Quale crescita nella crisi ecologica
Un capitalismo ecologico (se potesse esistere) allontanerebbe o scongiurerebbe il disastro che è già cominciato?
Il neoliberismo divora le risorse della crescita. La
politica si fa ancella della finanza. Le sinistre hanno capito ben poco della
globalizzazione. E parlare di ambiente a una donna di Haiti è complicato. Ma la
crisi ecologica è planetaria e il rilancio dell'economia mondiale la aggraverà
Luciano
Gallino, come giudica le politiche seguite da quanti hanno responsabilità
pubbliche (industriali, economisti, politici) al fine di superare la crisi.
Politiche che di fatto si riassumono in rilancio di produzione e consumi,
aumento del Pil, insomma crescita... Una linea che nessuno mette in
discussione.
Gli interventi postcrisi sono l'esito di un processo di ristrutturazione
dell'economia cominciato con Reagan e Thatcher nei primi anni anni 80, cui
hanno contribuito anche governi europei guidati da socialisti: dopo aver
fabbricato la crisi, tentano ora di porvi rimedio con metodi tipicamente
neoliberali. Ma bisogna fare qualche distinzione. Gli Stati Uniti, motore primo
del capitalismo finanziario, da cui è partita la crisi, stanno facendo una
politica un po' più progressista dell' Europa: salvando le banche, ma anche
contenendo la disoccupazione con forti interventi di stimolo, e destinando
decine di miliardi a una politica ecologica. Con tutti i suoi limiti, si tratta
pur sempre del primo segno di vita della politica nei confronti della finanza.
Mentre la Ue,
fedele alla strategia di Lisbona, sta andando in tutt'altra direzione.
Quello
che lei mi dice conferma la totale disattenzione del mondo politico nei
confronti della crisi ecologica planetaria, e che il rilancio dell'economia
mondiale non può che aggravare. Come giudica tutto ciò?
Lo giudico un grosso pericolo. E' come essere su un aereo che sta andando
dritto contro una montagna e in cabina non c'è nessuno...
Di
recente il Global Footprint Network ha annunciato che è già stata consumata la
quantità di natura da potersi usare quest'anno senza squilibrare ulteriormente
l'ecosistema. E la data viene anticipata ogni anno... Ma nessuno ci fa caso:
seguitano a invocare crescita, dimenticando che (a prescindere dall'aumento di
catastrofi) alla crescita può mancare la materia prima...
Ha detto quasi tutto lei. Io ho finito di scrivere un libro sulla crisi come
crisi di civiltà, in cui tra l'altro ricordo che l'impronta ecologica
dell'economia globale occupa ormai un pianeta virgola tre. Se il Sud del mondo
dovesse produrre come l'Occidente, in pochi anni di Terre ce ne vorrebbero due.
I responsabili principali sono la fede neoliberale e le pratiche economiche che
ne sono derivate. Le dottrine economiche del neoliberalismo parlano di foreste,
di mari, di acque, di terreni, ecc. sotto un unico aspetto: la valorizzazione.
Uno distrugge mille kmq di foreste pluviali in Indonesia o in Brasile e la
considera un'opera di valorizzazione: qualcosa che pareva non servire a nulla
diventa materiale da costruzione. Questa dottrina economica è affatto
irrazionale, perché non calcola nei passivi la distruzione dei servizi che
quella foresta - o quella palude, quell'agro, quel fiume - rendeva: un valore
annuo che in media supera di due o tre volte il ricavo della cosiddetta
valorizzazione. Con la differenza che quei servizi che erano durevoli sono
scomparsi per sempre, mentre la valorizzazione avviene una volta sola.
Ma questo comportamento non attiene
alla natura stessa del capitale?
Del capitale senza regole e senza controlli. Ma ci sono stati dei periodi in
cui il capitale era ragionevolmente regolato.
Forse perché, come dice Wallerstein, c'erano ancora degli spazi in cui
fuggire... Il mondo non era antropizzato, sfruttato come ora.
Questo è indubbio. Oggi, al di fuori della società capitalistica mondiale, non
c'è nessuno spazio. Ma ci sono anche altri fattori geopolitici da considerare.
Tra il 1945 e il 1980 il capitalismo fu in qualche modo regolato. In diversi
paesi europei gli orari di lavoro furono ridotti: in Francia si arrivò alle
ferie di cinque settimane. Per molti motivi. Non ultima la presenza di una grande
ombra a oriente, che induceva imprenditori, banchieri, politici, a muoversi con
cautela. Finito ciò, s'è avuta la controffensiva, mirante a tagliare le
conquiste sociali intervenute tra il '60 e l'80. E tutta la legislazione è
stata modificata in modo da dare massimo spazio al capitalismo finanziario.
