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Rilanciamo la crescita e non solo il Pil

Sul tema della crescita, intesa in senso non puramente economico, ma anche come sviluppo e progresso

 

 

Sul tema della crescita, intesa in senso non puramente economico, ma anche come sviluppo e progresso sociale, in ambito europeo non si ragiona abbastanza e soprattutto non ci si impegna a sufficienza, a diversi livelli. Di crescita non si parla abbastanza, anche perché è difficile riattivarla quando si ferma – come succede oggi – e si cercano tutte le scuse possibili per cercare di prendere distanza dalle responsabilità.

La fuga dalla responsabilità a impegnarsi a riattivare la crescita è pervasiva, contagiosa, dilagante. La crescita finisce così per essere considerata come una variabile indipendente, sulla quale non si può influire. Un qualcosa che non dipende da noi, dalle nostre scelte ma da qualche altro fattore esterno, esogeno, come la congiuntura internazionale, l'allentamento dei vincoli europei o la ripresa del commercio internazionale. Cose lontane di cui nessuno si sente responsabile.

Tuttavia, adesso, governata e bloccata con successo la grande crisi finanziaria, occorre riattivare in tempi rapidi, in tutta Europa, un nuovo percorso sostenibile di crescita reale. La priorità numero uno nell'agenda della classe dirigente italiana, europea, globale deve essere quella di riavviare una fase di crescita sostenuta e sostenibile nel tempo. Una parte del mondo in realtà sta facendo la sua parte – Cina, India, Brasile e altri – ma non basta a compensare l'insufficiente capacità di reazione del mondo cosiddetto "sviluppato", che non sta facendo a sufficienza.

Come si misura la crescita oggi? È una misura adeguata? La crescita oggi è sostanzialmente misurata attraverso un indicatore riconosciuto internazionalmente che in italiano si chiama Pil (prodotto interno lordo) e in inglese Gdp (gross domestic product). È un numero che ha acquisito una forza straordinaria perché riduce la complessità dei fenomeni, permette confronti storici e orizzontali tra paesi diversi e aree del mondo diverse, ma contiene anche limiti gravi dei quali dobbiamo essere consci.

È un parametro importante e da mantenere, ma che dovremo integrare in vario modo se vorremo capire di più ed evitare di ripetere gli errori del passato. Tenendo soprattutto conto che nelle fasi storiche di grandi cambiamenti, eccedere in semplificazione fa perdere la capacità di comprendere i fenomeni in corso.

Al Pil si arriva secondo tre principali percorsi di calcolo che possiamo qui sommariamente riassumere:
- consumi più investimenti più esportazioni nette;
- somma dei valori aggiunti dei diversi comparti dell'economia;
- redditi da lavoro più redditi da capitale.
Con metodologie di aggregazione statistiche piuttosto articolate e complesse si arriva, per tutte e tre le strade, allo stesso numero magico.

Quali sono i problemi che stanno dietro il calcolo del Pil e che non possiamo ignorare se vogliamo avere un misuratore affidabile della crescita, anche a voler parlare solo di crescita economica?

Al di là delle numerosissime approssimazioni e stime nel calcolo che devono essere applicate per quantificare le diverse variabili, i principali difetti dell'attuale misura della componente economica della crescita attraverso il Pil sono i seguenti:


il Pil non dà valore al lavoro non retribuito, o meglio al tempo dedicato alla produzione di beni e servizi fuori dal circuito monetario dello scambio. Il lavoro dedicato all'autoproduzione, alla cura familiare di anziani e bambini, alla cura della casa, al volontariato non è valorizzato nel Pil; se lo fosse in un Paese come l'Italia potrebbe rappresentare anche un 50% di Pil aggiuntivo;

il Pil non tiene conto delle variazioni delle grandezze patrimoniali (risparmi, debiti, immobili). Il Pil non è assimilabile alla ricchezza nazionale: è un concetto di flusso, non di stock. Un aumento del Pil non coincide necessariamente con un aumento della ricchezza nazionale. La ricchezza del Paese può dunque risultare diminuita anche quando il Pil cresce o viceversa. Prendiamo per esempio il terremoto in Abruzzo. Pur avendo indiscutibilmente distrutto un importante patrimonio edilizio e infrastrutturale, il terremoto è stato registrato nelle statistiche del Pil soltanto per gli effetti negativi legati alla temporanea cessazione delle attività economiche locali e per gli effetti paradossalmente positivi legati alle cosiddette "spese difensive" che sono state occasionate per far fronte all'emergenza e alla mitigazione dei danni, spese che, assai più propriamente dovrebbero, invece, essere escluse da un indicatore di ricchezza. Un evento sicuramente catastrofico come un terremoto potrebbe quindi addirittura tradursi in un incremento complessivo del Pil;

il Pil non tiene conto del contenuto qualitativo di ciò che si produce: il valore aggiunto prodotto nell'economia di mercato non riesce a cogliere appieno e a misurare correttamente il fenomeno della crescente qualità incorporata nei prodotti (perché spesso non catturata dai prezzi di mercato). In secondo luogo risulta di difficile quantificazione il valore dei beni e la qualità dei servizi erogati - a prezzi non di mercato - dalla pubblica amministrazione (che infatti vengono valorizzati al costo di produzione); 

il Pil include il contributo dell'economia sommersa - che da sola vale circa il 20% del Pil - ma ne fornisce una valorizzazione molto incerta e solo stimata. Non include infine l'economia illegale.

