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“Possiamo dire che Sgarbi ha presentato un
cimitero, anzi un karaoke dove ci sono degli imitatori che cantano al posto
dei grandi cantanti con l'adozione a distanza degli artisti come si
fa con i bambini dell'Africa” Achille Bonito Oliva dopo aver
discusso sulla natura e sulla funzione dell'arte contemporanea muove pesanti
critiche al Padiglione Italiano della Biennale di Venezia e ai criteri che
hanno guidato la scelta degli artisti.
Cos'è l'arte contemporanea?
E' una forma di massaggio del muscolo atrofizzato della sensibilità
collettiva, atrofizzato dai media, dalla telematica, dalla televisione. Una
sensibilità narcotizzata finanche dal priapismo della politica.
Quale funzione assume l'opera d'arte nei fenomeni della
contemporaneità?
L'arte vive la storia del proprio tempo quindi ovviamente assume anche
tematiche di tipo sociale. Svolge un ruolo critico in un momento in cui ogni
ideologia è caduta e assume un livello di lettura sulle cose che aiuta lo
spettatore a sviluppare una nuova coscienza della realtà attraverso lo shock
estetico di un'opera che sostanzialmente crea interattività: non solo
passività e meraviglia nello spettatore ma sorpresa e stimolo perché alla
fine l'arte contemporanea, come diceva Picasso è un'arte puntata sul mondo.
Ma l'arte contemporanea avrà pure dei collegamenti con l'arte antica
Certo. La
Transavanguardia, per esempio, è una forma di Manierismo ma
di alto livello: è una sintesi, un intreccio tra astratto e figurativo
sviluppato con nomadismo culturale ed eclettismo stilistico.
L'arte segue il mercato o è il mercato che si adegua alle forme di
espressione artistica?
Diciamo che nella storia dell'arte alla fine è sempre il mercato che si
accoda all'arte. Nei tempi brevi, quelli della cronaca, può succedere che ci
sia una suggestione del mercato che spinga artisti che poi non reggono nei
tempi lunghi della storia.
Quale criterio ha seguito quando nel 1993 hai diretto la Biennale di Venezia?
Ho presentato un progetto transnazionale, multiculturale e multimediale. Una
Biennale che ha ospitato arte cinema, teatro, musica, pittura, scultura,
installazioni, estremamente articolata; in grado di bucare anche l'autarchia
territoriale dei singoli padiglioni. Una Biennale, in qualche modo, glocal,
capace di coniugare globalizzazione e identità provenienti dai diversi Paesi.
Sgarbi, spiegando l'idea ispiratrice del suo Padiglione Italia, ha
detto di aver riproposto lo spirito dei tempi evitando anche che i critici
continuino ad avere un rapporto medico-paziente con i propri artisti
Se per spirito dei tempi si intende uno spirito familico dove degli
intellettuali segnalano le proprie mogli, le fidanzate e le amanti o dove dei
generali costringono gli organizzatori a inserire un quadro della propria
moglie oppure, ancor peggio, si avvertono collusioni con la classe politica,
allora sono d'accordo. Ma il suo è un padiglione che sfiora il kitsch di
Piazza Navona, quello dei venditori di immagini.
Lui sostiene che le altre biennali sono state delle cappelle
funerarie
Possiamo dire che Sgarbi più che una cappella funeraria ha proprio presentato
un cimitero, anzi un karaoke dove ci sono degli imitatori che cantano al
posto dei grandi cantanti con l'adozione a distanza degli artisti come si fa
con i bambini dell'Africa. La Transavanguardia è oggetto ancor oggi di una
grande riflessione mentre il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011
è oggetto da parte di tutti di un grande disprezzo.
Sembra proprio che peggio di così non avrebbe potuto nessun altro.
Eppure stiamo parlando di una personalità nel mondo dell'arte.
Sgarbi deve la sua presenza a uno spirito di contraddizione urlato per
televisione su tutto quello che io teorizzo, che io produco e su quello che
anche qualche altro critico realizza. È uno spirito di patate il suo, una
continua contraddizione prodotta da un soggetto adolescenziale che ha bisogno
sempre di un nemico a cui ispirarsi non avendo delle idee personali sull'arte
contemporanea. Lui non si occupa di arte contemporanea ma di modernariato,
tutto ciò che sembra moderno. Segnalo che qualche giorno fa il Consigliere
del Ministro Giancarlo Galan, Franco Miracco, ha affermato che il Padiglione
Italia di Sgarbi è stato una grande vergogna. Se finanche le istituzioni
pubbliche assumono questa posizione significa che si è superato ogni livello
di decenza.
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“Io tendo ad incuriosirmi e non ho ragioni di mercato o di funzione critica
di sostegno del mercato per selezionare, per dire aut aut, che è la
linea con cui la critica difende i confini del suo territorio” Parte da
questa considerazione Vittorio Sgarbi quando inizia a difendere il Padiglione
Italia della Biennale di Venezia 2011 dalle critiche che gli sono piovute
addosso da più parti. E in questa intervista spiega anche la sua idea di arte
contemporanea, ridotta a frammento e residuo dopo la fine del concetto
divino, ma legata all'arte antica in un dialogo ininterrotto.
