(Quasi) elogio dei buoni votanti
Berlusconi passerà, ma passerà anche il berlusconismo, che ci ha così disgustosamente rivelato a noi stessi?
Questa rubrica cerca di segnalare quanto di buono avviene
nel nostro paese, sia evidente che nascosto, ed è dunque doveroso dedicare
questa puntata a quella parte degli italiani che ha deciso di voltar pagina, e
di votare, a Milano come a Napoli, a Cagliari come a Trieste e perfino a
Bologna (non esulto per i torinesi, che si ostinano nella loro tradizionale
alleanza tra la Fiat
e i post-comunisti, mediata dal primo padrone della città, il Banco San Paolo).
Qualcosa è cambiato, qualcosa sta ancora cambiando, e se il referendum andrà
secondo i nostri desideri si tratterà davvero di un salto storico di rilievo,
lungamente sperato. La cosa più bella di questi giorni è stata, per me e per
tutti, credo, il riaprirsi di una fitta discussione tra amici e finalmente!, di
nuovo!, con qualche sconosciuto, qualche passante, al mercato, al bar o sul
tram ma non sul treno (dove l’alta velocità ha ucciso la pratica della
conversazione sostituendola con la masturbazione dei telefonini e dei computer,
e ha ucciso la tradizione di un’educazione formale tra le persone che devono
fare uno stesso percorso e cioè dividere uno stesso pezzettino di tempo).
Si avverte in tutti, anche nei più ottusi, una moderata eccitazione, il
desiderio di sentirsi di nuovo presenti nel dibattito pubblico, e non solo
consumatori delle idee altrui e della tv. La tv, per esempio, mi pare abbia
contato poco in queste settimane di voto, o molto meno che in passato, e questa
forse è una delle notizie più belle, perché davvero la fogna della nazione è
quella macchinetta, con buona pace dei supermilionari del basso spettacolo
giornalistico, che quando si dicono di sinistra fanno discorsi e hanno stipendi
“oggettivamente di destra”, Gabanelli esclusa. La loro funzione è stata di
distrarci dalle nostre responsabilità di cittadini e di far della politica la
farsa sguaiata che è diventata, le loro complicità sono state devastanti.
Ma questa storia sta davvero per finire? C’è purtroppo da dubitarne, perché: a)
il trasformismo e il gattopardismo sono una costante della storia italiana e
tanti sono già pronti ad accodarsi o a salire sui carri dei vincitori; b) a
sinistra le idee sono poche, e la confusione è grande. Per esempio, osano
dichiararsi vincitori coloro che sono stati sconfitti alle primarie nelle loro
manipolazioni e hanno dovuto accettare candidati (poi vincenti) che
detestavano, e ai quali renderanno probabilmente la vita difficile con i loro
giochi e giochini. Occorrerà essere molto vigilanti, alla base, perché i
professionisti dell’intruglio non impongano più la loro logica, i pubblici
ministeri non si comportino da giustizieri faciloni facendo, come in passato,
più danni che altro, e soprattutto perché vi siano luoghi di pubblica
elaborazione delle politiche nuove, ci sia rispetto per le idee e per la
morale, ci sia confronto costante con il “basso” e la decisione politica non
resti privilegio dei politici di mestiere. Staremo a vedere, ma la parola
d’ordine dev’essere vigilanza e non compiacenza, studio e pensiero e non
chiacchiere, bene comune e non egoismo, chiedendo conto a tutti delle loro
scelte. Sarà un sogno, ma vale la pena sognarlo. Berlusconi passerà, ma passerà
anche il berlusconismo, che ci ha così disgustosamente rivelato a noi stessi?
Dietro a un modello sinora stravincente, dietro alla sua capacità di corrompere
tutto e tutti, c’era una logica primaria e infantile che ha coinvolto tutti gli
italiani o quasi: è bene tutto ciò che soddisfa i miei appetiti, il mio
egoismo, la mia animalità, è male tutto ciò che intralcia il mio desiderio, la
mia soddisfazione. (Anni fa ebbi a paragonare Berlusconi a un suo comico,
Massimo Boldi, che in certi brutti film dette una rappresentazione perfetta di
un infantilismo italico privo di ogni freno, più amorale che immorale.)
Del berlusconismo, cause ed effetti, ha tracciato un’analisi acuta e sofferta
un giovane scrittore lombardo, Giorgio Fontana, che ha trent’anni e ha vissuto
dell’Italia solo gli anni craxi-berlusconiani, che sono stati anche quelli dei
peggiori compromessi da parte della sinistra nell’adesione in economia come in
cultura a un’idea di civiltà non diversa da quella dei suoi rivali. Il saggio che
ha scritto La velocità del buio
convince più delle ipocrite indignazioni degli “uomini di cultura” e
opinionisti che hanno contribuito a fare di noi le mediocrità antropologiche e
morali che siamo diventati. La parola d’ordine del suo percorso è stata “come
evitare di diventare uno stronzo”, e come un certo numero di suoi coetanei c’è
riuscito meglio di una massa di “adulti”.
http://www.unita.it 11 giugno 2011

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