Quei rapporti malsani fra politica e istituzioni
Ragioniamo sui frutti avvelenati di una stagione lunga (e bipartisan) dei rapporti malsani tra politica e istituzioni.
Cogliamo quasi ogni giorno i frutti avvelenati di una ormai
troppo lunga stagione di rapporti malsani tra politica e istituzioni. È una
storia che non può essere identificata solo con il tempo del berlusconismo, e
che ha molti attori. Picconatori, cultori delle spallate referendarie,
riformatori inconsapevoli degli effetti "di sistema" delle loro
iniziative, idolatri di un bipolarismo contemplato senza tener conto della
crescente personalizzazione della politica e del ruolo determinante giocato dal
sistema dell´informazione… È una storia destinata ad accompagnarci ancora se si
continuerà a parlare molto di riforme istituzionali da fare e si rifletterà
poco sugli effetti di quelle fatte. E l´accelerarsi della crisi rende più
urgente la riflessione su questi problemi, che sarà più libera se si scioglierà
il nodo della riforma elettorale.
Qualche sprazzo di consapevolezza si è appena manifestato, tra mille prudenze e
imputando ogni male alla "porcata" elettorale, ma cominciando
comunque a registrare l´impossibilità di continuare a vivere nell´attuale forma
del bipolarismo aggressivo. Se non è l´ammissione di un fallimento, è qualcosa
che gli assomiglia molto. E tuttavia si tratta di analisi ancora inadeguate e
che rischiano di riprodurre i vizi del passato, visto che sono condotte in
chiave assai politologica e poco storico-politica. Non si tratta di
contrapporre modello a modello, ma di andare a fondo nei processi reali che
hanno portato a quella che, con formula assai ambigua, viene chiamata "Seconda
Repubblica".
Non è una storia lineare. Anzi, in un momento decisivo, conosce uno
spettacolare rovesciamento. Nella lunga transizione italiana, già prima della
caduta del Muro, si era pensato che alla crescente debolezza della politica si
potesse supplire trasformando integralmente la questione politica in questione
istituzionale. In questo modo la politica cercava di allontanare le
responsabilità sue proprie. Non nella politica, ma nelle istituzioni era il
problema: sì che, modificate queste, ogni questione sarebbe stata risolta. In
uno slancio fideistico, si affidava alla riforma istituzionale una palingenesi
politica – la stabilità dei governi, l´efficacia della decisione, la fine della
frammentazione partitica, la scomparsa della corruzione.
Al riparo di questa rimozione, la politica si consegnava all´"ingegneria
costituzionale", abbandonando così una visione d´insieme che avrebbe avuto
bisogno d´un vero rinnovamento culturale. Da qui le difficoltà nell´approdare a
qualche soluzione condivisa e il nascere della tentazione delle
"spallate". Fu, questa, la stagione dei referendum elettorali, aperta
dall´eliminazione delle preferenze e approdata all´abbandono del sistema
proporzionale. Ma nulla si fece poi sulla via degli indispensabili aggiustamenti
di un sistema costituzionale che aveva nella sua filigrana proprio una legge
elettorale proporzionale, e che su questa premessa aveva costruito suoi
essenziali equilibri. E si chiusero gli occhi sui rapporti tra queste novità e
la nuova funzione politica del sistema dei media, evidente già prima che
s´incarnasse nel proprietario della Fininvest.
Saltati gli equilibri costituzionali, con la crisi politica che precipitava
nella scomparsa di partiti storici al tempo di Tangentopoli, la transizione
italiana cambiava volto, e con essa si capovolgeva il rapporto tra politica e
istituzioni. Si esauriva la delega all´ingegneria costituzionale. Nel deserto
istituzionale, nato dal riduzionismo elettorale, si creavano le condizioni per
il ritorno di una politica affrancata non tanto dai "riti" della
Prima Repubblica, ma da contrappesi e controlli necessari per l´esercizio
democratico del potere. Sì che il bipolarismo all´italiana non seguiva i ritmi
e le regole proprie di un sistema dove l´alternarsi di partiti e coalizioni si
realizza sul terreno della diversità dei programmi, Si esauriva, invece, nel
modo d´intendere l´esercizio del potere. Il berlusconismo trovava la sua forma
nell´esasperare l´ostilità a controlli, pesi e contrappesi, nel portare a
conseguenze estreme decisionismo e personalizzazione del potere. Nasce proprio
da qui, dall´irriducibilità a un denominatore comune delle diverse forze in
campo, l´asprezza distruttiva del bipolarismo. Con due ulteriori conseguenze,
una spiccatamente istituzionale, l´altra più immediatamente politica.
Alterato nel suo complesso il sistema delle garanzie e dei controlli, questa
ineliminabile funzione democratica si è concentrata, da una parte, nella
Presidenza della Repubblica e nella Corte costituzionale; e, dall´altra, nella
magistratura e nell´informazione. Sono queste, oggi, le frontiere della
democrazia: e, come sempre accade alle istituzioni di frontiera, sempre
soggette a tensioni, a tentativi di sfondamento da parte di chi vuole istituire
un potere autocratico, utilizzando anche la categoria della "costituzione
materiale", di cui non dovrebbe essere dimenticato l´originario obiettivo,
appunto la legittimazione di ambigui poteri di fatto. Tutto questo produce
anche paradossi, come quello riguardante il nostro bicameralismo perfetto, del
quale giustamente si reclama l´abbandono, ma che in questa stagione difficile
ha avuto la benefica funzione di bloccare pericolosi colpi di mano grazie alla
navette tra le due camere. Peraltro – ed è la seconda conseguenza – nessuna delle
promesse del bicameralismo è stata realizzata: il sistema politico si
decompone, la corruzione è regola, la formale stabilità governativa non ha
prodotto efficienza. E la regressione culturale cancella la condizione di base
d´ogni buona politica.
Da qui bisogna ripartire, perché le stesse questioni oggi più discusse, riforma
elettorale in testa, esigono la costruzione di un diverso ambiente nel quale le
persone possano riconoscersi e ritrovare il senso politico delle grandi
questioni. Non un sogno da vendere, ma una cultura da costruire, capace di dare
anche alle vecchie parole il senso adeguato ai tempi mutati. La forza delle
cose ci indica quali siano le questioni da affrontare. Lavoro e istruzione non
solo come diritti, ma come condizione della libertà. Laicità come autonomia.
Cittadinanza come pienezza dei diritti d´ogni persona. Legalità costituzionale
come effettivo equilibrio tra i poteri e funzionalità dei controlli formali e
informali. Europa come dimensione quotidiana. Istituzioni dell´economia non
risolte nella pura delega al mercato. Essenzialità dei legami sociali e
riconoscimento dell´altro. Consapevolezza di una nuova antropologia delle
persone, immerse nel flusso della tecnoscienza e proprio per questo bisognose
di un più forte diritto all´autodeterminazione. Sguardo su un futuro che è già
presente, che si chiama mondo globale, beni comuni, informazione liberata,
Internet, accesso alla conoscenza, e così ci trasmette una nuova idea di
eguaglianza.
Qui si costruisce l´agenda politica, non solo dell´opposizione, anche se
proprio affrontando chiaramente questi temi l´opposizione può promuovere un
rinnovamento culturale, trovare una identità percepibile e, con essa, un
consenso finalmente convinto.
La Repubblica, 14 settembre 2010

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