Quel che resta del progresso
Dal terremoto di Lisbona a Fukushima, le difficoltà di un´idea
In Giappone è stata colpita la presunzione della tecnologia che si riteneva
infallibile
Il 1° novembre 1755 un terribile terremoto distrusse gran parte di Lisbona. I
morti ammontarono a varie decine di migliaia. Di fronte a una tale catastrofe
l´emozione nell´Europa del tempo fu enorme, e non si limitò alla pietà per le
vittime innocenti e al rammarico per le distruzioni materiali. La catastrofe,
infatti, pose inquietanti interrogativi alla cultura europea dove, nel contesto
dell´Illuminismo, era aperto il dibattito sulle condizioni della vita umana e
sulla capacità di percorrere le vie di un via via maggiore progresso morale,
civile e politico.
All´interno delle correnti filosofiche coloro che invocavano il diritto dei
lumi della ragione di ergersi a guida del cammino degli uomini e della società
si contrapponevano a quanti consideravano una simile pretesa una pericolosa
manifestazione di orgoglio. Poco dopo i fautori e gli ideologi del progresso
trovarono nelle meraviglie della rivoluzione industriale iniziata in
Inghilterra, nelle nuove invenzioni e nelle nuove macchine un ulteriore potente
motivo per credere nelle «magnifiche sorti e progressive» aperte dall´unione di
scienza, tecnica e incremento produttivo. Parve che spirito e materia, scienze
morali e scienze naturali si dessero la mano nell´aprire il primo capitolo
della storia dell´idea moderna di progresso.
Tra coloro che dal terremoto del 1755 furono sconvolti vi era il grande
Voltaire, che nel dicembre di quello stesso anno si diede a farne l´argomento
del suo Poema sul disastro di Lisbona e poi vi tornò in Candido o
dell´ottimismo, pubblicato nel 1759. Voltaire credeva convintamente nel
progresso, nella possibilità degli uomini di migliorare se stessi e la loro
vita, ma detestava i beati ottimisti, che immaginavano il mondo come il
migliore tra quelli possibili. Per lui la ragione era uno strumento tanto
importante quanto delicato, non però un bene garantito e i lumi che venivano da
un uso opportuno di essa dovevano essere costantemente protetti dalle
potenziali minacce. Quindi il progresso si presentava incerto, e solo
possibile. In un verso del Poema disse che ritenere che «tutto è bene oggidì»
costituiva una mera «illusione»; e nel Candido, ancora con riferimento al
terremoto, satireggiò Pangloss il quale ripeteva che in ultima analisi tutto è
destinato a risolversi per il meglio.
L´idea problematica che gli illuministi avevano del progresso venne
letteralmente capovolta dallo scientismo sia positivistico sia marxistico, il
quale, nella presunzione di essersi impadronito delle leggi dello sviluppo
umano, predicò che il progresso, divenuto necessario e irresistibile,
consentisse la pianificazione del futuro dell´uomo. L´incarnazione estrema ed
ultima di queste correnti ideologiche fu il mondo comunista crollato alla fine
del secolo scorso. Ma, caduto il mito che la conoscenza delle leggi della
società desse alla politica i mezzi per creare finalmente il «mondo nuovo», era
sopravvissuta l´altra componente dell´ideologia del progresso necessario e
irresistibile: quella dello sviluppo senza sosta prodotto dall´unione felice
tra scienza e tecnologia. E in effetti in questo campo i risultati sono stati
strabilianti, fino a generare un senso di onnipotenza. Il disastro di Cernobyl
fu una immane tragedia, ma non scosse la fiducia dominante, poiché venne
archiviato come il risultato di una colpevole inadeguatezza tecnologica.
Ma eccoci di fronte alla torcia nucleare di Fukushima. Credo che la catastrofe
che ha colpito il Giappone abbia un significato simbolico paragonabile a quello
del terremoto di Lisbona del 1755. Allora quello ebbe il valore di ammonimento
circa la connaturata fragilità dell´esistenza umana, soggetta ad essere in ogni
momento colpita dalla presenza e dagli effetti di un male ineliminabile con cui
ogni uomo era tenuto a fare i conti. Oggi l´ammonimento che viene dal Giappone
ha ancor sempre quel significato, ma unito ad un altro: il crollo del mito
dell´onnipotenza scientifico-tecnologica, spazzato via da un terremoto unitosi
ad uno tsunami. Alla vigilia dell´immane disastro che lo ha messo in ginocchio,
umiliato e gettato in preda alla paura, il Giappone, uno dei paesi massimamente
avanzati del globo, presentava le proprie centrali nucleari come le più
progredite e assolutamente sicure e in quanto tali le offriva sul mercato
mondiale. Sennonché l´immaginabile ha bussato bruscamente alla porta.
La natura resta quella che Voltaire vedeva e temeva e la presunzione di una
tecnologia che riteneva di poter resistere ad ogni sfida è stata colpita come
mai prima. Al punto che il governo giapponese, spaventato dalle tante centrali
che popolano il suo paese, ha pronunciato le parole che mai aveva pensato di
poter e dover pronunciare: occorre seguire senza ritorno la strada dell´energia
pulita, e cioè sì la via del progresso, ma quella che non minaccia la vita
umana, quella dell´uso prudente e accorto delle risorse offerte dalla ragione.
Poiché, come diceva Voltaire, non "tutto è bene": neppure quando
offerto dalla marcia trionfale della scienza e della tecnologia.
Repubblica 9.5.11

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