Risorgimento capro espiatorio
Solo in Italia si ripetono luoghi comuni di gran lunga più critici che favorevoli all’Unità.
Quest’anniversario dell’Unità cade nel momento di massima
distanza affettiva tra gli italiani e il Risorgimento. Da qualche decennio, con
un’impennata negli ultimi anni, l’epopea ottocentesca che ha dato origine al
nostro Paese è finita sul banco degli accusati, additata come colpevole di gran
parte dei malanni nazionali. Per lo storico Ernesto Galli della Loggia, docente
di Storia contemporanea presso l’Istituto italiano di Scienze umane di Firenze,
«una responsabilità non secondaria tocca alla scuola, così come si è evoluta
negli ultimi trent’anni. La disaffezione non è solo nei confronti del
Risorgimento, ma della dimensione nazionale in genere: anche la letteratura
italiana è sempre meno studiata».
Ma in altri Paesi europei sono concepibili critiche ai fondamenti
stessi dell’unità nazionale, come quelle cui si assiste in Italia?
«No, nemmeno in quelli più vicini a noi come la Francia. Certo,
sulla storia nazionale ci si divide – per esempio sulla Rivoluzione francese –,
ma nessuno mette in discussione la
Francia in sé, salvo qualche movimento nazionalista del tutto
marginale come quelli bretone o corso. Solo in Italia si ripetono luoghi comuni
di gran lunga più critici che favorevoli all’Unità. Ed è appunto qui che c’è il
difetto della scuola, che ha mancato gravemente nell’insegnamento della storia
e ha consentito che insegnanti e libri di testo sposassero le tesi più
cervellotiche e infondate».
Come quella di un presunto depauperamento del Sud dopo l’Unità?
«Questa è un’autentica corbelleria. Gli studi dimostrano in maniera
inoppugnabile che al punto di partenza, nel 1860, il divario economico tra Nord
e Sud era già fortissimo. Sotto tutti i punti di vista: dall’estensione delle
strade all’alfabetizzazione, dallo sviluppo dei commerci a quello
dell’agricoltura».
Eppure non è raro sentir citare esempi di eccellenza meridionale: la Napoli-Portici, per
esempio, fu nel 1839 la prima ferrovia italiana...
«La sempre evocata ferrovia Napoli-Portici non era altro che il giocattolo
del re, mentre invece la
Torino-Genova o le ferrovie costruite dagli austriaci in
Lombardia servivano concretamente allo sviluppo economico. Portici è un
sobborgo di Napoli, dove non c’era niente se non qualche villa… Quei sette
chilometri di binari la dicono lunga sulla ratio delle scelte
"economiche" dei Borboni. Intanto, in tutto il Regno delle Due
Sicilie non c’era una strada degna di questo nome: a dirlo non sono le
descrizioni fatte dai prefetti sabaudi, ma quelle degli alti funzionari
dell’amministrazione borbonica negli anni Quaranta-Cinquanta».
Nessuna attività produttiva, quindi?
«Prendiamo la Sicilia:
era come il Cile. Il Cile produceva rame e guano, poi arrivavano i bastimenti
inglesi e nordamericani, li prelevavano e li portavano in patria affinché
fossero lavorati. Così la
Sicilia: produceva zolfo e arance, poi arrivavano i
bastimenti e li caricavano. Era un’economia coloniale, che forniva soltanto un
po’ di materia prima – peraltro rapidamente diventata inutile grazie alla
produzione industriale chimica dell’acido solforico. Ma si può immaginare uno
sviluppo economico fondato sulle arance?».
A essere contestato è anche il centralismo adottato dal neonato Stato
italiano...
«Un’altra contestazione... Il processo risorgimentale trova solo difensori
istituzionali, mentre nello spirito pubblico domina la contestazione. Non è
però vero che l’Italia adottò subito e per principio una linea centralistica,
tutt’altro: nella primavera del 1861,
a immediato ridosso dell’unificazione, il ministro degli
Interni Minghetti presentò un progetto di legge che prevedeva un largo
decentramento ai comuni. Solo che cominciarono ad arrivare le notizie della
rivolta nelle province meridionali e si diffuse la consapevolezza,
immediatamente trasmessa dai prefetti, che il decentramento avrebbe restituito
il potere al notabilato borbonico. Fu per questo che Minghetti ritirò il suo
progetto, che fu sostituito da quello centralistico».
Ci fu un’ispirazione anticattolica, all’interno del processo
risorgimentale?
«Anche su questo punto si tende a esagerare. Sicuramente ci fu una
componente laicista, più o meno massonica – anche se va ricordato che la prima
loggia massonica in Italia fu fondata soltanto nel 1859 –, ma il fatto è che
nell’Europa dell’Ottocento il liberalismo era generalmente contiguo allo
spirito massonico. A unirli era la lotta contro la Chiesa, la quale a sua
volta non era certo una vittima e combatteva accanitamente contro il
liberalismo. La
Rivoluzione francese aveva prodotto una divaricazione tra la
libertà politica e la Chiesa,
tanto che l’affermazione delle istituzioni liberali – il parlamento, la costituzione
– passava necessariamente attraverso il conflitto con il papato. C’è stato un
momento drammatico, nella storia della Chiesa: non aver capito che lo spirito
illuministico, con il suo materialismo e la sua secolarizzazione, non era la
stessa cosa delle istituzioni liberali e delle istanze anti-assolutistiche».
Quale spazio rimaneva, allora, ai cattolici liberali?
«Si trovarono in un vero e proprio dramma storico: un Manzoni non poteva
essere a favore del parlamento o della fine del dominio austriaco su Milano,
senza essere scomunicato. E poi: vorrà dire pure qualcosa il fatto che lo
stesso Cavour abbia voluto morire assistito dai conforti religiosi, no? Lo
statista si era infuriato enormemente, tanto da arrivare a un accesso di
anticlericalismo, quando al suo amico morente Santarosa furono rifiutati i
sacramenti – gettando nella costernazione la sua famiglia, profondamente
cattolica – perché da ministro aveva appoggiato la politica liberale del
Piemonte. D’altra parte, dobbiamo sforzarci di comprendere anche la gravità del
problema che si trovava davanti il papa: gli si chiedeva di rinunciare a quello
Stato della Chiesa che gli era stato trasmesso da oltre un millennio di
predecessori. Era una responsabilità politica e religiosa non da poco, e si può
ben capire la resistenza di Pio IX. Nelle file del liberalismo italiano c’erano
molti cattolici, così come c’era sicuramente anche un gruppetto di tenaci
anticlericali, anche se assolutamente minoritario. Il problema era politico:
nel momento in cui si tentava di fare l’Unità, diventavano tutti anticlericali,
perché era l’unico modo per farla».
http://www.avvenire.it 25 Marzo 2010

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