Quando la scrittura diventa una terapia
La narrazione può avere un ruolo liberatorio. Non solo in letteratura ma anche nelle scienze sociali
Brano tratto dall’intervento al festival “L’arte della
felicità" svoltosi a Napoli
Il ruolo liberatorio della letteratura è stato sottolineato da Walter Benjamin
che ha visto nelle fiabe una delle "prime precauzioni prese dall´uomo per
dissipare l´incubo mitico" (Il Narratore. Riflessioni sull´opera di Nicola
Leskov) facendo notare che i personaggi della fiaba, lo sciocco, il fratello minore,
il viaggiatore, mettono in scacco le violenze della natura e ne fanno una loro
complice.
È il movimento inverso a quello della risalita verso «l´incubo mitico», verso
«l´orrore», ultima parola pronunciata da Kurtz prima di morire, di cui parla
Joseph Conrad in Cuore di tenebra, inseparabile libro di Malinowski (celebre
antropologo polacco, ndt) sul campo. Potremmo, quindi, affermare che è proprio
"il loro destino narrativo" ad aver sovvertito le religioni
dall´interno e che il compimento di questo destino libera l´uomo dal mito.
Questa frase è particolarmente provocante per l´etnologo e, in generale, per
tutti coloro che si interrogano sulle ragioni che li spingono a scrivere.
Perché colloca l´asse del cambiamento dalla parte del futuro. La letteratura
sarebbe meno determinata dalle sue origini religiose o mitiche e più da
qualcosa che sorge, un rischio, una lotta e un´invenzione: una fuga dal terreno
del mito, se si vuole e, eventualmente, un dietrofront per tornarvi a
combatterlo. Il contrario di una conseguenza, dunque, e la poesia di un inizio
assoluto (...).
Ogni scrittura affronta il vuoto del futuro affrancandosi dal passato. Il tema
dell´uscita dal mito concerne tanto la dimensione individuale quanto la
dimensione collettiva. Bisogna indubbiamente considerare, da un punto di vista
ontogenetico, che l´individuo, per crescere, deve liberarsi attraverso la
parola del proprio fondo mitico, e non soltanto dei miti che condivide con
altri. Non potremmo allora vedere nel tema dell´uscita dal mito una giustificazione
della psicanalisi?
Non proprio, o non soltanto. Qui dobbiamo piuttosto insistere sulla dimensione
propriamente narrativa dell´esistenza individuale. La prima ambizione di Freud
era, senza dubbio, quella di insegnare agli individui a liberarsi dai loro
demoni interiori, ma prendere la via narrativa (e non semplicemente la parola e
la rimemorazione) per arrivarci, è scegliere per sfidarli un terreno diverso
dal loro, un terreno dove si trasformano in personaggi; è avere, in qualche
modo, una concezione romanzesca della propria esistenza. Non si può chiedere a
tutti di inventare dei racconti, si dirà. Ma a torto: passiamo il nostro tempo
a raccontarci delle storie di cui siamo gli eroi o, più esattamente, passiamo
tutto il nostro tempo a inventare il racconto della nostra vita per sottoporne,
"in tempo reale", i diversi episodi all´apprezzamento e ai commenti
di alcuni amici, o fedeli compagni o collaboratori occasionali. Paul Ricœur si
è interessato alle "strutture prenarrative dell´esperienza temporale"
e, in Tempo e racconto, ha fatto notare che la letteratura sarebbe
incomprensibile se non configurasse ciò che, nell´azione umana "già
figura". Narrare la propria vita, inoltre, non è sfuggire alla solitudine,
ma all´isolamento; è una terapia spontanea, sensibile al passaggio del tempo
che sdoppia e proietta verso il futuro nel raccontarlo. Non ci si salva da
niente e da nessuno senza la presenza degli altri, sotto qualsiasi forma:
presenza effettiva di interlocutori, presenza scontata di futuri lettori, ma
che dà già tutto il suo senso all´attesa di colui che scrive. L´isolamento e il
silenzio, quando sopraggiungono, sono ad un tempo, in quanto a loro, il segno e
la causa della sconfitta e di un´invasione tanto lenta quanto inesorabile da
parte delle forze oscure del passato.
Lo scrittore fa dunque un´esperienza particolare della solitudine, e l´etnologo
ancora di più, perché esce da se stesso senza tuttavia raggiungere
completamente gli altri. Solo, si sforza di uscire dalla sua cultura, dalla sua
lingua, e dalle sue abitudini per mettersi a una certa distanza dagli altri.
Rispetto agli altri, la sua situazione è ambigua: la difficoltà dell´etnologo
comincia con il primo incontro, con il primo testimone. Conosciamo mai
qualcuno? O, se non lo conosciamo, riusciamo mai a capirlo? Ciò che crediamo di
poter scrivere di una collettività non perde la propria pertinenza dal momento
in cui ci avviciniamo a uno degli individui che ne fanno parte? E la
constatazione di questo limite non relativizza in anticipo tutto ciò che potrà
scrivere l´etnologo? È così che va inteso il titolo di Leiris, L´Afrique
fantôme, se è vero, come egli scrive, che ogni diario è "l´ombra di uno
scritto fantasma". L´etnologo sarebbe addirittura sempre tormentato,
scrive in Brisées, dal "fantasma dell´altro libro, quello che non ha
scritto". Il doppio dell´etnologo è doppiamente fantomatico, perché viene
dal passato e nasce da un´esperienza che non si potrà rifare. Il doppio
dell´etnologo non è soltanto questo essere astratto che si distacca da sé per
osservare o teorizzare meglio, è la figura concreta del tempo, dell´assenza e
dell´alterità (...).
La scrittura non ha passato. Essa non esiste che per trasmettere ciò che crea.
La scrittura è rituale: qualunque sia la sua materia prima, non ha senso se non
tramite l´accoglienza degli altri. Con essa, comincia una storia.
Ma la scrittura antropologica non è una scrittura qualsiasi: essa tratta di
altri ai quali l´etnologo non ha avuto accesso se non nei termini di un viaggio
doppio a sua volta, un viaggio interiore e al tempo stesso uno spostamento
nello spazio. Essa nasce da un´esperienza empirica nella quale l´antropologo è
implicato e della quale deve rendere conto nella sua totalità per essere
onesta, vale a dire il più vicina possibile al reale. Essa fa capire un
paradosso, il paradosso dello specialista in scienze sociali, scienze della
relazione e del simbolico: il percorso dell´etnologo, così come può renderne
conto attraverso la scrittura, è anche, e forse prima di tutto, una variazione
su delle forme diverse di solitudine: quella della partenza, quella dell´arrivo
e, ancor più definitiva o più irreversibile, quella del ritorno.
(Traduzione di Luis E. Moriones)
Repubblica 7.4.11

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