Purchè non sia un tavolino
Il confronto fra le parti, dovrà prevedere ripensamenti del nostro modello economico-sociale
I cosiddetti «tavoli» ai quali i sindacati, gli imprenditori
e i rappresentanti del governo si incontrano e si confrontano sono una buona cosa
in quanto l’alternativa è spesso uno sciopero «al buio», ossia senza che una
parte abbia una chiara percezione delle posizioni e dei problemi delle altre.
Il «tavolo» che si terrà mercoledì a Torino sul futuro degli stabilimenti
italiani della Fiat rischia però di trasformarsi in un «tavolino», ossia di
dare ai problemi sul tappeto un’interpretazione riduttiva e specifica, tesa
soltanto a stabilire minuziosamente impegni reciproci sulla produzione di
singoli impianti e singoli modelli in un arco di tempo necessariamente breve e
in condizioni molto incerte, data la congiuntura europea e mondiale. Se così
fosse, l’accordo raggiunto terrebbe fino alla prossima situazione di
difficoltà, dopo di che si ricomincerebbe da capo con un altro «tavolino». Tra
un «tavolino» e l’altro, la posizione competitiva dell’Italia continuerebbe a
peggiorare.
E’ stato così nel corso degli ultimi vent’anni. Il «tavolo» di mercoledì sarà
un successo se, pur non rinunciando ad affrontare i problemi contingenti, porrà
le basi per trattare, nell’ottica dell’economia globale, il problema della
sostenibilità del modello sociale europeo - e specificamente della sua variante
italiana - caratterizzato da forti componenti non monetarie della retribuzione.
Fino a non molti anni fa si pensava che questo modello si sarebbe imposto al
mondo: le norme sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro e del posto di
lavoro, il graduale e continuo aumento di salari e del tempo libero in cui
spendere quei salari avrebbero dimostrato la superiorità di una civiltà europea
attenta all’individuo e ai suoi legami con la società.
Come ben sappiamo, le cose non sono andate così. I Paesi emergenti stanno
muovendosi verso salari più elevati e forme rudimentali di sicurezza sociale
non copiate dall’Europa, ma la produttività del lavoro vi cresce a velocità ben
superiore e pertanto le loro esportazioni conquistano sempre nuovi mercati. I
lavoratori sono sicuramente sottopagati ma i loro redditi sono fortemente
aumentati e possono ragionevolmente sperare che i figli continuino nel
miglioramento. I nostri obiettivi sono invece troppo spesso quelli di un
decoroso accompagnamento alla pensione di lavoratori anziani senza dare spazio
ai giovani mentre con redditi stagnanti il tempo libero rischia di trasformarsi
in tempo vuoto. L’Europa, e l’Italia in particolare, più esposta di altri Paesi
alla concorrenza diretta degli emergenti, si vede proporre (e forse domani
imporre) un sistema in cui si deve lavorare di più e con mansioni più
flessibili per retribuzioni pari a quelle di prima.
Le vie percorribili sono sostanzialmente due. La prima via è quella di una
sostanziale riscrittura del modello economico-sociale europeo con
l’attenuazione della difesa del «posto» di lavoro, non più garantibile
nell’attuale contesto mondiale, e l’aumento della difesa del «lavoro», ossia di
un’attività mutevole e flessibile: si deve andare verso una garanzia della
continuità delle occasioni di lavoro, magari con un salario di cittadinanza,
nell’ottica di ottenere e mantenere la produttività necessaria per stare sul
mercato globale.
Modelli di questo tipo hanno consentito a diverse economie dell’Europa
settentrionale di reggere assai bene all’urto dei Paesi emergenti e di
riconvertirsi molto velocemente e con successo. Nessuna di queste esperienze è
perfetta e tutte richiedono un supporto notevole di spesa pubblica; pertanto il
meccanismo dovrebbe essere introdotto gradualmente e in via sperimentale, a
cominciare dai giovani delle aree minacciate dalla crisi industriale. Torino,
dove il numero di coloro che compiono diciotto anni è sensibilmente inferiore a
coloro che ne compiono sessanta, sarebbe un luogo ideale per cercare di
trasformare in «lavoro» - e quindi in prospettive di vita - mediante la
garanzia di una continuità di fondo la miriade di «lavoretti» con cui i giovani
sopravvivono.
La seconda via è quella del protezionismo moderno, fondato su barriere non
tariffarie in grado di impedire l’ingresso delle merci che competono con quelle
nazionali. Il protezionismo salva i posti di lavoro minacciati ma il suo costo
è molto elevato in quanto riduce o toglie dai mercati numerosi beni stranieri a
basso prezzo. Le varie «clausole di salvaguardia» degli accordi commerciali
internazionali consentono forme di protezione per un periodo limitato. Sono
utili se, nel frattempo, il Paese o il gruppo di Paesi che cerca di proteggersi
modifica qualcosa nel suo modello produttivo. Nel caso dell’Italia, a esempio,
occorrerebbe semplificare davvero la politica, la burocrazia, la tassazione
riducendone il costo - che è spesso un reddito per categorie professionali
privilegiate assai più numerose che in altri Paesi - senza far ricadere il peso
della ristrutturazione soltanto sui normali lavoratori dipendenti.
Perché il «tavolo» di Torino sia un successo, argomenti di questi tipo dovranno
essere affrontati - accanto a quelli più specifici dell’occupazione dei singoli
stabilimenti e dei modelli che saranno prodotti, situazione economica
permettendo - per essere sviluppati in seguito. La speranza è che ci sia almeno
un pizzico di novità, non il solito stanco rituale che ha scandito il nostro declino.
http://www.lastampa.it 26/07/2010

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