Oggi la performance di un Paese, di una classe politica o dirigente in generale, viene - alla fine - sintetizzata in questo numeretto tanto importante quanto impreciso, che approssima la crescita economica ma che confonde qualità con quantità, rende addirittura fuorvianti taluni confronti (è come se nel valutare la gravità di uno stato febbrile non tenessimo conto dell'età o della costituzione fisica del malato) e riduce la società ad economia.

Se per crescita intendiamo un concetto non solo economicistico, ma più vicino a benessere, sviluppo, progresso, allora evidentemente dovremo dotarci di un insieme di indicatori molto più articolato. Questa è una sfida culturale in corso sulla quale molte energie intellettuali e numerose istituzioni di livello internazionale si stanno esercitando, senza ancora aver trovato soluzioni alternative al Pil davvero convincenti. Anche perché - ovviamente - le connotazioni culturali di benessere, sviluppo, progresso, possono essere molto distanti nei diversi contesti culturali.

A voler trovare alcuni punti sui quali tutti i gruppi attualmente al lavoro si trovano abbastanza d'accordo, questi sono alcuni dei principali:

la misura della crescita deve tener conto della qualità e dell'accesso all'istruzione, della qualità e dell'accesso ai servizi sanitari, della qualità della giustizia e dei servizi pubblici in generale per determinarne il valore effettivo e dunque il vero contributo di tali servizi al benessere dei cittadini;

la misura della crescita deve tener conto della equità con cui la ricchezza è distribuita come della sostenibilità finanziaria e ambientale che sta dietro ai processi di crescita in corso;
la misura della crescita deve tener conto di fattori difficili da calcolare, ma non meno importanti dei precedenti come la qualità dei rapporti sociali, la tutela dei diritti, il tasso di criminalità, il livello di partecipazione democratica e molto altro ancora.

È chiaro che questi discorsi portano lontano e ci vuole una visione culturale di ampio respiro e non solo un'adeguata tecnica economico-statistica per affrontarli. E questa è una delle sfide ambiziose che spero voi saprete raccogliere.

Il peggiore degli errori sarebbe però quello di buttar via il Pil e infilarsi in un sistema di mille indicatori eccessivamente complicati, non gerarchizzati e non confrontabili internazionalmente. Altro errore sarebbe quello di favorire la tendenza in vari Paesi a "scegliersi" gli indicatori - tutti ne hanno di positivi - per convincere e convincersi che in fondo le cose vanno meglio di quanto sembri. Autoconsolarsi e non confrontarsi è quasi sempre un esercizio pericoloso.

Tra il Pil "über alles" e i mille indicatori paralizzanti c'è una via di mezzo? Credo di sì.

Il Pil va certamente mantenuto, imparando però a conoscerne ed evidenziarne meglio le diverse componenti. Organismi come l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) potrebbero ricevere il compito di integrarne progressivamente le formule per colmare i principali buchi del calcolo del Pil sul fronte più strettamente economico, finanziario, patrimoniale. Garantendo confrontabilità storica e orizzontale tra Paesi.

Da subito dovremmo accompagnare però il Pil almeno con un altro super indicatore che diventi un secondo misuratore riconosciuto della performance di tutti i Paesi e quindi delle rispettive classi dirigenti. A questo fine proporrei di utilizzare il numero di posti di lavoro. Anche su questo concetto ci sarà da intendersi per trovare misure condivise e comparabili, ma la creazione di lavoro è talmente importante e dal lavoro dipendono talmente tante altre variabili importanti, che in questo campo prima di qualsiasi altro cercherei di introdurre questo meta-indicatore, complementare al Pil. Se anche ci fosse ripresa ma continuassimo a perdere posti di lavoro, che ripresa sarebbe? Certo non potremmo mai accontentarci di una jobless recovery, di una crescita senza occupazione.

E poi, con determinazione e pazienza, si potrebbero aggiungere progressivamente altri indicatori semplici, trasparenti e confrontabili, per mettere attenzione sulle altre aree chiave del benessere sociale che costituiscono la responsabilità di tutte le classi dirigenti.

L'articolo di Corrado Passera è un estratto della lezione inaugurale che il Ceo del Gruppo Intesa Sanpaolo terrà domani all'Imt, l'Institute for advanced studies di Lucca.
L'inaugurazione si svolgerà nel Complesso di San Francesco della Cappella Guinigi, (via della Quarquonia, 1 - ore 14,30).
L'Imt, guidato dal direttore Fabio Pammolli, è un istituto di ricerca internazionale, una graduate school dedicata alla selezione e alla formazione di élite professionali e di competenze destinate alle istituzioni, al sistema delle imprese e al territorio.

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