di Lydia Franceschi e coltiviamo la memoria senza
blocchi selettivi. Ricordiamo dunque anche il figlio del pastore
venuto a morire a Milano, un anno dopo piazza Fontana.

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