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Questo tempo ha perso la speranza

La dittatura del quotidiano implica la dimenticanza del passato e il rifiuto di interrogarsi sul futuro

 

 

Cosa è accaduto in questi ultimi mesi nella coscienza che abbiamo acquisito, le persone che si ostinano a pensare, delle difficoltà attraversate dal mondo? I media (la democrazia – o dittatura? – della chiacchiera) fanno il possibile perché nulla sedimenti, tutto corra e tutto ci appaia, giorno dopo giorno, come normale, e nessuno si ferma a paragonare questa “normalità” con quella di un anno fa, di un mese fa, verificando le differenze e le novità. La dittatura del quotidiano implica la dimenticanza del passato e il rifiuto di interrogarsi sul futuro, dello sforzo di definire un “progetto” personale così come un progetto collettivo.

I discorsi che si sentono, anche i più acuti e circostanziati, riguardano l’oggi immediato, non osano spinger lo sguardo verso un domani che è perfino più opaco del presente. Della gravità della mutazione enorme che sta vivendo il mondo e dei suoi progressi negativi, dalla crisi economica a quella ecologica – senza dimenticare la politica e la morale, la demografia e la cultura – si direbbe che importi a tutti molto poco: a qualcuno perché assatanato dalle logiche del potere (e sono questi i nemici principali di qualsiasi futuro non criminale e mostruoso, che possiamo ancora chiamare come si faceva un tempo i sostenitori dell’“assoluto del mercato” e dell’“assoluto dello Stato” ma avendo presente la degenerazione di questi concetti, o progetti, nella brutalità assoluta della finanza e delle polizie), a qualcuno perché questo significherebbe mettere in discussione tutto quello che sta facendo e come lo sta facendo. Si preferisce non pensare, si preferisce vivere alla giornata e affidarsi alla sorte, che proprio per questo non potrà esser benigna per nessuno, neanche per i grandi mascalzoni dei grandi poteri.
Un modo di reagire delle persone coscienti, per quanto poco numerose possano essere, è quello di ricordare e di lamentare. Un altro, ancora più raro, è quello di considerare la nebbia in cui ci muoviamo come un dato di fatto, perché non si è conosciuto, per ragioni di età, altro che questo.
Una mediazione possibile potrebbe essere quella del confronto, non solo tra le generazioni viventi quanto tra epoche, riflettendo sui lunghi e tragici periodi di soggezione o di barbarie attraversati in passato. Il Medio Evo? Ma no, in Italia, e forse altrove, piuttosto il Seicento, che è il secolo che forse più somiglia al nostro. Ignoranza massima delle plebi (diventate da pochi decenni un ceto medio adesso in crisi crescente, asservito dalle pubblicità e in via di nuova plebeizzazione) e cinismo assoluto dei poteri teso alla conservazione e alla difesa dei privilegi acquisiti (strappati).

 

Dopo il Rinascimento e prima dei Lumi, un lungo periodo di divisione e ignoranza, e di etologica lotta per la vita. Pochi super-ricchi molto aggressivi, un vasto numero di servi e “bravi”, e masse analfabete e affamate, di zappaterra e soldati, meglio se mercenari? E’ questo il nostro destino? Jack London, nel Tallone di ferro, esagerava o ci indovinava? Per insistere sul Seicento, il numero dei “picari” aumenta – masse migranti in cerca di un meglio. e irrequieti residuali in cerca d’avventura e cioè di una vita propria, nei limiti del possibile, cercando di sfuggire ai diktat del potere. E’ uno scenario fantascientifico? Cercando di interpretare i “segni” innumerevoli che ci manda il presente, si direbbe di no, se non ci fermiamo sulle questioni secondarie ed evasive. A volte ci sembra mera retorica auto-promozionale la denuncia dei fenomeni se non se ne vedono le origini e non si ragiona sulle prospettive.
Una speranza, probabilmente la sola, potrebbero essere i giovani, ma oggi sono poche le cose che, oltre l’età e qualche consumo, li rendono simili e vicini, uniti. E allora più che di giovani bisognerebbe parlare di una parte dei giovani, quelli che da dentro la nebbia, soffrendo la nebbia, cercano di uscirne o quantomeno di individuare una lontana luce verso cui dirigersi.
La crisi che attraversiamo non è risolvibile, è dannatamente strutturale, sovranazionale, e il paradosso è che dovrebbero farcene uscire proprio coloro che l’hanno provocata! In Italia, per esempio, a guidare la sinistra sono dei politici che hanno sposato appieno, ieri e ancora oggi, perfino oggi!, le ragioni del neo-liberismo, alcuni leader persino se ne vantano. Il futuro sarà pesante e forse pesantissimo, ed è impossibile, credo, nutrir speranze in un’evoluzione verso il meglio o nel contenimento del peggio. Senza pensatori convincenti e una nuova generazione che senta l’urgenza e osi il possibile, senza una nuova sinistra cosciente della gravità dei problemi da affrontare e della necessità di uno sguardo radicale e profondo e onesto, che finalmente osi staccarsi dal “pensiero comune” propugnato dal potere e dai suoi propagandisti e dai suoi succubi (altro che primarie!) credo proprio che di un “mondo migliore” dovremo tutti scordarci.

 

http://www.unita.it 16 aprile 2011

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