Quel mondo perduto tra Nietzsche e Proust
Ad essere indicato come terminale di una svolta nel modo di trattare le grandi questioni filosofiche è il pensatore tedesco
L'intreccio tra modernità e filosofia è una delle componenti
su cui più forte è stata la riflessione negli ultimi anni. Figure come Habermas
e Blumenberg hanno costruito una linea di difesa del moderno contro gli
attacchi provenienti da quegli autori, in particolare Lyotard, Derrida,
Baudrillard, che ne avevano con ragioni diverse, decretato la fine. Una lunga
battaglia si è svolta tra chi nel moderno ha colto i motivi ancora validi di un
pensiero in grado di confermare quanto da Descartes in poi la ragione umana
aveva, pur tra incertezze e dubbi, costruito nei più diversi campi: dalle
scienze alla società, dall'arte alla politica, dalla religione alla vita. E
coloro che, avendone colto l'esaurirsi della spinta propulsiva, ne hanno
denunciato il carattere autoritario e violento. È su questo sfondo conflittuale
che ho letto il nuovo libro di Scalfari, la cui forza risiede nel volersi
ritagliare una posizione terza che è tanto più interessante in quanto tiene
conto di entrambe le sensibilità.
La modernità, avverte Scalfari, dura grosso modo quattrocento anni. In questo
arco di tempo cambia il nostro rapporto con la scienza, la politica,
l'economia, l'arte, la religione. È un'epoca densa di rivolgimenti nella quale
declina la metafisica. Non è di questo che la filosofia si è occupata fino a
quel momento? E che cosa, da questo punto in poi, ci riserverà? Tra i filosofi,
che meglio hanno segnato il mondo moderno, Scalfari ne individua quattro:
Descartes, Spinoza, Kant e Hegel. Non furono meno moderni, ci avverte l'autore,
Hobbes, Leibniz e Hume. Ma in quelli che ha eletto a rappresentanti della
modernità, ne coglie la grandiosità del disegno, la forza persuasiva del
sistema, la problematicizzazione della trascendenza e dunque il diverso posto
che assegnano a Dio.
Sono pagine di grande chiarezza che Scalfari dedica a questa sorta di rivoluzione
filosofica che ha alle spalle un padre tanto autorevole quanto appartato:
Michel de Montaigne. È lui la vera icona della modernità che, nel chiuso del
suo castello, descrive negli Essais un mondo completamente nuovo: mosso,
mutevole, apprezzabile e molto più grande di quanto non immagini la vecchia
metafisica. Sarà quella visione relativa delle cose, osserva Scalfari, a
incantare prima Diderot e poi lo stesso Goethe. Nei confronti dell'artefice
dell'Encyclopedie Scalfari prova una vera attrazione. Diderot è il più inquieto
tra gli illuministi. Ama le donne di spirito, combatte il potere dall'interno
del potere, realizza straordinarie imprese editoriali, scrive romanzi che tutta
l'Europa leggerà, si professa ateo coerente e spregiudicato. Cosa c'è, dunque,
di più moderno di una tale sensibilità duttile, provocatoria, capace di mettere
alla prova la ragione e dare un senso all'azione? Quella modernità che ebbe
inizio con Montaigne, si conclude con Nietzsche: "L'ultimo gioco
intellettuale, l'ultima playstation è Nietzsche", scrive con un'immagine
efficace Scalfari.
Se la modernità ci ha insegnato a viaggiare e a relativizzare il conosciuto, se
ha messo in discussione, senza tuttavia cancellarlo, il rapporto con Dio, se ha
rivisto la relazione tra politica e morale, se ha assegnato all'economia un
ruolo che prima non aveva e alla ragione umana un posto di tutto rispetto, se
ha alimentato il dubbio e la tolleranza, se ha sottoposto la verità al
controllo sperimentale, se ha dato forza al presente e al futuro, allora in che
senso Nietzsche metterebbe fine a tutto questo?
Già col precedente libro Scalfari insisteva sul ruolo che l'autore dello
Zarathustra aveva svolto nell'ambito della modernità. Ma si ha l'impressione
che il nuovo lavoro indichi una svolta nel modo di pensare le grandi questioni
filosofiche di cui Nietzsche è il terminale. "Nel mio libro L'uomo che non
credeva in Dio", scrive Scalfari, "ho parlato a lungo di Nietzsche e
ho creduto di capire che il suo pensiero si rifaceva al "tutto scorre nulla
permane" eracliteo... Ma poi tornando a riflettere su quelle pagine, mi è
sembrato che il "tutto scorre" non sia il solo principio al quale si
ispira la concezione filosofica di Nietzsche. Il suo pensiero è molto più
complesso e il divenire per lui rappresenta la modalità dell'essere". Con
questa nuova consapevolezza si aprono questioni non marginali. La prima delle
quali ci pare riconducibile a una sorta di paradossale accostamento tra
Nietzsche e Montaigne. E se dunque uno, capovolgendo il sistema dei valori,
chiude la modernità, l'altro - con il suo relativismo - la condanna fin
dall'inizio.
C'è una seconda questione che richiama sia il rapporto di Nietzsche con la
metafisica, sia il modo in cui Heidegger interpreta questa relazione. Scalfari
gli dedica alcune pagine. E se capisco bene lo svolgersi del ragionamento
scalfariano, Heidegger restituisce un'interpretazione "malandrina" di
Nietzsche, perché occulta la soggettività del proprio sguardo. In altre parole
il limite di Heidegger risiederebbe nel fatto di non dichiarare che la sua
interpretazione di Nietzsche non è l'unica. Peccando così di una slealtà
interpretativa tanto più grave, osserva Scalfari, in quanto "l'intera
ermeneutica nicciana si basa su questo delicato rapporto tra la soggettività
dell'interprete e l'oggettività della cosa interpretata". Ma è proprio
questa l'accusa che Heidegger muove a tutta la tradizione della metafisica
occidentale (compreso Nietzsche che fallisce nel suo tentativo di uscirne):
aver posto soggetto e oggetto (diciamolo un po' alla buona) uno di fronte
all'altro. Dell'autore di Essere e Tempo si possono dire molte cose, ma non che
egli abbia voluto restaurare una qualche forma di metafisica.
Il libro di Scalfari si avvale di una sensibilità che lo spinge a indagare i
vari livelli in cui la modernità si è resa manifesta: da quello filosofico,
come si è visto, a quello letterario. Sul quale ancora una volta mostra le sue
preferenze: Proust e Rilke, su tutti gli altri. È un altro modo per discendere
le scale del moderno e vedere cosa si nasconde ancora nelle sue cantine.
Verrebbe a questo punto voglia di chiedere: se il moderno è finito, da quale
luogo noi continueremo a pensare e a parlare? Scalfari è consapevole che
qualcosa di fondamentale si è rotto e, a quanto pare, non più rimediabile. Egli
fiuta l'aria del nuovo che ancora non c'è, ma che irresistibile giungerà. È il
destino delle epoche di aprirsi e chiudersi. Noi, moderni viviamo il paradosso,
sembra dirci Scalfari, di essere dentro e fuori da quel mondo. È il nostro
lungo declino, in attesa che i nuovi barbari vengano legittimati.
http://www.repubblica.it (07 maggio 2010)

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