Riconoscere la buona fede. E`questo il giusto inizio
La riflessione suggerita dalla filosofia morale
È troppo facile essere cattivi parlando del buonismo. A ben vedere, infatti, se cedessimo a questa tentazione finiremmo per avallare un gioco fin troppo scontato. Sarebbe un gioco in cui i termini in questione – l’alternativa tra chi fa il buono e chi mostra le unghie – risultano ambedue soluzioni da evitare.
Mi spiego meglio. Il buonismo si contrappone programmaticamente, come atteggiamento uguale e contrario, all’aggressività sovente usata nel presentare le proprie opinioni, alla violenza fin troppo spesso esercitata nell’imporre le proprie idee. E certamente può essere efficace assumere toni mansueti, deboli, indifesi. Ben sapendo, come diceva Proust, della grande forza che proprio sotto un’ostentata debolezza molto spesso si cela.
In questo caso l’ostentazione della propria bontà anche nei confronti di chi ci sta attaccando – perché in ciò sta appunto la differenza tra l’essere davvero buoni e il dar mostra di buonismo – risulterebbe una semplice copertura. È il buonismo strumentale: usato ad esempio per differenziarsi da quelli che urlano – di solito la maggioranza – parlando piano. Comportarsi così significa fare come il leone, che modula il suo vocione e indossa una pelle di pecora. Ma solo per poter colpire meglio l’avversario.
C’è poi un buonismo anch’esso strumentale, ma in un altro senso. È l’atteggiamento di chi è buono per moda. Per moda, non già per convinzione. Lo è in quanto ritiene che manifestare mansuetudine e benevolenza il più delle volte paghi. O perché chi si comporta così vive in un contesto in cui queste attitudini sono considerate un valore, o perché ha già sperimentato che in tal modo si ottiene di più che attraverso una prova di forza. È esperienza quotidiana l’incontro con persone che cercano di esercitare il loro potere presentandosi come indifese e deboli: sollecitando cioè la nostra reale bontà a fronte del loro apparente buonismo.
Certo: saremmo ben giustificati se dicessimo che di questi atteggiamenti, oggi, non ne possiamo più. Così come non ne possiamo più di un certo lessico “politicamente corretto”, ma sostanzialmente ipocrita, che risulta ancora molto diffuso. Non solo perché, con l’uso, esso si è rivelato per quello che è: velleitario e ipocrita, appunto. Ma soprattutto perché, come dicevo all’inizio, il buonismo, nelle varie forme che lo possono caratterizzare e nei vari modi in cui può strumentalmente configurarsi, rientra nello stesso gioco di chi usa i discorsi per imporre con la forza il suo punto di vista.
Infatti è questo l’elemento comune delle due posizioni, all’apparenza opposte, che sto esaminando: sia l’espediente del buonismo che l’esplicita aggressività altro non sono che modi d’imporre le proprie opinioni. Questo è il punto. In entrambi i casi si dà per presupposto che nella discussione siano in gioco solamente opinioni. Che il dibattito sia uno scontro di forze. Nel quale chi parla deve solamente prendere il sopravvento sull’altro con tutti i mezzi. Rinunciando però a trovare un accordo sulle cose. Rassegnandosi a non poter dire più qualcosa di vero.
“Verità”, direbbe il filosofo, è un termine che ha molti significati. Senza dubbio. Ma un conto è parlare di qualcosa cercando di prendere il sopravvento sull’interlocutore: assalendolo con la violenza delle parole o atteggiandosi a vittima. Un conto, invece, è avere rispetto non solo per lui, ma soprattutto per le cose di cui si sta parlando. Cercando appunto di dire la verità su di esse.
Per far questo bisogna essere in buona fede. E bisogna essere disposti a riconoscere la buona fede anche degli altri. La buona fede è proprio il contrario di ciò che, nelle sue varie forme, esprime il buonismo. Prendiamo congedo, allora, da questo atteggiamento. Anche a costo di diventare un poco più cattivi. Purché, almeno, diciamo la verità. Purché sollecitiamo gli altri a dirla. Impietosamente.

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