Qualche domanda sul partito dell'amore
Le riforme non saranno praticabili fino a quando il premier e la sua maggioranza non torneranno sui loro propositi di alterare la Costituzione in senso autoritario.
Il terribile 2009 che stiamo per lasciarci alle spalle
sembra aver toccato il fondo; nel 2010 si annuncia la ripresa, ma che genere di
ripresa? Sperare che sia rapida e robusta è legittimo e può essere
un'aspettativa positiva, ma le previsioni generali sono poco incoraggianti:
sarà una ripresa lenta e stentata in Europa e negli Stati Uniti, più dinamica
per la Cina,
l'India e gli altri Paesi emergenti.
Il divario tra queste due aree del mondo aumenterà e con esso le tensioni
economiche e anche politiche.
Se ne è avuto un primo anticipo nell'incontro-scontro di Copenaghen sul clima:
contrariamente a quanto si riteneva il cosiddetto G2, cioè l'accordo di Usa e
Cina a procedere di comune accordo nel governo del pianeta, non ha funzionato.
Quell'accordo non c'è. La Cina
è decisa a procedere sulla via della modernizzazione con criteri propri e senza
nulla sacrificare alla solidarietà internazionale come avrebbe desiderato
l'America. Sul piano monetario, finanziario e commerciale proseguirà nel
protezionismo, non rivaluterà la sua moneta rispetto al dollaro, continuerà a
far provvista di materie prime facendone aumentare i prezzi, non limiterà
l'inquinamento dell'atmosfera.
Questi obiettivi saranno rinviati di almeno dieci anni, quando il divario
economico ma anche strategico e militare sarà ulteriormente ridotto.
Soltanto allora Pechino prenderà in considerazione un nuovo equilibrio con gli
Usa per un governo paritario del resto del mondo che non potrà non tener conto
di altre importanti presenze emergenti: India, Brasile, Sudafrica, Messico. Ed
anche Europa, se il nostro continente saprà parlare con una sola voce; e fin
d'ora è già chiaro che quella voce parlerà in tedesco più che in francese e
inglese.
Nel frattempo la ripresa occidentale sarà lenta. Non priva
di rischi di ricaduta. Mario Draghi colloca questo rischio tra un paio d'anni,
quando i titoli emessi dai grandi gruppi industriali e bancari per cifre molto
elevate saranno in scadenza e dovranno esser rinnovati e quando i governi più
indebitati - a cominciare dagli Stati Uniti - dovranno trovare equilibri
finanziari più sostenibili.
L'insieme di questi problemi comporterà tagli di spesa e/o aumento di imposte,
cioè politiche economiche restrittive e comunque non espansive. Ma ci sono
anche altri elementi che non favoriscono una ripresa rapida e robusta. Li
segnala Romano Prodi in un articolo pubblicato sul Messaggero e il
direttore dell'Economist, John Micklethwait: per alcuni anni il mercato
del lavoro sarà stagnante, il livello dell'occupazione insoddisfacente, le imprese
aumenteranno la produttività ma diffonderanno meno benessere sociale.
Scrive Prodi: "Il numero dei disoccupati è aumentato dovunque superando i
massimi livelli raggiunti nello scorso decennio. Spesso gli imprenditori
approfittano della situazione di crisi per procedere alla razionalizzazione
dell'organizzazione aziendale aumentando la produttività a scapito
dell'occupazione. Ma vi è un altro elemento da tener presente e cioè i deficit
dei bilanci pubblici che si sono accumulati sia in Usa sia in Europa.
L'esigenza di tornare alla normalità si impone a tutti. Il debito cumulato dai
Paesi dell'Ocse sorpasserà nel 2010 il 100 per cento del Pil. Questo
significherà che il motore della finanza pubblica, che è stato così largamente
usato per frenare la caduta dell'economia, potrà essere solo marginalmente
utilizzato per accelerare la ripresa".
Questa è dunque la situazione. Bisognerebbe aprire una buona volta un pubblico
dibattito nel nostro Parlamento per fotografarla ed elaborare una terapia, ma,
come da tempo lamenta l'opposizione, non c'è alcun segnale in questa direzione.
Per il nostro governo evidentemente il problema non esiste.
* * *
Molte altre cose non esistono per il governo, per la maggioranza che lo
sostiene e per il premier che dirige l'una e l'altro e questo è un altro
elemento di rischio non certo fugato dal "partito dell'amore", la più
recente invenzione di Silvio Berlusconi.
