Rendiamo eterno il presente per paura del futuro
L’antropologo francese parla del «nontempo» che caratterizza la nostra epoca e dei rischi di una società globale divisa in classi che ci porterà verso una pericolosa «oligarchia planetaria» piena di disuguaglianze.
Già Directeur d’études presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, dopo aver contribuito allo sviluppo delle discipline africanistiche ha elaborato un’antropologia della pluralità dei mondi contemporanei attenta alla dimensione rituale del quotidiano e della modernità. Ha inoltre focalizzato la sua attenzione su una serie di esperienze contemporanee che attraversano la progettazione urbanistica, le forme dell’arte contemporanea e l’espressione letteraria. Tra le sue opere tradotte di recente: «Rovine e macerie» (Torino 2004); «Perché viviamo» (Roma 2004); «Tra i confini. Città, luoghi, interazioni» (Milano 2007); «Il mestiere dell’antropologo» (Torino 2007); «Il bello della bicicletta» (Torino 2009); «Il metrò rivisitato» (Milano 2009); «Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al nontempo» (Milano 2009). È componente del Comitato Scientifico del Consorzio per il festivalfilosofia.
L’antropologo francese parla del «nontempo» che caratterizza
la nostra epoca e dei rischi di una società globale divisa in classi che ci
porterà verso una pericolosa «oligarchia planetaria» piena di disuguaglianze. «Non
esiste una “questione Rom”, ma una cattiva accoglienza dei Rom. Quanto alla
multietnicità è un fenomeno naturale»
L’ultimo suo appuntamento italiano è stato il Festival della Filosofia svoltosi
il mese scorso a Modena Carpi e Sassuolo. Ma non sono i «luoghi» a interessare
Marc Augé, e neanche il tempo... Al «nonluogo», il neologismo da lui coniato
nel ’92, ha ora aggiunto il «nontempo», ovverosia il presente eterno che
caratterizza questa nostra epoca recente. Abbiamo incontrato il celebre
antropologo francese in un nonluogo e nel nontempo per chiedergli uno sguardo
sulla costruzione di un’Europa multietnica, sulle attuali reazioni di xenofobia
che Francia e Italia hanno in comune e sul tema della diversità.
Professor Augé, cominciando dal presente, che fine ha fatto l’idea di
uguaglianza nella società contemporanea?
«A livello globale c’è più ricchezza, ma non funziona il meccanismo di
redistribuzione e il divario tra ricchi e poveri sta aumentando in modo
vertiginoso. La società globale verso cui andiamo è irriducibilmente divisa in
classi. Non puntiamo, perciò, verso una “democrazia planetaria”, come pensa
Fukuyama, bensì verso una “oligarchia” planetaria... Con il rischio di una
disuguaglianza inimmaginabile oggi, perché riguarda soprattutto la conoscenza,
tra quelli che saranno alla punta del sapere e quelli chiusi in una permanenza
del non sapere».
Ma c’è ancora un futuro, visto che nel suo recente libro «Che fine ha
fatto il futuro?» parla del «nontempo» che sarebbe davanti a noi?
«Oggi c’è una sorta di ideologia del presente, si parla molto meno del
“tempo”. Siamo accerchiati da strumenti di comunicazione che ci bombardano di
messaggi e di immagini. C’è una istantaneità che, combinata alla sovrabbondanza
visiva, dà l’impressione di essere rinchiusi dentro una specie di presente
“artificiale”, eterno».
Dalle sue parole sembra che siamo condannati all’«eterno ritorno
dell’uguale» di nietzschiana memoria...
«È solo una impressione, che corrisponde alla nostra paura del futuro.
Anche se la storia e la scienza vanno avanti velocemente, c’è come una sorta di
rifiuto del presente. Abbiamo la coscienza che il pianeta è fragile, i nostri
sogni di benessere non si realizzano, non c’è uguaglianza sociale e la storia è
violenta. Ne sembriamo sorpresi, allorché la storia è sempre stata violenta».
Come spiega che, nonostante il suo tragico passato di nazismo e
fascismo, in Europa stiano riapparendo discorsi e atti xenofobi?
«C’è una crescita dei movimenti di estrema destra in Europa occidentale e
nei paesi ex comunisti, come avevo già segnalato anni fa. L’Occidente ha una
sua reazione di paura, ma non è l’unica, anche altri sono violenti. Ci sono
ideologie mortifere nell’ombra, situazioni di tensione che purtroppo possono
essere facilmente strumentalizzate».
A questo proposito, esiste una reale «questione Rom» o è una
costruzione mediatica e politica?
«Non c’è un “problema Rom”, ma una questione di cattiva accoglienza dei
Rom. Le strutture abitative non sono all’altezza, non hanno nemmeno decenti
connessioni energetiche di base. Invece ci sarebbero cospicui finanziamenti
europei per creare una degna politica di integrazione, ma essi sono
sottoutilizzati e persino non utilizzati dai governi. D’altro canto, è una
questione fittizia, dal momento che i rumeni sono comunitari, liberi di tornare
quando lo desiderano, e che in Francia, i due terzi della cosiddetta “gente del
viaggio” sono cittadini francesi. L’argomento, almeno nel mio Paese, è
bassamente elettorale, in vista delle prossime elezioni».
Ma in Europa c’è, in generale, un attacco all’essere umano diverso,
all’immigrato...
«L’Europa è cambiata molto con l’immigrazione, è in corso un inedito
rinnovamento della popolazione. Basta scendere nella metro parigina e la
multietnicità salta agli occhi. Ma solo quando ci sono crisi o incidenti, si
parla, e in termini negativi, della diversità... Quando invece si potrebbe
riconoscere come essa sia “accaduta” in modo del tutto naturale e con una
positività dei nuovi rapporti interculturali. Non sono convinto, d’altronde,
che il fenomeno di rifiuto del diverso sia maggioritario».
Con questi presupposti, quale rivoluzione culturale e politica è
auspicabile?
«L’espressione “rivoluzione culturale” è troppo connotata storicamente.
Fermo restando che la nozione di cultura e quella di rivoluzione dovrebbero
essere sinonimi. La cultura dovrebbe essere sempre critica se non
rivoluzionaria. La cultura non è lo specchio dell’esistente ma la sua disamina,
la sua messa in causa; dovrebbe essere attenta, vigile. La cultura non è
apolitica. E la politica, come la morale, dovrebbe ispirarsi alla scienza, che
è il contrario della ideologia: fondarsi sullo stesso spirito della ricerca,
prospettare ipotesi, cercare soluzioni anche provvisorie, formulare idee nuove,
senza basarsi sui modelli del passato. Per questo faccio anzi l’elogio del
futuro».
intervista di Flore
Murard-Yovanovitch
l'Unità, 7 ottobre 2010

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