Quando la paura domina la società
Nell'immaginario della comunità impossibile, lo straniero è sempre pericolosamente alle "porte di casa".
Anticipiamo un brano da Identità e paura: gli italiani e l’immigrazione, il nuovo libro di Renzo Guolo (Forum, pagg. 68, euro 8,50).
Davanti alla fragilità dei legami sociali, la risposta alle ansie da insicurezza è cercata da alcuni nel tentativo di ricostruire la comunità o meglio, un suo particolare tipo. Una comunità impossibile, composta così com’è da soggetti totalmente dipendenti dai processi globali che tentano, invano, di trovare radicamento in uno spazio locale che appare loro finalmente difendibile. Uno spazio con confini sicuri, marcato visibilmente da una mobilitazione identitaria, nel quale gli “estranei invasori” e gli “elementi pericolosi” non possano entrare. Nell’immaginario della comunità impossibile, lo straniero è sempre pericolosamente alle “porte di casa”. In questa visione del mondo, comunità significa identicità, collettività mondata da ogni differenza mediante l’esclusione dell’altro.
Questo aggregato difensivo prende la forma di un gruppo solipsistico, composto da individui che si aggregano in forme labili. Lungi dal costituire comunità “reali”, in cui i membri agiscono reciprocamente e nei confronti degli altri anteponendo i valori e gli interessi della collettività, ritenuta un tutto unitario, queste forme di aggregazione disperdono l’impulso socializzante, riperpetuando la solitudine di coloro che le animano, uniti solo dall’ossessione della contaminazione e dal consenso verso una strategia di separazione e accesso selettivo agli spazi presidiati. Strategia che consiste nel rigettare fuori dal loro obbligato, ma troppo limitrofo, “ghetto” gli altri: gli estranei, in particolare gli immigrati, ritenuti alla stregua di “non-persone”. Ma la ricerca dell’identità a partire da un localismo fattosi disciplinare illumina impietosamente il vano tentativo di restaurare l’equilibrio perduto. La violenta accelerazione spazio-temporale imposta dalla globalizzazione ha reso indefinibili i confini di quell’ipotetica comunità. Sottoposto a incessanti trasformazioni, il territorio appare incapace di generare e imporre significati all’esistenza: questi vengono a dipendere da decisioni prese altrove, sottratte ai vincoli locali.
Gli individui che lo abitano non possono rifondare le “comunità locali” del passato; dei legami di un tempo resta poco. Qui la comunità è davvero immaginata. Le invocate identità comunitarie, che si presuppongono naturalmente condivise, sono, in realtà, sottoprodotti di un’attività artificiale di definizione di confini. Il tentativo di ricostruzione produce, al massimo, un surrogato di comunità, che placa solo temporaneamente le ansie individuali e collettive scatenate dai processi di trasformazione globale. Simili forme di aggregazione nascono anche per effetto della destrutturazione dei contesti collettivi di identità, istituzionalizzati e centralizzati, che nella modernità liquida svuota i luoghi sociali caratterizzati in precedenza da una forte partecipazione politica.
La globalizzazione, infatti, accentua i processi di spoliticizzazione. Nello spazio in cui operano il capitale, la finanza, l’informazione globale non esistono istituzioni di governo e nemmeno “cittadinanza”. Mentre il concetto di potere globale indica una realtà tanto inafferrabile quanto concreta nella sua deresponsabilizzata capacità di decisione, quello di “cittadinanza globale” resta vuoto; nel tempo in cui il potere globale si separa dalla politica, fluisce e si muove liberamente, le istituzioni restano vincolate al territorio ma senza la stessa capacità di incidere del passato.
La stessa autodifesa comunitaria che assume un volto “securitario”, localista o etnico, esprime, paradossalmente, sia pure in forme ipertrofiche e patologiche, la disperata richiesta di spazio pubblico partecipato. Individuare colpevoli finalmente visibili - ritenuti i responsabili del caos e della frammentazione sociale causata dalle “conseguenze secondarie o irriflesse” della globalizzazione – permette, da un lato, di sfuggire al crescente senso di impotenza, dall’altro di tentare di riscrivere il patto che lega una comunità al territorio, stabilendo un qualsiasi nesso tra politica e responsabilità. Anche se, in questa prospettiva, l’ordine locale viene pensato essenzialmente come ordine pubblico, fatto valere in primo luogo verso le “nuove classi pericolose”, delle quali gli immigrati fanno parte ascrittivamente.
Nel momento in cui i cittadini appaiono frastornati dalla crisi di sovranità degli stati nazionali e dalla loro incapacità di affrontare fenomeni su scala globale, “fare qualcosa” a livello locale offre l’illusione di ricostruire, attraverso una nuova regolazione disciplinare che ha come oggetto gli immigrati, un legame qualsiasi. In realtà la rifondazione del potere mediante l’antagonismo nei confronti dello straniero non risolve alcun problema. Nessuno può promettere un’esistenza sicura agli insicuri, tanto meno un futuro meno incerto attraverso l’esclusivo uso della politica come ars persecutoria.
http://www.repubblica.it 21 maggio 2010

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