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Filosofi antichi

Ragione e desiderio così nasce la libertà. La lezione di Spinoza e della scienza.

«L'esperienza, non meno che la ragione, insegna che gli esseri umani credono di essere liberi solo perché sono consapevoli delle proprie azioni ma ignari delle cause da cui sono determinate, e inoltre che i decreti della mente non sono altro che gli appetiti stessi, e perciò sono differenti a seconda della diversa disposizione del corpo».


«L'esperienza, non meno che la ragione, insegna che gli esseri umani credono di essere liberi solo perché sono consapevoli delle proprie azioni ma ignari delle cause da cui sono determinate, e inoltre che i decreti della mente non sono altro che gli appetiti stessi, e perciò sono differenti a seconda della diversa disposizione del corpo».

Non è un caso che sia stato un biologo (ma che viene dalla fisica) — Edoardo Boncinelli — a ricordarmi di recente queste parole dell'Ethica di Baruch Spinoza. Esse toccano il problema filosofico per eccellenza, quello della libertà. Lo aveva già individuato Aristotele, quando aveva definito l'animale uomo come «una mente che desidera» e insieme «un desiderio che ragiona» — per usare l'efficace traduzione di Franco Lo Piparo. L'Ethica spinoziana contiene un'ampia trattazione di tali appetiti o desideri che scaturiscono dagli affetti umani, cioè dai modi con cui il nostro corpo interagisce con l'ambiente e dalle idee di tali interazioni che emergono alla nostra coscienza. Critico di qualunque separazione tra materia e spirito, Spinoza ammonisce i filosofi a non dimenticare il corpo quando si appassionano (forse anche troppo) al destino dell'anima e gli psicologi a non trascurare la materia del cervello quando si dedicano alla genesi delle idee.

Antonio Damasio ama ricordare la sua visita alla casa di Spinoza a Rijnsburg in una assolata mattina (6 luglio 2000), con l'unica compagnia di un gatto nero «all'apparenza tranquillo e assorto», in attesa di una «giornata estiva adatta alla filosofia». Ne è nato un libro affascinante dedicato a «emozioni, sentimenti, cervello» ( Alla ricerca di Spinoza,
Adelphi 2003), in cui il neurobiologo ha pazientemente ricostruito alla luce delle attuali conoscenze la geometria dei desideri delineata da quel pensatore solitario che era considerato la «pecora nera» da protestanti e cattolici della sua Amsterdam, per non dire dei suoi ex correligionari ebrei che lo avevano persino «maledetto».

Per Spinoza la vita è contrassegnata da una naturale tendenza a preservarla. Ciò è reso possibile in ogni organismo dall'equilibrio delle differenti funzioni e dalla conseguente regolazione dei processi vitali. Un simile «meccanismo» si dispiega attraverso gli affetti (come la gioia o il dolore) ed è modulato dagli appetiti. Questa è la ragione, commenta Damasio, per cui emozioni e sentimenti sono a un tempo essenziali per la sopravvivenza e la conoscenza.

Come si è accennato sopra, il cosiddetto libero arbitrio non sarebbe che un nome per l'ignoranza. Ma ciò non vuol dire che nel sistema spinoziano non ci sia posto per la libertà, da intendersi invece come riduzione dei vincoli esteriori all'azione umana e insieme come processo di chiarificazione dei motivi interiori. L'essere umano è sì in balia degli affetti, ma vive anche la passione della conoscenza. Anzi, come scrive Damasio, è in grado di essere sempre più consapevole della fragilità della propria esistenza e di «trasformarla in un interesse». Per di più questo interesse si riflette da un individuo all'altro, plasmando non poche delle forme di esperienza condivisa, come mostrano alcune tra le più importanti scoperte degli ultimi vent'anni nell'ambito delle neuroscienze.

Diceva Spinoza: «Quanto più uno è in grado di ricercare il proprio utile, tanto più è dotato di virtù. Al contrario, quanto più uno trascura di conservare il proprio utile, tanto più è impotente». A pochi anni dal testo di Damasio e a più di tre secoli dall'Ethica, questo tipo di utilitarismo è tutt'altro che egoismo — come vuole uno stereotipo diffuso. Piuttosto, esso è alla radice della stessa vita associata, ove gli esseri umani tramutano situazioni di pura competizione per le risorse in occasioni di cooperazione. Tutto questo avviene attraverso una percezione razionale dei propri interessi, senza nessun appello a valori comuni o ad assoluti religiosi. È da qui che mi pare opportuno partire per una democrazia pluralistica che tenga conto della differenza delle idee come della diversità dei corpi. C'è chi la bolla sbrigativamente come «relativismo», mentre alcuni temono che questo tipo di approccio riduca i cosiddetti valori a semplici preferenze.

Mi si obietta: se la libertà sta nel superamento delle costrizioni ai movimenti e alle azioni dei soggetti, perché non si dovrebbero lasciare allora spazio a pedofili o a sadici che, dopo tutto, potrebbero invocare a giustificazione le loro voglie o i loro appetiti? La risposta è semplice: come ben sanno sia i teorici dell'utilitarismo sia i migliori dei loro critici, vanno accettate le preferenze che riguardano noi e non quelle che coinvolgono altri! Ovvero agli altri non dovremmo nemmeno fare quello che vorremmo fosse fatto a noi: potrebbero avere gusti differenti. Questa regola ci mette al riparo non solo da sadici, pedofili, eccetera, ma anche da benefattori inopportuni.

Per dirla ancora con Spinoza, «chi per semplice affetto si adopera perché gli altri amino ciò che egli ama e vivano secondo il suo sentimento agisce solo per impulso e perciò è odioso specialmente a quelli che trovano piacere in altre cose». Sotto questo profilo, mi paiono odiosi in egual misura sadici, pedofili e fanatici di ogni risma.
Si ritrova così non solo il principio liberale negativo per cui tutto (o quasi) va bene, purché non comporti danno altrui, ma anche l'ideale positivo della più ampia fioritura umana, se si interpreta il detto spinoziano che «l'uomo deve essere un Dio per l'uomo » come la proliferazione di esempi di vita che vengono proposti agli altri senza per questo essere imposti.

Lungo questa via emerge la convergenza virtuosa tra ricerca scientifica e dimensione politica. In occasione di un recente convegno organizzato dalla Società filosofica italiana (4-5 giugno), dal titolo «La filosofia, le scienze» e motivato anche dall'insofferenza per la retorica di chi ripete stancamente che «la scienza non pensa», ho volutamente preso le mosse dall'idea spinoziana per cui le dimostrazioni scientifiche sono da intendere come i veri «occhi della mente». E la stessa filosofia non sarebbe altro che l'organo che di quegli occhi deve sapere fare buon uso.

 http://www.corriere.it9 giugno 2008
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