Quando l'Occidente smetterà di orientare la psiche globale
Gli effetti indesiderati dell'etnocentrismo sul disagio mentale nel mondo
L’etnocentrismo
è sempre pronto a colpire e il percorso di globalizzazione del disagio mentale
ne è uno dei fenomeni più attuali e deleteri. Applicando infatti categorie e
modelli interpretativi occidentali a disturbi che hanno radici in un contesto
culturale e sociale del tutto diverso da quello conosciuto in Occidente, porta
a un’omologazione e a un appiattimento che ricordano e determina effetti simili
a quelli dell’impoverimento della biodiversità in natura, per il pericolo di
dispersione della ricchezza di un patrimonio di tradizioni e culture vario e
multiforme. Il problema c’è, è evidente, anche se però dalla nostra prospettiva
rischiamo di non accorgercene. Salvo, poi, imbatterci in analisi dall’approccio
catastrofista, antioccidentale e ultrascettico verso il mondo che ruota intorno
alla psichiatria, che producono titoli strillati e altro scetticismo per
lo più infruttuoso. Appare interessante ed equilibrato, invece, il modo in cui
il tema viene scandagliato dal libro di Ethan Watters Pazzi come
noi. Depressione, anoressia, stress: malattie occidentali da esportazione (Bruno Mondadori, pp. 304, euro 22,00). Una misura che nasce, come
l’autore stesso lascia comprendere nelle pagine finali, proprio per non
screditare i numerosi professionisti della salute mentale che, come sua moglie,
lavorano in maniera onesta per curare il disagio mentale cercando di utilizzare
al meglio il sapere e le tecniche disponibili. Perché sarà pur vero che le case
farmaceutiche fin troppo spesso mettono in atto strategie per influenzare la
percezione di alcune malattie; così come è vero che dopo una tragedia
umanitaria non è insolita una sorta di corsa all’oro da parte di alcuni
professionisti che, per accreditarsi come esperti e guaritori del disturbo da
stress post traumatico, ignorano come l’universalità del trauma non esista e
che ogni cultura reagisce in maniera diversa e con forme di comunicazione
della sofferenza differenti. Ma parlare di padroni dell’anima che stanno
normalizzando il mondo non sembra generoso verso chi in questi due secoli ha
lavorato con serietà e convinzione per studiare e curare l’anima e il cervello.
Detto ciò, non si può sottovalutare che l’approccio etnocentrico e globalizzato
alla salute mentale, mettendo in discussione le concezioni dell’io in ogni
singola cultura e intervenendo dall’esterno sulle credenze locali sulla
guarigione, rischia di accelerare proprio quei cambiamenti che generano
disorientamento nell’uomo e che ovunque sono alla base del disagio mentale.
Watters racconta alcuni casi in cui è evidente l’effetto nocivo di questa
“contaminazione” che innesta in maniera poco naturale nelle culture altre le
“certezze” occidentali sui disagi dell’anima. È il caso per esempio della
diffusione dell’anoressia a Hong Kong dove il disturbo fino agli anni Novanta
non era conosciuto, o meglio, non lo era nelle forme sperimentate in Occidente.
A partire da un caso pubblicizzato dai media la malattia prese piede anche in
quella società, trovando peraltro terreno fertile nel clima di incertezza che
la popolazione stava vivendo per il passaggio dalla Regno Unito alla Cina. Un
altro esempio di un innesto forzato di patologie occidentale in culture diverse
dalla nostra è raccontato sempre da Watters riguardo alla diffusione della
depressione in Giappone. Lì una nota multinazionale farmaceutica predispose una
campagna molto dispendiosa di marketing per modificare la percezione e il
vissuto di quel disturbo in quel paese. Anche quello che avvenne nello Sri
Lanka nella fase successiva allo tsunami del 2004, analizzato sempre nelle
pagine di Watters, è indicativo di un etnocentrismo deleterio: gli operatori intervennero
portando con sé le certezze assolute del loro bagaglio di conoscenze e terapie
sul disturbo da stress post traumatico (Ptsd), dando per scontato che le
reazioni ai traumi subiti si collochino al di fuori della cultura e non ne sono
influenzati. Mentre, quell’esperienza dimostrò la distanza tra le loro idee sul
Ptsd e le credenze diffuse nella popolazione locale che la portavano a reagire
e a comportarsi in maniera diversa rispetto a ciò che questi esperti si
aspettavano. I soccorritori occidentali avevano perso di vista che i cingalesi,
diversamente dagli occidentali, erano abituati alla povertà, alle sofferenze e
alle guerre e avevano sviluppato una cultura capace di dare un senso a eventi
traumatici come lo tsunami.
Episodi come questo possono aiutare a comprendere come ci sia uno stretto nesso tra la cultura e la vita mentale delle persone, che in base all’ethos specifico rispondono in maniera diversa a situazioni di disagio, di sofferenza o ai cambiamenti. Per tale ragione modelli interpretativi propri di una cultura non possono essere esportati in ambienti differenti da quelli in cui sono nati senza causare stravolgimenti e snaturamenti nei contesti di arrivo. Come si può pensare di esportare in luoghi dove la vita mentale delle persone è strettamente connessa alle credenze culturali, religiose e a intrecci sociali propri un modello interpretativo nato in Occidente dove invece la salute mentale dell’individuo è separata rispetto a quella del gruppo e dove prevale la scissione cartesiana tra mente e corpo, che tende ad assimilare la mente a un insieme di sostanze chimiche dal cui equilibrio dipende la salute psichica degli individui? Si parte da presupposti del tutto diversi. L’approccio multiculturale suggerito da Watters mira proprio a questo: a far desistere dal tentativo di persuadere le culture altre ad accogliere i nostri modelli psicologici. Anche perché, «se guardiamo al livello di appagamento e di salute psicologica che ci hanno portato le nostre concezioni culturali sulla vita mentale, forse è tempo di riconsiderare la nostra generosità»…
http://www.ffwebmagazine.it 12
novembre 2010

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