Quando tutto sarà ormai inutile chiederò di morire
Superare le contraddizioni della legge
«Fra due giorni sarà un anno e tre mesi che mia moglie è morta. Un tumore. Ero deciso a farla morire in casa, nella sua casa, anche se a Brescia siamo fortunati: esiste la "Domus Salutis" tenuta dalle Ancelle della Carità. Mi convinsero che era nell’interesse di Esterina tenerla ricoverata per qualche tempo. Poi, considerando il suo stato di salute, avrei deciso se portarla a casa. Dopo un mese costatai che per lei era un bene rimanere lì. Mia moglie si affidava alle mie decisioni, anche perché alla "Domus" si trovava bene. Credo che la competenza di questo istituto si sia mostrata soprattutto nella capacità di dosare in modo adeguato la somministrazione della morfina. Mia moglie andava addormentandosi un poco alla volta. Quando videro che ogni alimentazione per via endovenosa sarebbe stata inutile, la sospesero. Loro, io e i miei figli le davamo un po’ d’acqua, che beveva volentieri. Esterina è morta senza soffrire — per quanto noi possiamo saperne».
Il filosofo Emanuele Severino, 81 anni, parla al telefono dalla sua casa di
Brescia. «Ho già detto a suor Giusy — che con il professore Zaninetta guida la Domus ed è a sua volta
docente all’Università Cattolica — che quando toccherà a me, vorrò andare da
loro per morire come è morta mia moglie. Si è detta d’accordo. Ma c’è chi non
sopporta di morire in questo modo. Non c’è ovunque una Domus come quella di
Brescia. C’è invece una legislazione in base alla quale è possibile incriminare
i medici per omicidio quando si ritiene che essi abbiano sospeso un’assistenza
che ancora non era accanimento terapeutico. Chi stabilisce quando esso
incomincia? Che fare quando i medici hanno paura o si adeguano in coscienza
alle direttive della Chiesa o mascherano con queste direttive la loro paura per
altro legittima?».
Lei condanna il gesto di Mario Monicelli?
«Condannare non fa parte della logica del mio discorso filosofico. Mi sembra
d’altra parte che abbia più della nobiltà che del suo contrario. Ho sempre
trovato contraddittoria una legislazione che non punisce il suicidio non
riuscito, tentato da chi aveva la capacità di compierlo; e invece punisce il
medico che rispetto a uno che non abbia la capacità di farlo (è il caso Welby)
lo aiuta ad uccidersi. Con la conseguenza che, quando il medico non intende
essere incriminato, il suicidio di questo secondo candidato alla morte è reso
impossibile. Questa legislazione impedisce che i cittadini siano uguali di
fronte alla legge. Con una legge che invece li rendesse uguali, Monicelli non
sarebbe morto in questo modo, doppiamente tragico».
Serviva un gesto così drammatico perché
tornasse ad essere pronunciata nelle stanze della politica la parola eutanasia.
Perché?
«Perché l’attuale legislazione è tollerata dalla Chiesa, e ci sono molti
interessi a non infastidire la
Chiesa. E chi, affetto da male irreversibile e ormai
incosciente, ha lasciato scritto o comunicato a persone di sua fiducia che
quando non fosse più in grado di alimentarsi da solo desidera che anche
l’alimentazione artificiale venga sospesa e sia lasciato morire? (È quanto
chiederò alla Domus). Si dice che a queste sue disposizioni non si può dar
corso perché nulla assicura che nel frattempo l’interessato non abbia cambiato
parere. Ma si dimentica che, d’altra parte, non c’è nemmeno nulla che assicuri
che, invece, il parere l’ha cambiato. Chi lo assiste si trova quindi dinnanzi a
due possibilità equivalenti, e, se non ci sono altri indizi, perché scartare e
non far valere l’unico indizio che si ha a disposizione, cioè la volontà che
costui ha a suo tempo espresso? Anche per questo il testamento biologico è
indispensabile».
Si ha l’impressione che sia faziosa —
quasi fanatica — la contrapposizione fra laici e credenti. Non può esistere un
terreno che non sposi né la tesi dei primi, né quella dei secondi?
«Anch’io ho la sensazione che ci sia del fanatismo, ma quando uno si trova
in mezzo a situazioni di questo tipo è difficile non lasciarsi prendere la
mano. Il suicidio è immorale e, oltre che colpa, è reato? Se la maggioranza
degli elettori ne fosse convinta dovrebbe però evitare la contraddizione che
sopra ho indicato. Se una legge è contraddittoria è anche anticostituzionale —
ammesso e non concesso che la nostra Costituzione non contenga contraddizioni».
Intervista di Daniela Monti
Corriere della Sera 2.12.10

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