Quell'uomo che uccide per il lavoro perduto
A Roma un uomo uccide il suo datore di lavoro da cui temeva di essere licenziato. A Lucca l’ex dipendente di un’azienda, che aveva perso il posto sei mesi fa, fa fuoco su due dirigenti, li ammazza e poi si suicida.
La cronaca di questi
mesi, non solo in Italia, ci ricorda che nei paesi sviluppati il lavoro -
remunerato - non è solo il mezzo per ottenere il reddito necessario a
soddisfare i propri bisogni, ma ciò che letteralmente legittima lo stare al
mondo, proprio e altrui. Solo chi lavora in modo remunerato è un cittadino a
pieno titolo, come ci ricordano innumerevoli documenti nazionali e
internazionali. Il resto, incluso il lavoro non pagato, familiare o volontario,
conta poco come fonte di riconoscimento sociale.
Non ci si può stupire allora se qualcuno, quando perde il lavoro, perde anche
la testa e attenta alla propria o altrui vita. C´è chi uccide chi lo ha
licenziato, ma c´è anche chi si uccide perché ha perso il lavoro e chi lo fa
perché non è più in grado di garantirlo ai propri dipendenti. In tutti questi
casi la perdita del lavoro, e della propria collocazione rispetto ad esso,
sembra incrinare così fortemente le basi della identità individuale, della
propria ragione d´essere e stare al mondo, che non vale più la pena di vivere.
Altre dimensioni, altri rapporti - famigliari, di amicizia o altro - non
sembrano riuscire a sostituire quel vuoto. Senza arrivare ad uccidersi c´è chi
si isola, riduce i contatti sociali perché si vergogna o non si sente all´altezza,
entra in depressione.
Sono fenomeni studiati già negli anni della grande depressione, negli anni
trenta del Novecento. I sistemi di protezione sociale, in modo più o meno
efficace e universale, hanno ridotto l´impatto negativo della perdita del
lavoro sulle condizioni di vita quotidiana. Ma la centralità del lavoro nello
strutturare l´identità soggettiva e sociale soprattutto dei maschi adulti è
persino aumentata. Il lavoro è diventato insieme un dovere e un diritto. Allo
stesso tempo, il soggetto da cui questo diritto si può esigere è sempre più
de-personalizzato, de-localizzato, così come si sono de-localizzati i
meccanismi e i luoghi dell´incontro tra la domanda e offerta di lavoro, come
mostra da ultimo il caso Fiat.
Quando, invece, c´è vicinanza fisica, conoscenza personale, l´attribuzione
delle responsabilità sembra più lineare, ma i cortocircuiti più facili. Il
suicidio del piccolo imprenditore che non può più pagare gli stipendi e
l´omicidio del proprio datore di lavoro da parte di chi è stato licenziato sono
le due facce, opposte, dello stesso fenomeno: la personalizzazione estrema come
reazione alla perdita del controllo. Il primo non regge il peso di una
responsabilità che sente tutta sua, anche se è egli stesso vittima di meccanismi
che non controlla del tutto. Il secondo concentra tutte le responsabilità del
proprio fallimento sociale nella sola figura a lui nota nella catena delle
circostanze che hanno portato al licenziamento.
Certo, sono casi estremi e non vanno generalizzati. E l´omicidio non ha
giustificazioni. Ma varrebbe la pena di vederli come spie non solo del disagio
oggettivo in cui si trova chi perde il lavoro oggi, senza realistiche speranze
di trovarne un altro a breve, ma di una società fondata sul lavoro remunerato come
fonte principe di identità personale e integrazione sociale. Una società che
non è in grado né di garantire il lavoro né di offrire e sostenere altri
modelli di identificazione possibile, meno totalizzanti nella loro
unidimensionalità.
la Repubblica 25/07/2010

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