Resistenza e deriva democratica dei tempi moderni.
Intervento di mons. Gianfranco Bottoni alla cerimonia in memoria dei partigiani caduti nella lotta di liberazione - Campo della gloria del cimitero Maggiore di Milano -
La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci
interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che
Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a
questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così
turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta
senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me
facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella
propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei
tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la
speranza.
È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso
delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano.
Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra
signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa
tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece
in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità
pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità,
l’Italia si è sempre ritrovata con la “questione democratica” aperta e
irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla
morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione
repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che,
per quanto segnata dal noto limite politico di una “democrazia
bloccata” (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità
popolare.
La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni
favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità
popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la normale fisiologia di una
libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche
nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a
poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui
contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che
l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad
indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio,
contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti;
illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei
mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire
incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse;
alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più
capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della
governabilità a scapito della funzione parlamentare della
rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore
dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale;
sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi
statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di
imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati;
devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso
corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della
trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai
più diversi appetiti…
Di questo degrado che indebolisce la
democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da
colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la
valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire
di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a
questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica
delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili
diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono
del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della
democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva
“eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
Fascismo
di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma
hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è
democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può
persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede
di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista” ogni
forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni
denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia
affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica
mondiale.
Il senso della realtà deve però condurci a prendere
atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e
recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli
ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e
democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi,
alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai
sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva
dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria
una politica nuova e intelligente.
Ci attendiamo non una
politica che dica “cose nuove ma non giuste”, secondo la prassi oggi
dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete
“cose giuste ma non nuove”. È invece indispensabile che “giusto e
nuovo” stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di
dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e
rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel
costruire libertà e democrazia, giustizia e pace.
Solo così,
nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza
cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero
dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La
fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e
dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la
speranza umana per l’oggi della storia e per il suo prossimo futuro.
Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente
qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le
donne e gli uomini di buona volontà.
Vorrei che l’appello si
rivolgesse in particolare a coloro che, nell’una e nell’altra parte dei
diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e
l’opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della
democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e
dell’etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia - e, per chi
crede, dinanzi a Dio - avete la responsabilità di fermare l’eutanasia
della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là
della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e
rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è
tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso
profilo.
L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto
per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come
uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva
delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie
battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della
Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che
insieme vogliamo “libera e democratica”.

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