Cosa ci sta raccontando l'arte della nostra epoca?
Ogni periodo si esprime con forme e stili che generalmente vengono sanciti ad
inizio secolo; la nostra epoca è stata caratterizzata da un prevalente
nichilismo per cui, una volta saltati tutti i valori principali, l'opera
d'arte è arrivata a confinare coi residui dell'uomo, anche con l'immondizia.
Prendiamo atto che il secolo che abbiamo alle spalle e il tempo che abbiamo
davanti è il primo senza Dio.
Cosa significa per la produzione artistica?
Il nostro tempo è fatto di cellophane, sacchi bruciati e sigarette
mozze; tutto questo ci restituisce una sensazione di realtà che l'opera
d'arte ripropone anche quando è sgradevole ma in una situazione in cui lo
sgradevole prevale sul gradevole, il brutto e il non armonioso sul bello. Si
è perso un riferimento fondamentale fuori di noi ed è rimasta una dimensione
in cui tutto è frammento, un residuo di qualcosa, reliquia e
contemporaneamente rifiuto.
In un tempo senza Dio quale ruolo svolge il mercato nella definizione
del valore di un'opera?
Un'artista senza mercato è un imago mortis, è un coglione disperato
che si attacca al suo delirio creativo come se questo fosse un alibi per il
successo che non gli viene riconosciuto. Le regole economiche che
stabiliscono il valore di un'opera d'arte possono essere talvolta inique
rispetto a qualcuno che meriterebbe più attenzione. Ma nel momento in cui
sanciscono un valore lo fanno sulla base del gradimento del pubblico e se uno
non viene considerato forse vuol dire che non è grande.
Nel contesto che ci descrivi, come si inserisce il lavoro del
curatore d'arte?
Il curatore d'arte generalmente è un deficiente, uno che fa quel mestiere
perché non sapeva come campare altrimenti. E' una categoria abbastanza
deprimente e oltretutto hanno una particolare antipatia per me, perché io
faccio quel che voglio e ho una vita pubblica spettacolare che determina
molte invidie.
Achille Bonito Oliva ha definito un karaoke
il tuo Padiglione Italia alla Biennale di Venezia
Dico semplicemente che il livello di gusto, di educazione del gusto e di
conoscenza della storia dell'arte è cosi basso che è difficile pensare che
non sapere assolutamente niente di nove decimi dell'arte universale, da
quella greca a quella romanica a quella del rinascimento li renda credibili
su trent'anni che abbiano preso ad amministrare. Tra l'altro in quei
trent'anni stabilendo, su chissà quale criterio, che alcuni sono artisti e
altri non lo sono.
Spiegami, invece, il criterio su cui hai costruito il tuo
Padiglione Italia alla Biennale di Venezia
Io penso che siano molti di più gli artisti, quindi tendo a non chiudere:
sono contro i numeri chiusi e da questo punto di vista rifiutare la premessa
per cui il curatore sia come l'infermiere o il medico di un ospedale dove
cura i suoi malati è l'idea vincente su cui ho costruito la mia Biennale. Io
tendo ad incuriosirmi e non ho ragioni di mercato o di funzione critica di
sostegno del mercato per dire questo si e questo no, per dire aut aut,
che è la linea con cui la critica difende i confini del suo territorio. Io
dico et et, per cui una cosa che non mi piace va bene ma una che non
mi piace va bene lo stesso perché se non piace a me non vuol dire che non
abbia una qualche ragione di interesse. Questo è stato il criterio
espansionistico della mia Biennale, dove il curatore non delimita un'area
come un sanatorio in cui ci sono quelli che lui tutela e protegge.
Ma qualcuno dice che gli artisti presentati siano anche la diretta
conseguenza degli interessi degli intellettuali a cui hai affidato la
selezione
Quelli di un intellettuale sono sempre interessi di ordine teorico o
affettivo, mai di natura materiale. Chi ha talento e intelligenza avrà
certamente anche un gusto ed è quel gusto che io ho cercato di evocare, non
l'interesse e neanche l'amicizia. Poi può darsi che uno ha un amico artista
che gli sembra bravo e crede sia giusto segnalarlo per risarcirlo di una
disattenzione: che male c'è? Otzpetek, Olmi, Bertolucci, Tornatore, non hanno
dimestichezza con le immagini? Non capisco perché non possano segnalare un
pittore. Tutta la pittura del passato, poi, ha avuto sostenitori fra gli
scrittori: il rapporto fra i letterati e gli artisti si è interrotto da poco
ma c'era un grandissimo sodalizio e un'importante intesa intellettuale.
L'arte è di tutti. Byron, Stendhal e Apolinaire hanno scritto di arte. Perché
uno scrittore non può puntare su un artista?
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