Quei ragazzi inascoltati
Paternalismo ed autoritarismo è la risposta dell’esecutivo agli studenti
Il Senato affidato alla matriarca leghista Rosi Mauro «è la pucchiacchia
in mano a creatura». È la sceneggiata, in mezza giornata già un cult di
youtube, sul contrasto tra la più sofisticata macchina procedurale e le maniere
sbrigative di una volitiva massaia rurale che ha cercato di governare il Senato
con la stessa sapienza con cui si governano e si cucinano i conigli. Ma è anche
uno dei momenti probabilmente più maschilisti del nostro Parlamento.
Questo governo sa come manovrare intrighi e gestire affari opachi, ma non sa
fare la cosa più normale e importante: tenere una relazione di ascolto
riflessivo con i cittadini che fuori dalle istituzioni vogliono far sentire la
loro voce a chi è stato eletto per prendere decisioni nel nome di tutti. La
violenza che si è scatenata nei cortei degli studenti è stata manipolata ed
usata per criminalizzare tutto il movimento, giustificare il pugno duro della
coercizione e imporre il volere di chi comanda. La risposta al dissenso che
questa maggioranza dei 3 voti di limpido consenso dà, è quanto di più
improvvido e autoritario; è la dimostrazione del fatto che gli studenti non
sono considerati degni interlocutori da questa maggioranza, la quale
probabilmente mette in conto che quelli degli studenti non sono voti suoi.
Punire gli studenti è come punire l´opposizione tutta, quella parte del Paese
che questo governo non rappresenta, che vuole anzi umiliare e reprimere; quella
parte che non applaude e che è rubricata come "comunista" e va dalle
toghe non domate, ai giornali non padronali, agli operai non marchionisti. Gli studenti
sono in buona compagnia. Le loro esigenze sono senza voce, trattate come una
questione di "sicurezza".
Eppure le esigenze espresse dagli studenti non sono corporative, non chiedono
prebende, l´azzeramento di un mutuo o promesse di posti ad personam. Chiedono
cose politiche: che questo progetto di riforma venga fermato e rivisto nella
sostanza perché è pessimo per gli studenti di questa generazione e di quelle
successive. A queste obiezioni, la politica che siede a Palazzo Chigi e in
Parlamento non ha risposte se non il dileggio e il pugno duro. Da settimane gli
studenti dicono all´opinione pubblica una cosa molto semplice: manca in questa
proposta di riforma una visione di futuro positiva e di crescita per i giovani,
ovvero per il Paese. Un riforma che restringe e rende asfittica la ricerca, che
monitora la didattica con metodi da contabilità aziendale, che non riesce a
dare il senso di un´università aperta al ricambio generazionale per merito
provato e documentato. L´immagine dell´università che il ministro Gelmini ci
propone è indifferente al mondo della ricerca e soprattutto ai principi scritti
nella Costituzione che parlano di eguali opportunità e di cultura come
patrimonio nazionale da proteggere e alimentare.
Da anni, i vari governi che si sono insediati, di destra come di sinistra,
hanno voluto lasciare alla storia una loro "riforma" dell´università.
In molti casi, hanno sbriciolato l´università che c´era nelle risorse e
avvilita nelle potenzialità, senza riuscire a renderla migliore. Il risultato
di questo sperpero sistematico è il seguente: le scuole e i licei formano
generazioni di fuoriusciuti; le tasse dei contribuenti italiani contribuiscono
al futuro dei Paesi stranieri. Dal Belgio alla Spagna, dall´Inghilterra alla
Germania, dagli Usa al Canada o al Brasile: dovunque si trova la stessa realtà,
quella di studenti italiani espatriati, non per cercare l´Eldorado o perché
figli di papà in viaggio, ma perché bravi e senza futuro degno e onesto nel
loro Paese. È questa la realtà, il fatto di riferimento che l´algida Gelmini
dovrebbe considerare quando trincera la sua riforma con la rituale
dichiarazione che si tratta di una "buona riforma". Non si fa una
riforma che è "buona". Si fa una riforma che è ottima, la migliore
possibile data la situazione reale alla quale deve rispondere. Una riforma
"buona" in questa contingenza è cattivissima: per il sistema di
reclutamento, per la subordinazione dei criteri del valore a quelli aziendali,
per un´intollerabile decurtazione delle risorse. Zero Euro. È questo il senso
della riforma Gelmini. L´anoressia dei cervelli.
Di fronte a questi problemi, che gli studenti comprendono benissimo, la
risposta del governo è in linea con la sua identità politica: paternalismo («i
genitori facciano stare a casa i figli», come se i ragazzi non fossero adulti e
liberi di decidere) e autoritarismo. Infantilizzazione e dominio repressivo;
anche a costo di rispolverare l´arresto preventivo, un istituto che con le
carte dei diritti non ha alcuna relazione; mentre ce l´ha con il regime del
Ventennio nero: quando Mussolini andava in visita in una città si mettevano
preventivamente in carcere i sospetti sovversivi per rilasciarli quando il duce
se n´era andato. Le soluzioni proposte dal governo non sono né impreviste né
irrazionali perché l´autoritarismo è l´esito certo quando si interrompe la
relazione tra cittadinanza e rappresentanza. Non la si chiami democrazia
autoritaria però, perché la democrazia autoritaria è un non-senso. Ciò che può
esistere e c´è, è un esecutivo autoritario che soffoca la democrazia.
La Repubblica, 22 dicembre 2010

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