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esplosioni di punti3

Quei lavoratori perduti

C’è oggi una sorta di generazione "perduta" di giovani lavoratori con bassi salari e senza protezioni sociali.

 

 

Nei primi sette anni di questo decennio l´economia italiana ha arrancato: con un modesto 1,1 per cento all´anno, non è riuscita a tenere il passo di crescita delle altre grandi economie europee. Ha invece tenuto il passo, e anche peggio, nella caduta della grande recessione mondiale. Più solida finanziariamente, ma più esposta di altri alla vicenda delle esportazioni e dunque del commercio mondiale, l´Italia fu il solo paese europeo ove il prodotto declinò sin dal 2008, accentuando la caduta del biennio: nel 2009 il prodotto interno lordo torna al livello del 2001 e la produzione industriale a quello di un ventennio fa; gli investimenti in macchine e attrezzature sono crollati di oltre un quinto.
Pur se si consolida la ripresa che pare manifestarsi, ci vorranno comunque anni per risalire la china: se ne prenda atto e ci si occupi delle questioni che la crisi lascia aperte e dalla cui soluzione dipende anche la forza della ripresa. Servono da guida e da fonte di dati le analisi precise proposte dalla Banca d´Italia sulle tendenze del sistema produttivo italiano, sugli effetti della crisi, su occupazione e distribuzione del reddito. Sulle cause della bassa crescita italiana fra l´ultimo quinquennio del secolo scorso vi è una diagnosi condivisa: per anni il sistema delle imprese, per sua conformazione interna e per ambiente esterno sfavorevole, non fu in grado di affrontare il subitaneo aumento di pressione concorrenziale derivante dagli effetti congiunti della globalizzazione, della rivoluzione delle tecniche di informazione e comunicazione e della scomparsa della lira entro una moneta europea.
Prima dell´inizio della grande recessione, tuttavia, circa la metà delle imprese censite da Banca d´Italia avevano iniziato un processo di ristrutturazione. Quante lo hanno completato, superata la crisi con pochi danni, sono ora in grado di espandersi. Altre si trovano ancora in mezzo al guado, in condizioni finanziarie divenute più difficili. Per molte il cammino deve ancora cominciare. La forza e la solidità della ripresa dipenderanno dalla diffusione dei processi di ristrutturazione, per il cui successo l´intervento pubblico dovrebbe creare condizioni ambientali propizie. 


Fra la fine del secolo scorso e l´inizio di questo si è verificato il fenomeno singolare di un notevole aumento dell´occupazione in situazione di bassa crescita. Con una successione di interventi legislativi, accanto al mercato del lavoro tradizionale, immutato nelle sue rigidità, se ne creò uno caratterizzato da massima flessibilità: oggi, i lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato sono meno di due terzi dell´occupazione complessiva, e assai meno sono quelli che godono della massima tutela. Questa evoluzione, avvenuta nell´indifferenza di un sindacato interessato al passato più che al futuro, ha avuto certamente effetti positivi sull´occupazione. Ma, trattandosi di occupazione potenzialmente "usa e getta", ha dissuaso le imprese dall´investimento in formazione di capitale umano e dalla ricerca di innovazione. E ha creato una sorta di generazione "perduta" di giovani lavoratori, con più bassi salari d´ingresso, privi di prospettive di progressione in carriera nonché di pensione e vulnerabili per esposizione ai venti della congiuntura, come oggi si può constatare. 


Si pone dunque un notevole problema di occupazione a breve e a medio termine. A breve termine, con il sistema vigente di ammortizzatori sociali, larga parte dei lavoratori flessibili di nuova generazione espulsi dalle imprese sono privi di tutela. Il ministro del welfare ha solo ora annunciato una riforma. Le imprese per ora hanno contenuto i licenziamenti, grazie anche alle maggiori occasioni di cassa integrazione concesse: se la ripresa non è forte e diffusa è probabile che dovranno verificarsi anche in questi casi riduzioni di occupazione. Nel medio periodo, il modello delle imprese ristrutturate implicherà livelli più elevati e maggior crescita della produttività. Affinché quel modello possa affermarsi contenendo la perdita di occupazione che ne deriva nell´immediato, occorrerebbe riformare il mercato del lavoro nella direzione indicata da tanti studiosi (Boeri, Ichino...) e da Banca d´Italia, per eliminarne il dualismo e offrire a tutti una qualche forma di tutela, anche a spese di chi oggi ne ha troppa.


L´Italia, si continua a ripetere, uscirà meglio degli altri dalla crisi. Per ora mancano prove convincenti di questa proposizione. Eppure, così potrebbe essere se la crisi fosse occasione per compiere le riforme necessarie a un rinnovamento del sistema produttivo.

 

http://www.repubblica.it       31/12/2009

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