Psiche & business. La fabbrica dell’infelicità
Siamo destinati a diventare un popolo di depressi. Anche grazie ai medici e alle industrie farmaceutiche.
Quando Giuseppe Berto ottenne nel 1964 il Premio Viareggio con il romanzo Il male oscuro furono in molti a
chiedersi che cosa fosse mai questo male. C’era, al riguardo, il precedente
autorevole di Carlo Emilio Gadda, che in una pagina della Cognizione del dolore, scritta alla fine degli anni Trenta,
scolpiva questa frase: «Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le
universe discipline delle grandi cattedre persistono a dover ignorare le cause,
i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il folgorato scoscendere d’una
vita, più greve di ogni giorno, immedicato». Un male oscuro veniva assunto a
metafora letteraria di una situazione umana a volte innominabile, da chi si
rifiuta di accettarla , ed etichettata irrazionale, da chi esita a riconoscersi
in preda a uno stato emotivo irresistibile.
Questi pensieri si rincorrono avendo fra le mani il libro Storia segreta del male oscuro (appena uscito da Bollati
Boringhieri) dello psicoterapeuta Gary Greenberg, studioso dei nessi tra
medicina, etica e politica. Il sottotiolo chiarifica il male “oscuro”: «siamo
infelici perché affetti dalla malattia chiamata depressione?». L’interrogativo
sottintende l’intenzione critica: non è la depressione a negarti la felicità e
a condurti dai medici, ma sono questi che «vogliono che ti accorga che la tua
infelicità ti sta dicendo che hai bisogno di loro».
Perché mai, si chiede l’autore, la scienza medica ha inquadrato in una entità
chiamata “depressione” l’inspiegabile e persistente calo di umore, la vertigine
da svuotamento dell’io, la contrazione allo stomaco che toglie ogni vitalità,
l’angoscia di non riuscire ad affrontare il giorno successivo mentre
l’orizzonte man mano si contrae? Greenberg risponde a se stesso: «La
depressione coglie le ansie e i dispiaceri di chi vive in tempi di grandi
rivolgimenti culturali», quali «lo scontro tra la visione di un orizzonte
infinito davanti a noi e i limiti inevitabili della vita sulla terra, la
situazione economica, geopolitica ed ecologica che peggiora di giorno in
giorno, la difficoltà sempre maggiore nel cercare la felicità».
Aggiunge l’autore: «Ma allora perché chiamarla malattia?»; e a questo punto
«perché non sbarazzarsi anche dell’intermediario, nel nostro caso il medico,
con la sua lista di diagnosi e i suoi ricettari?». Può essere mai «il Lexapo,
per dirne uno, piuttosto che il Prozac», il farmaco che può cambiare la nostra
vita, la pillola della felicità (come Peter Kramer ha intitolato nel 1994 un
suo libro di successo), il medicinale che funziona come «una spruzzata di lubrificante
su di una macchina cui permette di fare quel che deve fare»?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la depressione come «la più
umana delle affezioni». Dalla medesima fonte apprendiamo che dal 2002 essa «già
occupa il quarto posto tra le cause di morbilità» e che «entro due anni si
insedierà al secondo». Viene riconosciuta come malattia sociale, come epidemia
nei paesi a evoluzione tecnologica e culturale avanzata. Siamo dunque destinati
a essere un popolo di depressi, al modo descritto da Marcel Proust ne I
Guermantes, per il quale l’affezione «era un profumo irrespirabile», diffuso
come l’ammorbante “mal’aria” d’antico regime? La sua causa è un «agente
patogeno più virulento di tutti i microbi?».
Già Pierre Fédida , psicopatologo nell’Università di Parigi, richiamava
l’attenzione su Il buon uso della depressione (Einaudi 2002), inteso come
scelta da parte della persona afflitta d’intrattenere il rapporto di cura con
chi è capace di condividere la sua biografia. I farmaci sono utili alla biologia
del processo psicopatologico, però non guariscono. Per questo bisogna essere in
due.
A commento del libro di Gary Greenberg, si può pienamente sottoscrivere l’idea
che la riduzione dell’infelicità a difetto biochimico in grado di esser
riequilibrato da una pillola (ma anche a vizio cognitivo che lo psicoterapeuta
può sicuramente correggere) è solo funzionale a fabbricare nuova depressione
medicalizzata. La medicalizzazione può giungere a dire che la depressione è
dovuta a “deficit di Prozac”. Dice Greenberg: «Non lasciamo che i medici della
depressione ci facciano ammalare».
Saturno 8.4.11

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