Ricchi o poveri, se la statistica non è realtà
Commentando i dati ISTAT sulla povertà assoluta.
Impoverimento del ceto medio, aumento delle disuguaglianze, penalizzazione del lavoro dipendente: sono tutti concetti entrati di prepotenza in quella che è la percezione diffusa dello stato della società italiana. Analisi politiche, inchieste giornalistiche, rivendicazioni sindacali battono su questi tasti. Poi arrivano i numeri e non se ne trova conferma, se non in minima misura. E allora o le statistiche non rappresentano la realtà oppure la realtà è diversa da come viene descritta.
Nei giorni scorsi la Banca d'Italia, in un'audizione al Senato, ha sostenuto che negli ultimi 15 anni, stando ai dati in suo possesso, non c'è stato un impoverimento delle famiglie. Il reddito è aumentato pochissimo in termini reali, e ancora meno al netto del prelievo fiscale. Ma non è diminuito. Si tratta però di una media che risulta da un (leggero) peggioramento di operai e impiegati (compresi quadri e insegnanti) e da un (leggero) miglioramento di autonomi, dirigenti e pensionati. Secondo la nuova indagine sulla povertà assoluta dell'Istat, inoltre, la quota (4,1%) delle famiglie che non riescono ad acquistare i prodotti e i servizi necessari per un'esistenza dignitosa non è aumentata dal 2005 al 2007.
La Banca centrale premette che nei confronti internazionali i livelli di povertà e disuguaglianza italiani sono elevati. E fa presente che questi dati provengono da indagini campionarie, non da statistiche vere e proprie. È noto anche che quando si parla di reddito o di patrimonio le risposte ai questionari tendono a essere abbastanza inaffidabili. Ma le metodologie sono allineate alle migliori prassi internazionali. E i risultati non si discostano da quelli di altri Paesi.
«Non vi è evidenza, nei dati campionari sulla distribuzione dei redditi, di un aumento della disuguaglianza, di un assottigliamento dei ceti medi o di un impoverimento delle famiglie. La distribuzione presa nel suo complesso appare piuttosto stabile», ha detto al Senato Andrea Brandolini della Banca d'Italia. Contraddicendo la diffusa sensazione che il tenore di vita di gran parte della popolazione sta regredendo. Poche settimane fa il direttore del Censis Giuseppe Roma, che pure ha una visione più sociologica del problema, era arrivato alle stesse conclusioni, aggiungendo che semmai la vera sperequazione sta nella distribuzione della ricchezza, immobiliare e finanziaria.
Ma allora da dove nasce questo malessere? Che cosa c'è all'origine delle periodiche ondate di protesta? Perché le campagne sull'impatto dell'euro o sugli stipendi falcidiati hanno tanto successo nell'opinione pubblica? Probabilmente la risposta sta in una realtà che ha mille sfaccettature e che le statistiche o le indagini campionarie faticano a cogliere appieno. Per esempio, è evidente a tutti che il livello dei prezzi è diverso al Sud e al Nord, così come è diverso tra una metropoli e un piccolo Comune. Nell'indagine sulla povertà l'Istat, per la prima volta, ne ha tenuto conto con il risultato che il numero delle famiglie povere al Nord è risultato superiore a quello che sarebbe stato se fosse stato utilizzato il livello medio dei prezzi. Sembra banale affermare che vivere con 1.500 euro al mese non è la stessa cosa a Milano e a Pozzallo, a sud di Ragusa. Eppure il principio fatica a entrare nelle regole che governano la contrattazione salariale. E non è generalmente accettato quando produce conseguenze concrete perché giudicato discriminatorio.
Resta inoltre irrisolto, purtroppo anche per il fisco, il mistero del reddito dei lavoratori autonomi: quello che si attribuisce a molti tra professionisti, commercianti e piccoli imprenditori non si addice al loro tenore di vita. E il confronto alimenta la sensazione di impoverimento dei lavoratori dipendenti.
C'è dunque una parte della classe media che "si sente" in crisi, più frustrata nelle sue aspettative di miglioramento che davvero penalizzata dall'erosione del reddito. Sperimenta sulla sua pelle gli effetti della stagnazione dell'economia italiana. E vede intorno a sé altri gruppi sociali che, sfruttando rendite e posizioni monopolistiche (i «topi nel formaggio» come li definì Paolo Sylos-Labini), ne sono al riparo e vivono meglio. Il solo modo per alleviare questo malessere, che con la crisi è destinato ad acuirsi e che non va trascurato se non si vuole che ne risenta il dinamismo del sistema produttivo, è tornare a crescere. A un ritmo che non allontani l'Italia dal gruppo dei Paesi con cui tradizionalmente si confronta.
http://www.ilsole24ore.com - 24 aprile 2009
Istat, La povertà assoluta in Italia nel 2007
<http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20090422_01/testointegrale20090422.pdf>
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