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Resistenza, com’è triste doverla ancora difendere

Tanti politici oggi al potere cercano di falsificare la Resistenza per intaccare la Costituzione che è nata anche e soprattutto da essa.

 

 

Da anni, ormai, il 25 aprile siamo costretti a ripetere le stesse cose, a esprimere il fastidio di dover difendere, dinanzi a tante becere denigrazioni, la Resistenza quale fondamento e Dna della nostra Italia. Credevamo fosse una realtà tranquillamente acquisita dalla nostra storia. Una realtà da ricordare senza enfatiche celebrazioni, senza alcuna necessità di anacronistiche dichiarazioni antifasciste e senza astio nei confronti del fascismo stesso, fenomeno nefasto e doloroso che era stato doveroso combattere, che andava capito nelle cause che l'avevano generato. Andava condannato nelle sue infamie (dalle violenze squadriste al regime liberticida, dalle leggi razziali all’irresponsabile entrata in guerra), ma anche valutato in alcuni suoi aspetti positivi e rispettato in quei suoi fermenti che avevano indotto pure spiriti generosi a credere in esso.
Non avremmo mai creduto di dover tornare indietro, a ribadire l'antifascismo. Riconoscere che la Resistenza è alla base della nostra vita civile non significa mitizzarla retoricamente, come è stato certo fatto in passato. Sapevamo benissimo che essa, da sola, non ci avrebbe certo liberato dalla Germania nazista, la quale da sola è stata a un soffio dal vincere il mondo intero, nonostante il peso dell'alleanza con l'Italia fascista, che spesso— nonostante il valore dei nostri soldati, che in Russia hanno salvato l'onore italiano — ha costretto i tedeschi a correre in nostro aiuto, come quando la nostra disastrosa campagna di Grecia li aveva obbligati a ritardare l'attacco all'Unione Sovietica, cosa che forse ha avuto un ruolo nel portarli alla disfatta di Stalingrado anziché alla vittoria.
Rispettavamo la buona fede di chi, in quel momento di caos, aveva creduto di dover restar fedele all'alleanza con la Germania, come un mio carissimo cugino, che ho ricordato tante volte, morto a 18 anni volontario nelle milizie di Salò. Non mi considero certo migliore di lui, anche perché già la mia età di allora (avevo 4 anni) mi avrebbe comunque impedito di commettere il suo errore — che resta un errore, perché, se la bandiera per la quale egli è morto avesse vinto, il mondo sarebbe divenuto Auschwitz.

Sapevamo che la Resistenza comunista, quella più efficace e quella che ha pagato un alto prezzo di sangue, mirava a un altro totalitarismo, ma la caduta del fascismo, dovuta al sacrificio di uomini di fedi diverse, ha portato alla nostra democrazia, alle libertà di cui godiamo e che sono debitrici di quella buona battaglia. Conoscevamo gli imperdonabili crimini compiuti in nome della Resistenza e non solo nel triangolo emiliano; era fra l'altro facile conoscerli a Trieste, dove la liberazione dall'incubo nazista (con la sua Risiera, l'unico lager di sterminio istituito in Italia) aveva coinciso con l'incubo dell'occupazione titoista e delle sue violenze. Ne parlavamo — ad esempio delle foibe— quando ciò non interessava nessuno, perché non costituiva un'arma nella nuova lotta politica, e quando molti di coloro che più tardi hanno tuonato contro quei crimini tacevano e suggerivano al loro partito, il Partito comunista che iniziava a cambiare, di tacere, per opportunismo politico. Ci illudevamo che quelle lacerazioni dell'Italia fossero alle nostre spalle, oltre il rogo ove non va ira nemica, proprio perché quei partigiani insorti nel Nord prima dell' arrivo degli Alleati avevano mostrato al mondo che l'Italia voleva essere libera, pronti a morire per questo, come ha ricordato l'altro giorno sul Corriere Corrado Stajano. E’ questa tranquilla consapevolezza della Resistenza non quale trionfante oleografia gloriosa, bensì quale drammatica, contraddittoria e fondamentale pietra angolare della nostra Italia democratica che può permettere un'autentica e non ipocrita o strumentale conciliazione. Rendendo omaggio alla passione dei vinti di allora, Ferdinando Camon, in un articolo sul Piccolo, ha sottolineato— senza alcuna retorica né faziosità e grazie a questo umanissimo rispetto degli avversari di allora— che è la Resistenza il fondamento indiscutibile della nostra vita civile.

Questa serena, pacifica acquisizione è ora lividamente contestata, come ha notato Sergio Romano sul Corriere, non tanto dagli avversari di ieri, quanto dai nuovi antipatrioti di oggi, parvenus dell'attuale regressione. Se la strumentalizzazione retorica della Resistenza nel dopoguerra era falsa e insopportabile, ora lo è— altrettanto e di più— non tanto la sua contestazione, quanto l'untuoso revisionismo col quale i politici oggi al potere cercano di falsificare la Resistenza per intaccare la Costituzione che è nata anche e soprattutto da essa. Proprio un ritocco dei punti ritoccabili della Costituzione, ossia un momento di necessari cambiamenti, esige quale premessa la forte coscienza di ciò che, nel mutamento, ha da restare intoccabile ossia di quei principi che senza la Resistenza non avrebbero potuto essere affermati. Se c'è una cosa che non vorremmo, è dover ripetere parole d'ordine antifasciste, che speravamo mai più necessarie. Ma è possibile che, a malincuore, dovremo farlo, così come è tristemente probabile che l'anno prossimo, nella ricorrenza dei centocinquant'anni di storia d'Italia, i livori degli aggressivi campanilismi ci costringeranno a ripetere gli elogi di Garibaldi e di Cavour.

Nel suo articolo sul Corriere inoppugnabilmente equanime e obiettivo, Sergio Romano ci raccomanda di tenerci stretto il 25 Aprile. È giustissimo, ma è anche triste doverlo fare, perché preferiremmo non dover fare tanta attenzione ai borsaioli che ce lo vogliono portar via.

 

http://www.corriere.it  26-04-2010

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