Quel 4-3 alla Germania che cambiò la nostra storia
L'hanno definita "la gara del secolo". E 40 anni dopo la semifinale dei mondiali 1970 non ha perso il suo fascino: è il simbolo di un'epoca e di un'epica del Paese.
La vera storia è
che l'Italia batté l'Italia e fece il suo vero ingresso in quella Europa che
per noi era ancora un'altra galassia. Certo, Boninsegna non sapeva di essere
l'angelo della storia quando, all'ottavo del primo tempo, con una fucilata di
sinistro scaraventò in rete insieme alla palla dell'1-0 anche l'Italia dei
poveri ma belli. E Albertosi, scattando di reni oltre la traversa non sapeva di
respingere con la potenza di Muller anche l'autoironia compiaciuta del Rascel
di "mamma ti ricordi quando ero piccoletto...". La vera storia è che,
spezzando le reni ai crucchi, l'Italia si liberò dell'Italia quella notte di
quarant'anni fa, quando finimmo tutti per strada, anche i solitari che, come
me, hanno sempre odiato la folla.
Tutti a gridare dentro le Cinquecento come deficienti, come se davvero
affidassimo il nostro destino al vento astrofisico della bandiera tricolore. E
tuttavia solo nei tempi supplementari l'Italia si liberò del suo veleno
spirituale e della sua antichità biologica assunta come vizio. I novanta minuti
regolamentari visti oggi sono ancora più noiosi di allora. La solita Italia del
"primo non prenderle" si accartoccia in difesa, il gioco è lento, c'è
Facchetti secco e longilineo come un asparago, ci sono le fughe di Domenghini
con la maglietta a sbrendolo, ci sono i baffetti da gatto di Mazzola e c'è
Rivera con le sue gambette di pollo lesso...
Davanti alla tv gli italiani si erano già concessi gli spaghetti e attendevano
il fischio finale, con la voluttà di autoproclamarsi figli di puttana e di
vincere con quel gran gol Boninsegna che un catenaccio di ottanta minuti aveva
però trasfigurato in un golletto di rapina. Ma ecco che invece, con il tempo
scaduto, arriva quel goffo difensore del Milan, il biondo Schnellinger, il solo
incustodito e dimenticato dai cerberi italiani, e segna, il traditore: 1-1.
Oggi gli avrebbero mollato almeno una testata, uno sputo o un bel calcione.
Allora si limitarono agli insulti perché avrebbero voluto che simpatizzasse con
i compagni di scuderia piuttosto che con quelli della Nazionale, che stesse con
lo stipendio piuttosto che con la patria e la bandiera. Ecco: deve essere stato
a questo punto che in cielo si è sentito il clic che ha rimescolato il mondo,
in quel paradosso dell'italiano che dà del traditore al tedesco che non ha mai
tradito. La partita divenne "del secolo" perché capovolse il secolo
affidando ai tedeschi la parte degli agili e fragili perdenti e a noi quella
dei vittoriosi panzer dal vigoroso carattere.
Ma
nessuno capì cosa si celebrava nella notte del 17 giugno 1970 quando ci
ritrovammo a sventolare quei drappi che riempiono i vuoti e surrogano la vita.
Nel suo bel libro La partita del secolo Nando Dalla Chiesa sostiene
appassionatamente che fu la vittoria della generazione del 68. Ma la verità è
che ciascuno sventola una sua vittoria personale e la minoranza
politico-ideologica del '68 non disprezzava solo il tricolore ma anche il
calcio e non solo perché Mao non giocava e Togliatti, che era stato juventino,
"era solo un revisionista". Gli intellettuali italiani, tutti testa,
testi e testosterone, tutti panza e cervello, tradizionalmente odiavano lo
sport e lo maltrattavano come "instupidimento delle famiglie",
"sedimento dell'odio universale", "caserma dello spirito",
esibendo a destra da Croce a Longanesi e Maccari, e a sinistra da Marx ad
Adorno, a Musil, e su tutti il solito Karl Kraus, il Beckenbauer dell'aforisma.
E poi sul ponte del 1970 non sventolava il tricolore, ma la minigonna. E
veneravamo ben altri feticci, noi italiani, di sinistra e di destra e di
niente: il cappello dei Beatles per esempio, o le canzoni di Lucio Battisti o,
per i matusa più reazionari, c'era Celentano che aveva vinto a Sanremo con una
litania contro gli scioperi, "chi non lavora, non fa l'amore", come
se le donne non scioperassero anche loro. Tra i feticci c'erano i porno fumetti
di Isabella e le foto dei militanti italiani accanto a Mao...
