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Quando il progresso distrugge l'identità

Ogni ragionamento sulla globalizzazione deve fare i conti con una complicata, perfino dolorosa constatazione: è soprattutto il benessere che globalizza (e cioè tende a omologare i consumi, e a piallare le differenze), mentre la povertà preserva meglio le identità locali.

 

Ogni ragionamento sulla globalizzazione deve fare i conti con una complicata, perfino dolorosa constatazione: è soprattutto il benessere che globalizza (e cioè tende a omologare i consumi, e a piallare le differenze), mentre la povertà preserva meglio le identità locali.

Applicato all´infanzia, questo rapporto direttamente proporzionale tra accesso al benessere e perdita di diversità appare perfino più evidente, e mette severamente in crisi molti dei legittimi dubbi (specialmente culturali e politici) che abbiamo sulla globalizzazione. Ci si può e ci si deve interrogare, come fa El Pais, sulla progressiva identificazione, per usi e costumi, dei bambini "mediterranei" in bambini "anglossassoni".

Ma, allargando il campo visivo, chi si sentirebbe di suggerire a un bambino africano denutrito, o a una bambina pakistana "venduta" dai genitori a un marito sconosciuto, di tenersi strette le sue radici e rigettare le lusinghe del modo di vivere occidentale?

E rimpiangere la presunta età dell´oro nella quale i bambini giocavano e spesso crescevano per la strada, piuttosto che chiudersi in casa con giochini elettronici identici a ogni latitudine, non espone forse all´ovvia replica che "bambini di strada" significa, in tutta l´America Latina e in molti paesi dell´Est europeo, bambini abbandonati, esposti al crimine e alla prostituzione, alle malattie e alla violenza? E più in generale, chi si sentirebbe di affermare che l´infanzia era meglio tutelata ieri piuttosto che oggi, più rispettata nei suoi diritti, nella sua autonomia di scelta, nella sua delicata alterità rispetto al mondo adulto?

La realtà è che la globalizzazione e il consumismo seducono perché quasi ovunque, perfino laddove creano nuovo sfruttamento e schiavitù sessuale, sono visti come la fuoruscita dalla fame. Ma questo - proprio questo - restituisce valore e senso alla cocciuta fatica con la quale, specie in Occidente, ci si interroga e ci si danna in favore del multiculturalismo: delle comunità immigrate in primo luogo, ma anche dei popoli lontani che lottano per l´accesso a un livello minimo di reddito rischiando di pagare il prezzo (altissimo) di uno sradicamento culturale spaventoso.

Si domandi a uno di quei bravi e generosi preti che militano per la dignità del loro prossimo in mezzo alle bidonville e alla discariche del Terzo Mondo, quanto sia difficile fare lavoro sociale in mezzo a quelle moltitudini di bambini, e di giovanissimi, che sognano di sfuggire al bisogno diventando "come noi". Con la maglietta di Del Piero o di Beckham, la televisione, internet, magari frugando tra le deiezioni tossiche dell´elettronica che l´Occidente scarica accanto alle loro baracche, come documentano spaventosi reportage girati nel limo fetido e sterile che la nostra opulenza fa refluire fin laggiù…

È possibile accedere al benessere senza diventarne sudditi, senza dimenticare le radici, gli usi, le storie, i giochi che rendono così varia e differente l´umanità? Può un bambino arabo, ancora nel suo Paese oppure in un sobborgo di Londra o di Milano, accedere ai nostri diritti e ai nostri consumi senza perdere identità, oppure non esiste via di mezzo tra la ribellione (politica prima ancora che religiosa) dell´integrismo, le madrasse, l´odio etnico per gli infedeli, e di contro la resa incondizionata a quell´invadente "noi" che l´Occidente impone al resto dell´umanità, la progressiva cancellazione dei dati originari?

Tra il villaggio dove si è nati e il villaggio globale il salto è così violento che indagini sull´omologazione dell´infanzia ai gusti, ai passatempo, ai comportamenti del modello americano, sono inevitabili sussulti della buona coscienza e anche del buon senso: la perdita di radici, di memoria, di bio-diversità (termine che non andrebbe usato solo per le sementi, ma anche per i bambini) è davvero il prezzo obbligatorio da pagare a un "progresso" che, per giunta, non pare navigare in acque tranquille, né seguire rotte così sicure?

E, all´opposto: non si rischia, maledicendo la "mondializzazione" (concetto reazionario molto amato dalla destra estrema), di perpetuare l´esclusione, l´arcaismo, il tribalismo, l´asservimento di ogni individuo (i bambini per primi, i bambini più di tutti) alle leggi eterne della tradizione?

Nel bel mezzo di questo dilemma, possiamo capire e apprezzare meglio il lavoro, spesso molto frainteso, di migliaia di insegnati, pedagogisti, assistenti sociali, preti, volontari, e anche politici, che cercano di difendere, a costo di qualche eccesso politicamente corretto, la trincea delle differenze culturali. Una danza bengalese in un saggio di fine anno di una scuola elementare emiliana (come mi è capitato di vedere) non è una stramberia, o una concessione "buonista".
È una maniera generosa, coraggiosa, di accogliere una bambina di cultura diversa, di farla sentire "come noi", "in mezzo a noi", però rimanendo se stessa, rimanendo differente.

Questa scommessa è la sola che vale la pena di azzardare, se si vuole combattere la doppia trappola della "nostalgia dei bei tempi andati" e delle radici forti da un lato, e dall´altro dell´integrazione vista come imposizione ottusa del Modello Unico. Nel caso in questione, del Bambino Unico.

 

 

da http://www.repubblica.it - 13 settembre 2008

 

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