Secondo una politica totalmente identificata con l'economia neoliberista...
Certo, quella vincente. La politica neoliberale è a suo modo una politica
totalitaria, persino con connotazioni fideistiche: lo stato deve essere ridotto
ai minimi termini. Le strade verso la crisi ecologica globale sono state
spianate a colpi di legge da una politica che ritiene prioritaria l'economia.
Bisogna recuperare la capacità della politica di imporsi in qualche misura all'economia,
in specie alla finanza. Certo con difficoltà enormi: questa realtà è stata
messa in piedi già dalla fine degli anni '40.
Quando il problema ambiente ancora non
si poneva...
Sì, allora la conquista del dominio dell'economia sulla politica si poneva in
termini molto chiari. La globalizzazione è stata uno degli strumenti per
costruire un dominio politico e ideologico non meno che economico. E finora è
mancata la controffensiva. Soprattutto è scomparso il pensiero critico.
E
in tutto ciò il problema ambiente è stato completamente rimosso...
Non direi che è stato rimosso. Gli economisti neoliberali, principali artefici
del disastro, in realtà ne erano e ne sono benissimo consapevoli. Soltanto che,
finché dura, ci vedono un'occasione di profitto.
Il moltiplicarsi di questi disastri,
dovrebbe allarmare questi signori...
Perché mai dovrebbero allarmarsi... La cosa, pensano, capiterà ai pronipoti...
Sta già capitando anche a loro. Con il
Golfo del Messico, ad esempio.
Sta di fatto che cercare di convincerli è del tutto inutile, perché la loro
forma mentale, il modo in cui calcolano costi e benefici, è strutturato in
quella direzione.
Lei
mi conferma che l'economia è un sistema completamente autoreferenziale, che
ignora la realtà...
Abbia pazienza, attendersi qualcosa di diverso da queste persone è irrazionale
da parte nostra. Sono loro i costruttori di questo mondo, che dal loro punto di
vista va benissimo. Uno come Warren Buffet, il primo o il secondo uomo più
ricco del mondo, alcuni anni fa ha scritto ai suoi azionisti una lettera in cui
diceva: «Io non so bene se esiste qualcosa come la lotta di classe, ma se
esiste è chiaro che noi siamo i vincitori». Come fai a convincerli... Il
problema è che qualcuno a sinistra dovrebbe muoversi, e non soltanto l'1 o il 2
per cento.
Infatti.
Non sarebbe il momento per le sinistre di rendersi conto che sfruttamento del
lavoro, disoccupazione, precarietà, salari inadeguati, orari insostenibili,
sono parte integrante di questa realtà ? Già Marx diceva che la produzione è
solo produzione per il capitale. E Napoleoni asseriva che la vita del capitale
consiste essenzialmente nella crescita di sé stesso... Sono domande centrali,
oggi più di ieri. Le sinistre non dovrebbero vedere l'insostenibilità di questa
situazione? In fondo erano nate per battere il capitalismo, poi hanno scelto il
riformismo. Forse oggi dovrebbero accorgersi che il riformismo non serve più...
Sarebbe il momento buono....
Sì, ma il momento buono cominciava almeno trent'anni fa .....
Sono
d'accordo, e non è cominciato... Ma serve continuare così?
Se lei mi chiede una diagnosi, le dico che le sinistre (tranne forse una quota
minima della sinistra-sinistra) di quello che è successo nel mondo hanno finora
capito ben poco. Perché non c'è nessuna analisi approfondita del processo di
globalizzazione, che al tempo stesso è un progetto politico, economico e
tecnologico. La globalizzazione per certi aspetti è stato un gigantesco
progetto di politiche del lavoro, volte a portare la produzione il più
possibile nei paesi dove non solo il lavoro costa meno, ma ci sono meno
diritti, il problema ambiente quasi non esiste, i sindacati sono solo sulla
carta o poco più. Analisi approfondite, a livello di partito, non ne abbiamo
viste. Sono molto più avanti alcuni think tank liberal americani ...
Solo che poi nessuno, nemmeno autori di fama, pensa che si debba, o si
possa, superare il capitalismo. Ad esempio Stiglitz, o Krugman: criticano le
enormi disuguaglianze ... le condizioni tremende di certi paesi "in via di
sviluppo"... Auspicano correzioni ai singoli problemi. Ma nessuno sembra
supporre che il capitalismo possa avere una fine.