L'amore e la ricerca del dialogo sono la conseguenza del deplorevole e
inconsulto gesto dello psicolabile Tartaglia, tuttora ristretto a San Vittore
per legittima prevenzione contro altri atti inconsulti che potrebbe commettere.
Dal male può uscire un bene, ripetono i salmodianti esponenti del partito
dell'amore, Schifani e Bondi in testa, invocando un rapido inizio della
stagione delle riforme condivise e sollecitando Bersani a dar prova concreta
delle sue intenzioni in proposito.
Ma Bersani ha già risposto: vuole anzitutto discutere della situazione
economica e della terapia (condivisa?) da adottare. Sulle riforme istituzionali
e costituzionali vuole sapere qual è la linea del governo ed ha ribadito come
premessa che il Pd voterà contro leggi "ad personam" per quanto
riguarda la processabilità di Silvio Berlusconi.
Molti nella maggioranza si rifanno alla "bozza Violante" per quanto
riguarda le riforme istituzionali usandola come una sorta di scaramanzia, un
portafortuna che dovrebbe rassicurare Bersani a romper gli indugi e venire
"a patti col diavolo" come direbbe Di Pietro, fermo nella sua
decisione dissennata di anteporre l'interesse della sua ditta a quelli di
un'opposizione seria e impegnata a tutelare gli interessi del Paese.
Ma sulla "bozza Violante" bisogna esser chiari. Si tratta d'un
documento attuale ancorché stilato diversi anni fa.
Parla di diminuire il numero dei parlamentari, di un diverso ruolo del Senato e
di altre modernizzazioni istituzionali concernenti i poteri della Presidenza
del Consiglio. Sono questioni importanti e non dovrebbe esser difficile
raggiungere su di esse un'intesa tra maggioranza e opposizione. Ma la
"bozza Violante" non fa menzione o la fa in modo vago del
rafforzamento dei contropoteri necessario per procedere alle auspicabili
modernizzazioni.
Non ne fa menzione perché quando Violante stilò quel documento, Berlusconi non
aveva ancora manifestato la sua visione sul cambiamento della Costituzione.
Quel documento oggi risulta gravemente manchevole non già per imperizia del suo
estensore ma perché le condizioni del confronto- scontro sono radicalmente
cambiate.
E' perciò del tutto inutile salmodiare sulla necessità delle riforme condivise
se prima il premier e i suoi salmodianti non avranno tolto di mezzo la pretesa
di cambiare la
Costituzione dando all'Esecutivo un potere sovraordinato sia
sul legislativo sia sul giudiziario sia sugli organi di suprema garanzia a
cominciare dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale e - per quanto
riguarda quest'ultima - ritirando il disegno di modificare le modalità di
elezione dei suoi membri.
In sostanza le riforme non saranno praticabili fino a quando il premier e la
sua maggioranza non torneranno sui loro propositi di alterare la Costituzione in senso
autoritario. Il partito dell'amore propugna un sentimento che merita di essere
incoraggiato purché non sia una maschera che nasconde un tentativo di stupro.
Nel qual caso si tratterebbe - allora sì - d'un inciucio col diavolo che il
Partito democratico dovrebbe denunciare e contrastare con fermissima decisione,
come certamente farà.
Post scriptum. Anche il Papa è stato oggetto di ruvida attenzione da parte di
una ragazza venticinquenne che l'ha trascinato a terra scatenando un parapiglia
sotto le volte di San Pietro con la conseguenza di far cadere anche il
cardinale Etchegaray che si è rotto il femore e dovrà essere operato. La caduta
a terra del Papa e del cardinale hanno fatto il giro del mondo, né più né meno
del ferimento di Berlusconi, ed è naturale che sia così. Si tratta di due
incidenti analoghi con una differenza: il Papa è per definizione il capo del
partito dell'amore e quindi non ha bisogno di fondarlo perché ci pensò Gesù di
Nazareth duemila anni fa. Il compito di Berlusconi è dunque molto più arduo, ma
proprio per questo ancor più affascinante.
Del resto in una sua recentissima affermazione si è paragonato a Gesù Cristo
per il ferimento a suo danno. Siamo dunque sulla buona strada...
http://www.repubblica.it 27/12/2009

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