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Ralf Dahrendorf, il sociologo che amò le virtù della politica

Questo testo è stato pronunciato da in occasione degli ottanta anni di Ralf Dahrendorf. È stato pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il due maggio scorso.

Con un senso di patriottismo per me inconsueto vorrei ricordare che prima di vivere a Londra e a Oxford, Ralf Dahrendorf ha avuto una vita precedente in Germania: un mondo parallelo dove rimane di lui un’eco tuttora molto viva e presente. Di fatto quest’intellettuale, autore erudito e acuto pubblicista, che a più riprese ha formulato analisi diagnostiche del tempo in cui viviamo, non ha mai veramente lasciato la Germania. E solo nel momento in cui è diventato Lord ci siamo visti costretti a prendere atto del collaterale percorso britannico di questo docente di sociologia, già tanto presente nella sfera internazionale.

Peraltro, non è stato il mondo anglofono a conferirgli per primo la sua notorietà. Quando ci incontrammo per la prima volta, 54 anni fa, Dahrendorf era già un astro nascente. Nel lontano 1955 Helmut Schelsky invitò ad Amburgo un gruppo di giovani e promettenti sociologi. Io ero presente solo in veste di giornalista, incaricato di descrivere per la Frankurter Allgemeine Zeitung le attività di questa giovane schiera. Quel convegno chiamò a raccolta la maggior parte dei sociologi della nostra generazione, che in seguito si sarebbero fatti un nome. In quello che in una visione retrospettiva della vecchia Repubblica Federale Tedesca appare come un circolo di illustri studiosi, un giovane di Saarbrücken emergeva con notevole distacco su tutti gli altri. Questo pensatore dalla mente brillante, che all’arte dell’ermeneutica aveva preferito la chiarezza nella costruzione di tipologie ideali di particolare incisività, attirò ben presto l’attenzione, non solo per la sua straordinaria eloquenza ma anche per un atteggiamento alieno da ogni compromesso, che fin da allora gli conferiva autorevolezza. A farlo emergere tra i suoi colleghi era la fiducia in se stesso e nella sua posizione d’avanguardia, quella sua disponibilità a lasciar cadere vecchie formule per dare spazio al nuovo.

Si era colpiti innanzitutto dalla precocità della sua carriera. Laureato in filosofia e studi classici, a soli 26 anni era già libero docente, dopo aver scritto una tesi di dottorato su Marx e ottenuto alla London School of Economics il PhD in sociologia – un titolo che a quei tempi ci appariva esotico. Subito dopo divenne il più giovane professore di ruolo dell’università di Tübingen. Ma ciò che gli valse il rispetto dei colleghi fu soprattutto la sua competenza e familiarità col pensiero sociologico del mondo anglofono, così come la sua posizione critica nei confronti di Talcott Parsons, cui contendeva il passo all’avanguardia della ricerca: un autore allora in primo piano sulla scena internazionale, che noi studenti degli ultimi banchi ancora dovevamo leggere.

Il senso della sua critica era chiaro: i conflitti di classe, in ultima istanza sempre radicati nei rapporti di potere, sarebbero trainanti per gli sviluppi sociali; e in quanto tali sono da considerarsi auspicabili. Dunque, più che a risolverli, si dovrebbe tendere a istituzionalizzarli e ad affrontarli in forme civili. Negli anni 1950 e all’inizio degli anni 1960 fu Dahrendorf a stabilire i termini dei nostri dibattiti internazionali. Senza di lui, in Germania non vi sarebbe stata la discussione sulla teoria dei ruoli, e neppure la celebre disputa sul positivismo. I suoi primi libri, in particolare Class and conflict in the industrial society (1957), Homo sociologicus (1961) e Gesellschaft und Freiheit (Società e libertà) (1961) sono ormai dei classici; e contengono già le due ipotesi centrali che sono alla base del percorso intellettuale seguito da questo pensatore liberale per tutto il corso della sua vita, con ammirevole tenacia.

La prima di queste ipotesi contrapponeva Kant e Max Weber a Rousseau, mentre il bersaglio non dichiarato era Marx: in base ad essa le disuguaglianze sociali non si spiegherebbero in primis in termini di distribuzione diseguale della proprietà, ma risulterebbero dalla necessità di applicare sanzioni per imporre il rispetto di comportamenti sociali rispondenti alle norme. Le disuguaglianze sarebbero dunque il prodotto collaterale di una struttura di potere intrinseca alla società in quanto tale. La seconda ipotesi, rivolta alla socialdemocrazia classica, giustifica il mercato come il meccanismo centrale di diffusione della libertà: l’uguaglianza giuridica garantita dalla cittadinanza democratica dovrebbe essere letta innanzitutto come parità di opportunità, e non come concetto generatore di rivendicazioni; quanto meno, in caso di conflitto, la libertà della privata ricerca della felicità dovrebbe pesare sulla bilancia più del fardello della disuguaglianza sociale. Ma ovviamente Durkheim non è del tutto dimenticato: se la vita sociale fosse ridotta solo alle varie opportunità tra cui poter scegliere più o meno razionalmente, la coesione sociale correrebbe un grave pericolo.

