San Raffaele, in vita e in salute
E' il simbolo di un delirio di potenza che rischia di rovinare uno splendido esperimento intellettuale
Finalmente. È stata una grande giornata ieri, per l’Università Vita Salute San Raffaele. Forse – si può sperarlo – l’inizio di una vita nuova.
Ma per capire cosa è successo bisogna prenderla un po’ da lontano. E bisogna anche che siano messe a disposizione del pubblico, e al riparo dalle semplificazioni, molte verità e distinzioni a proposito delle quali i media non sono andati tanto per il sottile. Il fatto, in primo luogo: mercoledì 21 dicembre tutti i docenti delle tre Facoltà dell’Ateneo (Medicina, Psicologia e Filosofia), riuniti in assemblea congiunta, hanno votato all’unanimità lo statement di tre punti che configurano una vera radicale innovazione nei meccanismi di governance dell’Istituzione e nelle persone che saranno chiamate a rivestire incarichi istituzionali strategici:
1) la modifica dello statuto con particolare riferimento alle norme per l’elezione del Rettore, a un rafforzamento del senato accademico e a una rappresentanza adeguata del corpo docente negli organismi decisionali;
2) la nomina di un nuovo Cda il cui presidente deve essere una figura di alto valore professionale e deontologico;
3) la riformulazione dei meccanismi gestionali dell’Università. Il testo definitivo del documento, la cui redazione è stata demandata ai tre Presidi, sarà diffuso entro oggi.
Alla base della discussione era stata presentata una proposta di dichiarazione congiunta (leggibile su www.phenomenologylab.eu/ ), che indicava nella crisi in atto un’opportunità di rilancio dei suoi valori e dei suoi princìpi ispiratori, possibile solo a condizione che venisse dato un forte segnale di cambiamento rispetto all’attuale dirigenza, a partire dal Rettorato e dal Consiglio di Amministrazione. Che emozione sentir finalmente risuonare quelle parole, leggerle proiettate sullo schermo delle lezioni: “...segnali chiari di cambiamento rispetto a un passato che, al di là delle vicende giudiziarie cui siamo del tutto estranei e che non spetta a noi valutare, è stato troppo spesso improntato a una gestione del potere poco trasparente e caratterizzata da minima condivisione delle decisioni strategiche e gestionali... I docenti dell’Ateneo... sono consapevoli del proprio ruolo fondamentale... Questa fase di rinascita avverrà sotto lo sguardo critico della società civile...”.
Ma come si è potuto arrivare a questo punto e a questo giorno di svolta? È per capire questo che bisogna partire da più lontano. La storia del San Raffaele e di don Verzé è stata raccontata tante volte che non vale la pena di ritornarci sopra. Su quella dell’Università da lui fondata però si sa molto meno. Quante cose il normale cittadino non sa, che oggi sarebbe utile sapesse. Stringe il cuore, certo, quando si va a far lezione, vedersi incombere sui pensieri quell’angelone bianco e d’oro. Perché è il simbolo di un delirio di potenza che rischia di rovinare uno splendido esperimento intellettuale, che in Italia è ancora un unicum.
Perché l’angelone è tanto goffamente impari a quel sogno, quanto audace e geniale era stata l’idea che aveva portato don Verzé, fra il 1996 e il 2002, a costruire le tre facoltà come luoghi di studio delle tre dimensioni della persona umana: il suo corpo, la sua mente, il suo spirito. E a volerle così integrate l’una nell’altra, così prossime, come inseparabili sono nell’uomo vivo e integro che non si doveva tollerare mai venisse, dai medici, ridotto alla sua biologia. Ma per questo anche i filosofi dovevano studiare biologia e neuroscienze, e i medici filosofia. Il programma che Massimo Cacciari aveva scritto per l’ultima delle facoltà rifletteva e articolava questa idea, che rende possibile ai filosofi partecipare agli esperimenti con le tecniche di neuroimmagine, ma anche ascoltare i teologi contemporanei. Cosa ne sa il cittadino qualunque che questo è stato possibile soltanto perché questa università fondata da un prete non c’entra nulla col sistema delle università cattoliche e col Vaticano? Ma dentro, nell’assemblea, la voce di chi teme forte che qualcuno possa mettere le briglie alla libertà di ricerca si è sentita, eccome.
La libertà che mai nessuno aveva messo in questione se un teologo, ad esempio, come Vito Mancuso, fu estensore di un saggio sui fondamenti dottrinali dello stesso San Raffaele: e lo si intuisce ancora, guardando la doppia spirale del dna che sale sotto la cupola assurdamente imponente, che sfora il cielo oltre la Madonnina del duomo e apre il baratro immenso del bilancio. Simbolo di quell’incapacità di dire “no”, che avrebbe forse ricondotto alla realtà il visionario, salvandolo dal ludibrio, se non fosse radicata in quel sistema assurdo di gestione del potere amministrativo, che il colpo di pistola di Cal ha fatto esplodere.
Ma cosa ne sa il cittadino comune del fatto che non una lira di quelle per le quali quel sistema è indagato per associazione a delinquere è mai arrivata nelle casse della ricerca, orgogliosa di avere i migliori grant ai suoi progetti, valutati nelle competizioni nazionali e internazionali? E cosa ne sa della delusione terribile e della speranza di riscatto degli studenti, mai sfiorati dall’ombra di una riduzione delle rette? E delle discussioni anche sfibranti che hanno impegnato i docenti, o almeno alcuni di loro, a partire da quel colpo di pistola, e che hanno via via trascinato e convinto un numero sempre più grande fra loro a farsi protagonisti di una svolta vera? T
utto – quasi tutto – è ancora da fare in verità, e la via sarà in salita: le opposizioni interne non mancano e non sono mancate neanche in questa storica occasione. Eppure, per la prima volta nella giovane storia di questa Università, forse la bellezza del sogno sarà per sempre separata dall’incubo del delirio, e un bel po’ di bene per tutti dal male che fu fatto a molti. Purché anche l’opinione pubblica ci aiuti a compiere l’impresa.
il Fatto Quotidiano 23 dicembre 2011

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