Forse solo l'esile ma intelligente Rivera capì al 6' del secondo tempo
supplementare che era per noi che girava la storia, che potevamo mostrare al
mondo di non essere più i micragnosi e denutriti che solo in contropiede
avevano preso Porta Pia, gli individualisti esalatati con l'aviere Baracca a
centrocampo, e la stampella di Enrico Toti per centravanti. Dunque l'abatino,
che sulla linea della porta si era fatto passare tra il palo e le gambette il
gol del pareggio tedesco (3-3) ed era stato coperto di insulti da Albertosi,
trovò la forza pesante del selvaggio e l'intelligenza veloce del siluro
beffando il portiere con una finta di corpo e una pedata di piatto: 4-3 perché
non è vero che l'Italia sarà sempre fatta di abatini allenati dal Badoglio di
turno! E mentre calciava la palla in basso, Rivera lanciava in alto quelle sue
pupille accese, che oggi sono circondate da una bella foresta di rughe, ma
quella notte misurarono la profondità di una nuova speranza italiana, di
un'idea di vittoria non più affidata allo stellone, alla classifiche degli
altri e alle corna dell'arbitro. Italia-Germania 4-3 perché non è vero che
sappiamo solo scappare e vendere agli americani la Fontana di Trevi!
A riguardare le immagini di quella notte sembra quasi che ci sia l'impronta
divertita di Claude Lévi-Strauss già nella foggia dei "calzoncini"
che erano molto più corti e diciamo così più "insolenti" dei
"calzoncioni" molli di oggi. E quando suonarono gli inni, che anche i
giocatori avevano ritrosia a cantare, nello stadio Azteca di Città del Messico
sotto un cielo fresco di temporale, i primi piani di Beckenbauer, elegante come
un italiano scuro di capelli, e di Gigi Riva, potente nel fisico come un
ostrogoto di Varese, segnalavano al mondo la fine delle razze e, nel bianco e
nero della tv, il rimescolamento di antropologia, etica ed estetica
nell'Occidente.
Di sicuro è nei tempi supplementari che Boninsegna e Burgnich e Riva e tutti
gli altri che sono finiti nella canzone di Mina ("Ossessione 70")
presero il passo di carica della Wehrmacht e l'intrepidezza dei marinai
inglesi, e dinanzi al particolare che si ricongiungeva con l'universale
sembrava che persino l'erba del campo ridesse ogni volta che i nostri
calciatori la calpestavano, così per manifestare la gioia per quel gioco di
piedi.
E invece furono i tedeschi al sesto minuto del primo tempo supplementare a
passare in vantaggio (2-1) perché Müller, furbo e maligno come un italiano,
intrufolò la punta del piede tra Albertosi e Poletti, per l'occasione imbranato
e macchinoso come un tedesco. "Tutto facile per la Germania adesso"
commentò Nando Martellini. Ma all'ottavo del primo tempo supplementare
Burgnich, inaspettato difensore, arrivò puntuale all'appuntamento con il
pallonetto di Rivera: 2-2. Ecco: gol, perché non è vero che siamo i geni della
truffa! Ma niente gesti plateali, niente corse con il dito in bocca o mostrando
il sedere: Burgnich, "la roccia" italiana, era fatto così, come un
tedesco appunto. Poi alla fine del primo tempo supplementare fu Gigi Riva ad
arrivare sul cross di Domenghini e fu una delle pedate più eleganti e potenti
della storia del calcio, di collo sinistro, precisa, angolatissima: gol perché
non è vero che vinciamo solo quando tradiamo!
Senza che nessuno allora se ne rendesse conto, quei quattro gol segnarono da un
lato il definitivo ingresso dell'Italia in Europa, dove i tedeschi erano la
locomotiva alla quale eravamo attaccati ma con la quale avevamo dei conti da
regolare. Dall'altro lato la partita consegnò almeno per una notte la Germania all'aristocrazia
dei simpatici perdenti, che era invece il nostro territorio incantato, il
nostro stemma nobiliare.
Diciamo la verità: sino alla fine degli anni Sessanta l'Europa per noi era un
mondo di sogno, andarci in aereo era ancora un privilegio, vi avevamo esportato
contadini immusoniti dalla batosta della riforma agraria e nonostante la
crescita vertiginosa del prodotto interno lordo, non riuscivamo a liberarci dal
ruolo di "straccioni geniali". Insomma per sentirsi uguale e
occidentale, l'Italia aveva bisogno di una grande affermazione e la ebbe con il
calcio, battendo lo squadrone dei panzer del football, della solidità di Borsa
e banche, della disciplina e della rinascita vera. Un'impresa storica dunque e
non solo un raro evento gioioso nel Paese che meno di sei mesi prima, con la
bomba di Piazza Fontana, era precipitato nella violenza e nella paura. Ma
quella notte no, forse perché allora il calcio era un valore positivo e
popolare, come solo Pasolini aveva capito; gli stadi non erano ancora i luoghi
dell'impunità, lo sport non era in mano alla finanza vaporosa e alla politica
truffaldina. Ecco perché oggi, anche quando vinciamo bene e forte, sappiamo che
mai più la nostra gioia sarà la stessa di allora.
http://www.repubblica.it (02 giugno 2010)

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