Benché la tendenza anti-utopistica del moderato liberalismo di mercato (con tutti i suoi risvolti egualitari e democratici) fosse in netto contrasto con le mie vedute, ero conquistato dalla passione con cui Dahrendorf sosteneva le tradizioni politiche dell’Illuminismo. Facendo appello alla coscienza dei suoi connazionali, egli sosteneva che tendenzialmente i problemi della Germania sono sempre stati nazionali e sociali, più di quelli liberali e democratici delle nazioni all’avanguardia delle libertà. Il suo libro Società e democrazia in Germania, pubblicato nel 1965, è probabilmente l’opera che ha avuto il maggiore impatto sulla mentalità politica della popolazione tedesco-occidentale, nel suo lungo cammino verso una democrazia che solo nel corso dei primi tre o quattro decenni del dopoguerra è riuscita a spogliarsi dei residui di tradizioni autoritarie.

Dahrendorf ha sempre inteso la sociologia come teoria sociale; e non ha mai rinunciato, anche nel mezzo di un processo sempre più accelerato di crescente complessità sociale, a utilizzare le sue conoscenze professionali come strumento per aggiornare via via la diagnosi di una modernità in continua evoluzione. A un dato momento, la sociologia ha ereditato dalla filosofia il compito di «cogliere nel pensiero il proprio tempo». E tuttavia la maggior parte dei sociologi ha ormai largamente abbandonato l’interpretazione classica di questa disciplina. Oggi, qualunque sociologo che voglia attenersi al compito di fornire orientamenti e dare un contributo alla concezione complessiva che una società ha di se stessa è chiamato a giustificare il proprio operato. Ma per quanto lo riguarda, Dahrendorf ha sempre portato avanti la sua attività accademica come "homo politicus", vivendo, pensando e scrivendo dalla posizione privilegiata conferitagli dalla sua esperienza: quella di una generazione di tedeschi che non poteva non prendere posizione a fronte della svolta epocale del 1945.

A questo riguardo, l’ultimo libro di Dahrendorf, Versuchungen der Unfreiheit, Tentazioni della illibertà del 2006, (tradotto da Laterza con il titolo Erasmiani, ndr.), è illuminante. Prendendo ad esempio un gruppo di eroi post-eroici, egli sviluppa in questo testo un’etica della virtù politica. Non cercherò di stabilire quanto sia convincente la selezione degli eroi della sua galleria, né fino a che punto le virtù di questi osservatori incorruttibili ancorché impegnati risultino entusiasmanti. Ciò che più mi interessa è il formato che il sociologo Dahrendorf ha conferito alla sua etica della virtù; e il modo in cui descrive la storia delle giustapposte mentalità politiche di una specifica generazione, quella dei nati tra il 1900 e il 1919, descritta da Ernst Glaeser nel suo celebre romanzo Jahrgang 1902 (Classe 1902). Il protagonista di questo romanzo rappresenta la «generazione degli irriducibili», da cui vennero reclutati, negli anni 1920 e 1930, gli elementi più attivi e coriacei dei maggiori movimenti ideologici di quel periodo. In altri termini, il romanzo presenta una figura di militante antitetica alle icone liberali di Dahrendorf – personalità come Aron, Popper, Berlin, che a differenza di molti intellettuali hanno mantenuto le distanze dai movimenti totalitari, sia di destra che di sinistra. Ovviamente, il testo di Dahrendorf non lascia dubbi sul carattere esemplare di quest’ultima posizione. È stato l’amore della libertà a immunizzare questi pensatori dalle tentazioni del secolo dei totalitarismi.

Colpisce però un’omissione dell’autore. Indipendentemente dalla direzione nella quale abbia marciato o meno la generazione dei nati nel 1902, per un certo aspetto essa è cresciuta in circostanze simili a quelle di chi, come lo stesso Dahrendorf, è nato nel 1929. Gli uni e gli altri avevano 11 o 12 anni all’inizio, e 15 o sedici alla fine di una delle due grandi guerre del secolo. Più delle rispettive posizioni sulle vicende del loro tempo, a determinare in maniera tanto drastica il profilo politico di quelle due generazioni, è stato il carattere provocatorio degli eventi stessi a sfidarli, spingendoli a prendere posizione. Nel suo libro, Dahrendorf non si sofferma sulla propria generazione, più fortunata, meno soggetta a quelle tentazioni; ma anche in assenza di un confronto esplicito, i paralleli, e più ancora le evidente differenze hanno certamente inciso sul suo modo di vedere la scorsa generazione di intellettuali, costretti a mettersi alla prova e rischiare di sbagliare tutto.

La generazione successiva è stata al riparo dalla tentazione totalitaria e dal rischio di errori tanto estremi. In quelle circostanze, molti di noi potevano certo essere tentati a giostrare senza sforzo tra le costellazioni del passato, per identificarsi con la parte moralmente superiore senza dover pagare alcun prezzo. Ma anche in questo senso Dahrendorf rappresenta un caso eccezionale: a soli 15 anni, un’età in cui altri erano immersi fino al collo nel privato delle crisi adolescenziali, si era esposto politicamente, tanto da farsi arrestare dalla Gestapo; per lui quindi non vale l’accusa di atteggiarsi a radicale a cose fatte. Se tuttavia si può discernere un’ombra di rimpianto per la natura non eroica del tempo in cui siamo vissuti, e persino per qualche lievissima traccia di quietismo nelle biografie delle figure erasmiane da lui tanto ammirate, il motivo va senz’altro ricercato nell’impegno appassionato e impaziente di un intellettuale che in barba a un sano e sensato razionalismo non aveva mai perso la sua combattività. Quando mai un uomo di questa tempra potrà lodare – come Brecht – dal profondo del cuore, «un Paese che non ha bisogno di eroi»?

 

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Traduzione di Elisabetta Horvat 

 

(Repubblica, venerdì, 19 giugno 2009) - http://www.repubblica.it

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