Senta, se mi mettessero davanti un bottone verde e uno rosso, e mi dicessero
"Prema il bottone verde e il capitalismo scompare", io lo premo
subito (magari dopo aver chiesto che cosa lo sostituisce). Credo tuttavia che
-considerando le forze in campo e la schiacciante vittoria del neoliberismo -
il massimo che oggi si possa realisticamente sperare sia un capitalismo ragionevolmente
regolato. I rapporti oggi sono tali che appare già una smisurata ambizione
tentare di regolare in modo pratico il capitalismo. Partendo dal terreno
politico, perché è lì che bisogna intervenire.
Ma
assumendo in tutta la sua portata lo squilibrio ecologico non sarebbe possibile
proporre un discorso più radicale? E' un azzardo pensarlo?
E' un azzardo perché non ci sono le forze sociali. Perché il proletariato
mondiale (2 miliardi e mezzo tre- miliardi di persone) nell'insieme si può
anche considerare "una classe in sé". Però c'è un' enorme distanza da
colmare perché diventi "una classe per sé". E ' difficile contribuire
a colmare questa distanza con persone che vivono con meno di 2 dollari al
giorno... Come si fa a parlare di problemi ambientali a una donna di Haiti che
vede i figli morire di fame?
Però adesso in Pachistan c'è un milione
e mezzo di persone in fuga dall' alluvione... Dei poveracci che il problema
ambiente lo patiscono sulla propria pelle. Sono i poveri che scontano lo
squilibrio dell'ecosistema... Non è proprio su questo che la sinistra potrebbe
lavorare?
Sì. basta trovare dov'è questa sinistra. E bisognerebbe lavorare, sgobbare,
fare un'analisi approfondita, resuscitare il pensiero critico... Ci hanno
rinunciato quasi tutti. Ma è vero che la questione della disuguaglianza è
tragicamente collegata all'ambiente. Anche se con quelli che non sanno cosa si
mangia stasera, di ambiente è difficile discorrere.
Forse
sarebbe necessario per un momento mettere da parte i problemi storici delle
sinistre - lavoro, salario, casa ... - per affrontare questa aporia di una
crescita produttiva illimitata in un mondo che illimitato non è. ... In questa
chiave tutte le politiche tradizionali potrebbero essere riviste...
Lei con me sfonda non una porta aperta, ma un cancello. Però occorre
considerare che ci troviamo di fronte a formazioni politiche che hanno
drammaticamente perso la loro battaglia. D'altronde temo non basti
l'esortazione, né la critica più dura. Il loro carattere sociale è stato formato
in quel modo e non si può tagliare la testa al soggetto per cambiargliela.
Bisogna trovare il modo di mostrargli altre cose, di insegnarli altre cose. Ma
per questo mancano i think tank, mancano i politici. Ad esempio, una delle
grandi questioni politiche di cui non si parla è che le enormi disuguaglianze
esistenti nel mondo sono state un fattore importante sia della crisi
finanziaria sia della crisi industriale, e non da ultimo della stessa crisi
ecologica. La lotta alle disuguaglianze è la prima da combattere se si vuole
che qualcuno ci segua anche sul terreno della politica ambientale.
Forse
occorre considerare anche quello che a me pare uno dei guasti più profondi:
cioè il fatto che il consumismo, l'identificazione col possesso di oggetti...e
quindi la competitività, la corsa al reddito, siano causa di una corruzione
mentale gravissima, che comporta poi anche la corruzione spicciola.....
Non c'è dubbio. Penso all'ultimo libro di Benjamin Barber
"Consumati", che analizza l'infantilizzazione dei consumatori,
addirittura il rimbecillimento, dei giovani soprattutto ma anche degli adulti.
Io non parlerei però di corruzione o deformazione, userei termini come
carattere sociale, come diceva Erich Fromm, per indicare un carattere molto
diverso e magari opposto a quello che noi vorremmo.
E
però la consapevolezza di una crisi non solo ecologica non più sopportabile, si
va diffondendo, specie tra i giovani... E' gente che, magari duramente
criticandole, astenendosi dal voto, fa però riferimento alle sinistre... Non
sarebbe questa una base da cui partire?
Io sono scettico su posizioni di questo genere, sostenute peraltro da più d'un
autore. A me sembrano una riedizione in piccolo della speranza nel soggetto
rivoluzionario che sorge per forza propria. Certo esiste tra un certo numero di
persone la consapevolezza del rischio ecologico, ma non basta. Occorre che
questa consapevolezza entri nella politica, si faccia politica... e per questo
ci vogliono le forze, ci vogliono dei voti, dei parlamentari... Mi pare che
siamo ancora lontani da questi traguardi.
il manifesto, 24 ottobre 2010

Precedente: Board Usa senza ponti levatoi

