Quei rami della nostra storia
Oggi l'Italia è uno dei paesi più disuguali del mondo.
Si impara nelle scuole italiane e perfino in certe facoltà
universitarie: non si scrive mai la storia con i «se». A prima vista può
sembrare un consiglio sensato e pragmatico. Ma escludere l'esplorazione delle
vie alternative, dei sentieri che la storia avrebbe potuto prendere (senza
poi farlo) si rivela quasi subito un condizionamento ingiustificabile, quasi
ideologico. Il grande albero della storia ha il suo tronco, maestoso e
imponente, di fattualità, cioè di quello che è accaduto. Ma ha anche i suoi
rami di contro-fattualità, cioè di quello che avrebbe potuto accadere. Nella
costruzione di una storia nazionale, i rami hanno un'importanza quasi uguale
al tronco. Sono le spie di un'altra storia, non quella predominante ma quella
possibile, che offre spesso gli spunti più suggestivi per le future
generazioni.
È con questa chiave che vorrei esaminare due temi di grande importanza nella
storia d'Italia. Il primo è l'autogoverno come processo di educazione e presa
di coscienza. Carlo Cattaneo, impropriamente adottato ora dalla Lega come suo
ideologo, scrisse nel 1864 un saggio intitolato «Sulla legge comunale e
provinciale». In essa pregò il nuovo governo italiano di rispettare le leggi
locali esistenti in Lombardia e altrove, molto più avanzate e democratiche di
quelle piemontesi, allora da poco imposte a livello nazionale. Per Cattaneo i
piccoli comuni democratici e ben funzionanti erano «la nazione nel più intimo
asilo della sua libertà».
L'arte di governo italiana era tutta qui, nel comune e nella città: «Pare
anzi che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia
operare cose grandi». Naturalmente, la nuova classe dirigente italiana disse
di no alle proposte ben sostanziate di Cattaneo, ma le sue parole hanno
continuato a volare attraverso i decenni, e costituiscono un esempio
significativo di quello che avrebbe potuto essere ma non fu. Nel suo
bell'articolo (il manifesto 2ottobre) Pierluigi Sullo insiste sulla necessità
di incoraggiare e immaginare comunità «neo-democratiche», capaci di guardare
al territorio come un bene comune, e aperte al mondo. Sullo suggerisce che
Pisacane si troverebbe a suo agio al Presidio No Dal Molin. Aggiungiamo pure
Cattaneo, anche con il rischio di uno scontro immediato tra i due - l'uno
lombardo, e poi ticinese, l'altro napoletano, l'uno professore universitario,
l'altro ex-ufficiale dell'esercito, un liberale di ferro contrapposto a un
sognatore socialista.
Se l'autogoverno è un primo tema sconfitto dalla storia italiana, un ramo più
che un tronco, un secondo ramo di grande interesse e attualità è quello
dell'uguaglianza. Oggi l'Italia è uno dei paesi più disuguali del mondo,
vicino nelle tabelle internazionali ai quattro peggiori - Portogallo, Gran
Bretagna, gli Usa e Singapore. In Italia il 20% più ricco della popolazione è
distanziato dal 20% più povero da un reddito circa sette volte superiore. Ma
questa cifra complessiva rischia di mascherare la drammaticità di due altre
componenti della disuguaglianza italiana - una geografica - il divario tra
Nord e Sud, e l'altra tra individui. Marco Revelli ha riportato,
all'affollato convegno fiorentino sul berlusconismo della scorsa settimana,
le cifre impressionanti sulle disparità della ricchezza individuale
nell'Italia neo-liberista.
Torniamo al Risorgimento. Poche ma significative sono le voci che si
sollevano contro le grandi disuguaglianze del tempo, quelle soprattutto tra
bracciante affamato e proprietario terriero spesso assenteista.
Una di queste è di nuovo Pisacane che nel suo Testamento politico (1857)
dichiara la società moderna governata da «una legge economica e fatale», che
avrebbe accumulato tutte le ricchezze «in ristrettissime mani». Dopo 150 anni
nulla si rivela di più sensato. Specialmente alla luce degli studi più
recenti, come quello di Richard Wilkinson e Kate Pickett (The Spirit Level),
che dimostrano come le società più disuguali siano le più infelici. In
moltissimi ambiti - basso livello di fiducia, alto livello di sorveglianza,
scarsa parità di genere, obesità, percentuale di carcerati ... - le società
diseguali nel complesso hanno risultati assai peggiori di quelle più
paritarie.
Forse le figure più autorevoli del Risorgimento avrebbero dovuto dare un po'
più di ascolto a quell'isolato ex-ufficiale dell'esercito napoletano che,
pallidissimo, sul molo di Genova, dettava il suo testamento politico a Jessie
White Mario, prima di andare a morire nel Cilento. Se l'avessero fatto, forse
l'Italia sarebbe oggi una nazione più felice. Ma la storia, come si sa, non
si scrive con i se.
Il manifesto, 23 ottobre 2010

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