Quel che resta della «fine della storia» vent' anni dopo la caduta del Muro
I sistemi di democrazia liberale, negli ultimi 20 anni sono diventati la principale forma di governo umano.
«Stiamo assistendo non solo alla fine della Guerra fredda, o al superamento di un particolare periodo della storia postbellica, bensì alla fine della storia come tale: ovvero, siamo al termine dell' evoluzione ideologica dell' umanità, dove inizia l' universalizzazione della democrazia liberale occidentale, come la forma finale di governo umano».
Vent' anni dopo la caduta del muro di Berlino, quali aspetti del mio saggio «La fine della storia e l' ultimo uomo» (Rizzoli) restano ancora validi? E che cosa è cambiato? Il punto fondamentale - che la democrazia liberale rappresenta la forma finale di governo - regge ancora. Ovviamente esistono alternative, come la Repubblica islamica dell' Iran o l' autoritarismo cinese. Ma non credo che molti siano convinti che queste sono forme di civiltà superiori ai governi che esistono in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone e nelle altre democrazie sviluppate, tutte società che assicurano ai loro cittadini un alto livello di prosperità e di libertà personale. La questione non è se la democrazia liberale rappresenti o meno un sistema perfetto, né se il capitalismo sia esente da problemi. Dopo tutto, siamo stati colpiti da questa immensa recessione globale proprio per il fallimento dei mercati svincolati da ogni regola.
La vera questione è se sia emerso un qualsiasi altro sistema di governo negli ultimi vent' anni a scardinare la mia tesi. E la risposta resta negativa. Il mio saggio fu scritto nell' inverno del 1988-89, appena prima della caduta del Muro di Berlino. A mio avviso tutto il pessimismo riguardante la nostra civiltà, in seguito ai terribili eventi del ventesimo secolo, con i suoi genocidi, gulag e guerre mondiali, non rappresentava il quadro completo. In realtà, il mondo era percorso da molte tendenze positive, tra cui la nascita della democrazia laddove erano esistite dittature. Samuel Huntington la chiamava «la terza ondata». Tutto prese avvio nel Sud dell' Europa negli anni Settanta, con il ritorno alla democrazia in Spagna e Portogallo. Nello stesso periodo, si assistette alla fine di quasi tutte le dittature in America del Sud, eccetto a Cuba. Poi ci fu il crollo del Muro di Berlino e l' apertura dell' Europa dell' Est. Ancora oltre, la democrazia ha rimpiazzato i regimi autoritari in Corea del Sud e a Taiwan. Siamo passati da un' ottantina di democrazie nei primi anni Settanta a 130 o 140 due decenni più tardi. Certo, non c' è stata una progressione lineare. Oggi assistiamo a una specie di recessione della democrazia.
Ci sono state inversioni di tendenza in Paesi importanti, come la Russia, dove vediamo il ritorno di un duro sistema autoritario senza rispetto della legalità, oppure in Venezuela e in altri Paesi dell' America latina governati da regimi populisti. È chiaro che il grande slancio verso la democrazia ha toccato i suoi limiti. In alcuni luoghi, oggi si verifica una reazione antidemocratica. Ma questo non significa che la corrente più consistente non sia ancora verso la democrazia. È stato Samuel Huntington a fornire il principale argomento contro la teoria della «fine della storia». Lungi dalla convergenza ideologica, sosteneva, si assiste a uno «scontro di civiltà», nel quale cultura e religione si trasformano nei principali focolai di conflitto dopo la Guerra fredda. Per molti, l' 11 settembre e le sue conseguenze hanno confermato la tesi di Huntington di uno scontro tra Islam e Occidente. Ma nel complesso, occorre capire se le caratteristiche culturali sono talmente radicate da escludere ogni possibilità di sviluppare valori universali o una convergenza di valori. Qui sta la questione. E su questo punto sono in disaccordo con lui.
La tesi di Huntington è che la democrazia, l' individualismo e i diritti umani non sono concetti universali, bensì riflessi di una cultura che affonda le radici nel cristianesimo occidentale. Storicamente è vero, ma occorre aggiungere che questi valori si sono diffusi ben al di là delle loro origini. Sono stati accolti da società provenienti da tradizioni culturali molto diverse. Basta guardare gli esempi del Giappone, Taiwan, Corea del Sud e Indonesia. Le società fondate su radici culturali diverse hanno condiviso questi valori non certo perché sono i valori degli Stati Uniti, ma perché funzionano anche per loro. Forniscono il meccanismo della responsabilità di governo e consentono alle società di allontanare i leader poco affidabili quando la situazione peggiora. È un enorme vantaggio a disposizione delle società democratiche, e la Cina ne è sprovvista. In questo momento la Cina può contare su leader competenti, ma prima aveva Mao. Non c' è nulla che possa impedire, in futuro, l' ascesa di un nuovo Mao se non si instaura qualche forma di responsabilità democratica. È impossibile avere un buon governo senza responsabilità democratica. E credere altrimenti è un' illusione pericolosa.
Testo raccolto da Nathan Gardels - traduzione di Rita Baldassarre © Global Viewpoint
(23 ottobre 2009) - http://www.corriere.it/

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