Quel coraggio che manca al PD
Il PD deve usare parole forti e chiare che diano il senso di quello che pesa sul nostro paese
Dice bene Giancarlo Bosetti: c’è una differenza abissale tra conflitto e litigio. Tradizionalmente, la politica italiana ha temuto il primo e praticato il secondo. I sociologi degli anni cinquanta hanno inventato il termine “familismo” per spiegare questo fenomeno. I litigi sono conflitti in famiglia – fra suocera e nuora, come ci spiega Bosetti con l´autorità del dizionario della lingua italiana – perché mettono in campo emozioni e danno risalto agli individui, fattori che precludono risoluzioni costruttive per il bene di tutti. Perché ogni accordo sarà come mettere cenere sul fuoco col rischio permanente che il litigio si riaccenda.
Qui non sono i contenuti che contano –
sui quali, per altro, se i litiganti si fermassero a ragionare scoprirebbero
che non sono così dissimili tra loro. Come dire che, proprio perché il litigio
è fatto per mettere in campo la “presenza” più che le “idee”, i litiganti
continuano strategicamente a tenere in sordina le “cose” sulle quali sarebbe
opportuno discutere.
Affinché ci sia un dibattito dal quale poter costruire un´alternativa vincente
al governo Berlusconi occorrerebbe praticare al meglio l´arte del conflitto –
per cercare e trovare un candidato che sappia convincere la maggioranza degli
elettori, a nord e a sud, che tutto il paese guadagnerà dalla fine
dell´egemonia di centro-destra. Il conflitto politico è cruciale nelle primarie
e non è la stessa cosa della guerra civile o del litigio, poiché lascia a terra
perdenti ma per fare di essi dei cooperatori forti nella battaglia vera, quella
contro l´avversario. Si tratta di un´arte difficile da imparare, soprattutto
quando il personalismo litigioso è stata la pratica appresa in anni di
praticantato, dalle periferie al centro del partito. A leggere i documenti del
Pd delle ultime settimane, a partire dalle lettere di Walter Veltroni, il
documento dei 75, e le interviste e i commenti dei vari leader del partito, non
pare che si riesca ancora a uscire dalla logica del litigio.
Forse la chiarezza nel distinguere tra litigio e conflitto dovrebbe cominciare
dall´individuazione del luogo giusto, istituzionalmente giusto, dove
intraprendere la discussione e la contesa: questo luogo è il partito, non il
Parlamento. In Parlamento siedono rappresentanti eletti, i quali benché godano
del sacrosanto libero mandato, sono comunque lì perché appartengono a quella
parte con la quale sono andati davanti agli elettori. Se si vuole aprire la
discussione sulle “cose”, allora un partito dovrebbe farlo nella sua sede. Non
solo per non dare all´avversario l´impressione di una divisione nel gruppo
parlamentare, ma anche perché se il partito è la sede, allora tutte le sedi
periferiche rifletterebbero sul dibattito e, per davvero, la discussione
potrebbe diventare utile e positiva, e infine mettere in campo personalità
nuove, esterne.
Ma se nasce in Parlamento a chi è
utile? Se la diatriba si consuma nei luoghi istituzionali, nessuno può
ragionevolmente pensare che quella del Pd sia una elite aperta, come si augura
giustamente Bosetti. Quella sulla sede opportuna non è una quindi distinzione
di lana caprina: se ciò che dovrebbe avvenire nel partito è fatto accadere in
Parlamento è segno che solo gli eletti sono i protagonisti del dibattito; è
segno che si tratta davvero di un litigio tra persone.
Un altro elemento di questa litigiosità sta nell´oggetto stesso. Nel documento
dei 75 si paragona il Pd della fondazione a quello attuale in ragione del
coraggio. La misura della differenza è che quel Pd riuscì a ottenere quasi il
34%, mentre oggi riesce a fatica a stare sopra il 25%. Ma in un sistema
bipolare, il 34% è una sconfitta. Il Pd è nato e cresciuto con poco coraggio. È
nato con l´idea di voler essere il partito unico di tutta la costellazione di
idee e associazioni che andavo dal centro alla sinistra radicale, e ha fatto la
scelta di combattere da solo contro un avversario che era invece una
coalizione. Infine, ha combattuto contro un avversario senza pronunciarne il
nome, come se la lotta elettorale non fosse, appunto, un conflitto a viso
aperto. E quei limiti pesano nel Pd di oggi: che continua ad avere poco
coraggio; restio a usare parole forti e chiare che diano il senso di quello che
pesa sul nostro paese: il patrimonialismo, l´uso delle cariche dello Stato e
dei sistemi pubblici di informazione per perseguire interessi personali, di
famiglia e di affari; per decurtare, lo abbiamo visto, la stessa libertà di
stampa e di espressione. Conflitto di interessi: questa parola non compare nei
documenti e nei dibattiti, o per lo meno non riceve sufficiente visibilità. E
ancora: la campagna sul razzismo (verso gli “altri” ma anche gli italiani del
Sud, poiché al razzismo serve sempre un “altro”) che va fermata e denunciata ed
é gravissima poiché mina alla radici ogni possibile convivenza democratica; la
vergognosa strumentalizzazione delle donne che é diventata un segno distintivo
del nostro paese; la rinascita dei nazionalismi tribali che sta erodendo la
stessa unità europea; la decurtazione dei diritti di contrattazione, ovvero
l´espulsione della democrazia dai luoghi di lavoro e dalle relazioni
economiche; la demolizione della scuola pubblica con effetti che saranno
disastrosi sull´eguale opportunità e sulla formazione e la competizione delle
nuove generazioni (di qui occorrerebbe ripartire quando si parla di deficit di
produttività); infine, ma non ultimo, l´egoismo anti-sociale di chi evade il
fisco, poiché impoverisce tutti e toglie a tutti (anche a chi evade) la
possibilità di vivere in una società decente nella quali i servizi ci sono e
funzionano. Sono queste le “cose” sulle quali sarebbe importante sapere sentire
parlare i democratici, sulle quali la dialettica delle idee e la competizione
per la miglior possibile leadership sarebbero davvero auspicabili e utilissime.
La Repubblica, 21/09/2010

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