Saper perdere nelle democrazie
La grandezza della democrazia moderna sta proprio nella capacità di mandare a casa con un voto chi non vorrebbe mai lasciare
Uno degli obiettivi messi a segno dalle democrazie
costituzionali moderne è stato quello di consentire di perdere. Perdere è stato
per secoli un problema maledettamente serio, anche perché si traduceva quasi
sempre con la soppressione del perdente o il suo assoggettamento servile al
volere del vincitore.
Le città e gli Stati erano turbolenti proprio perché il potere non si adattava
alla mortalità, non solo per l´ovvia ed eterna regola per cui chi ce l´aveva
non lo voleva cedere, ma anche perché perderlo era decisamente molto
pericoloso. Nelle repubbliche classiche, per esempio quella romana, le cariche
circolavano tra una ristretta élite di senatori ed erano annuali così da
consentire a tutti loro di coprirle prima o poi. La rotazione è stata una
strategia molto lungimirante ma poté funzionare fino a quando la classe
politica era molto ristretta per numero.
L´inclusione di un più largo popolo nelle repubbliche umanistiche è stato un
fattore tragico di conflitti violenti anche perché il “volgo” veniva usato dai
potenti per distruggersi l´un l´altro fino a quando non si ergeva un signorotto
più arrogante o potente degli altri che si teneva tutto il potere per sé,
interrompendo la competizione.
Questa storia si è conclusa, felicemente, con l´uso delle elezioni a periodicità
regolare per la selezione di chi doveva ricoprire funzioni di potere, in primo
luogo quella di fare le leggi, il potere più importante proprio per le
conseguenze che poteva avere su chi perde. Le elezioni si adattavano bene a
stati territorialmente larghi ma soprattutto riuscivano a mettere il potere
politico in accordo con la temporalità. Perdere non era piú un problema poiché
chi perdeva sapeva in anticipo che il gioco restava aperto, che la sua libertà
non era toccata, che aveva quindi sempre la possibilità di riprovare a vincere.
A queste condizioni, pensando cioè a un riscatto futuro, il potere riuscì a
circolare senza mai fermarsi in un punto; e con la circolazione si ruppe
l´incantesimo negativo associato alla sconfitta. Quelli che a ragione sono
stati chiamati “i geni” della democrazia moderna, i padri della costituzione
americana, hanno non soltanto colto la novità della rappresentanza elettorale
ma inoltre teorizzato che senza di essa non si dava libertà proprio perché non
si poteva risolvere il problema della vittoria e della sconfitta nella
politica.
Questa spiegazione non sembri scolastica, poiché nel nostro Paese, nel
ventunesimo secolo, succede che chi ha acquistato il potere, pur sapendo che è
temporale proprio perché l´ha acquistato per via elettorale, pensa che non sia
possibile pensare a un´altra leadership; che il cavallo che ha vinto debba
sempre vincere. Che sia quasi condannato a vincere come se perfino l´immaginare
un altro cavallo in dirittura d´arrivo sembri blasfemo. Non l´alternanza, ma la
permanenza al potere. Prima della sconfitta al primo turno della candidata
Letizia Moratti, il presidente del Consiglio ha dichiarato che sarebbe stato:
«impensabile una città non governata da noi». L´ammissione va presa come un
atto di sincerità. E forse mai frase è stata più sincera in questa campagna
elettorale milanese condotta con “entrate a gamba tesa” che in una partita
calcistica sarebbero costate espulsioni e rigori. È sincera perché rivela la
convinzione antica che si annida nell´animo del nostro leader di governo: la
politica come potere che non si deve perdere, che non permette di perdere.
Eppure, la grandezza della democrazia moderna sta proprio nella capacità di
mandare a casa con un voto chi non vorrebbe mai lasciare, e inoltre, di farlo
senza la presunzione di aver fatto giustizia. Poiché vincere e perdere non è
una questione che decide chi sia più o meno giusto, o più o meno vicino al
vero. Vincere e perdere un´elezione significa molto più semplicemente e
umanamente aver fatto o no una buona campagna elettorale; aver fatto o no una
buona politica da mettere sul piatto dell´opinione popolare. L´esito non piace
mai a chi perde, ma perdere in questo modo, per la conta dei voti, è perdere
nella libertà. Sapendo oltretutto che non è mai una perdita per sempre, ma
temporanea, proprio come la propria vittoria di ieri, anche quando e se si
tratta di un “ieri” lungo più di un decennio.
Quindi, certo che è immaginabile una città non governata dalla maggioranza che
l´ha fin qui governata. Altrettanto lo è per il paese: chi lo governa non ha
acquistato nessuna patente di validità permanente, e chi sta all´opposizione
non è meno adatto a governare solo perché ha perso ieri. Poiché, vale
ripeterlo, vincere e perdere non è una questione che mette in gioco la
giustizia o la verità, se le regole sono rispettate, se il gioco è leale,
combatterlo e vincerlo sono da soli una patente di legittimità sufficiente.
Ecco perché la democrazia costituzionale è il miglior governo: perché fa
immaginare vittorie e sconfitte come fatti possibili e normali, senza nessuna
conseguenza per la libertà di chi perde perché senza attribuzioni di
insostituibilità in chi vince.
La Repubblica 19 maggio 2011

Precedente: Un paese alla rovescia

