Primo: evitare il contagio
La gestione dell'economia attraverso il Consiglio europeo si è rivelata sempre cacofonica e spesso incompetente.
Se fondi insieme 16 piccole economie aperte ottieni una
grande economia chiusa. Ma è qui che sta l'inghippo: se metti insieme i leader
di 16 piccole economie aperte, ottieni una stanza piena di 16 politici con
mentalità da piccola economia.
La gestione dell'economia attraverso il Consiglio europeo si è rivelata sempre
cacofonica e spesso incompetente. È un consesso istituzionale dove scaricare la
colpa su qualcun altro. Gli irlandesi dicono che loro non sono la Grecia. I portoghesi
dicono che loro non sono l'Irlanda. Il ministro dell'Economia spagnolo ha detto
la scorsa settimana che la
Spagna non è il Portogallo. Chi indovina cosa non è l'Italia
non vince nulla: troppo facile.
Questo paradosso della governance economica è l'elemento centrale della crisi
della zona euro. Spiega per esempio perché, nel pieno di una crisi bancaria
esistenziale si discuta della tassazione delle imprese in Irlanda. Francesi e
tedeschi sostengono che le tasse irrisorie esistenti in Irlanda producono
effetti distorsivi sulla concorrenza. Gli irlandesi dicono che hanno bisogno di
questa tassazione bassa per attirare investimenti esteri diretti. È difficile
immaginare un argomento meno rilevante di questo per i problemi correnti.
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Il compito urgente è fermare il contagio della crisi
bancaria irlandese. I canali del contagio non sono difficili da individuare. I
due maggiori creditori dell'Irlanda sono il Regno Unito e la Germania, con prestiti
rispettivamente per 149 e 139 miliardi di dollari, secondo i dati della Banca
dei regolamenti internazionali. Un default del settore bancario irlandese
colpirebbe in maniera diretta le banche tedesche e britanniche, obbligando a
mettere in campo cospicui piani di salvataggio a livello nazionale.
Un secondo canale di contagio è quello che passa per i mercati di capitali e
arriva al Portogallo. Il principale creditore del Portogallo è la Spagna, a sua volta in
situazione precaria, con esposizioni per 78 miliardi di dollari. Un default
delle banche irlandesi si diffonderebbe come il fuoco in un campo. Bisogna
prevenirlo.
Ci sono tutte le ragioni del mondo perché l'Irlanda venga aiutata dal Fondo
europeo per la stabilità finanziaria, una struttura che è stata creata
appositamente per situazioni del genere. Contrariamente a quello che mi
aspettavo, il Fondo europeo per la stabilità finanziaria ha trovato un modo per
erogare prestiti a tassi di interesse relativamente bassi. La contropartita è
un tetto complessivo ai prestiti molto più basso di quanto suggerirebbe la
cifra ufficiale di 440 miliardi di euro. Ma anche così sarebbe sufficientemente
cospicuo per gestire qualunque crisi possa ragionevolmente colpire Irlanda e
Portogallo. Ma non abbastanza per gestire qualunque problema possa sorgere in
Spagna. Da questo punto di vista non è un ombrello per la zona euro, ma solo
per due dei suoi membri più piccoli e periferici.
Considerata la posta in gioco, sia per l'Irlanda che per la
zona euro nel suo complesso, è assurdo che Dublino continui a fare la ritrosa,
ed è altrettanto assurdo che gli altri leghino il prestito da parte del Fondo
europeo per la stabilità finanziaria a tematiche di politica fiscale. La
settimana scorsa i negoziatori della Ue, della Bce e dell'Fmi sono sbarcati a
Dublino per colloqui che non saranno facili. Pur avendo manifestato la volontà
di giungere a un accordo, il governo irlandese resta determinato a evitare a
tutti i costi un'umiliazione.
Anche quelli che i prestiti li devono erogare sono influenzati da
considerazioni politiche. L'approvazione del Parlamento tedesco, per esempio,
non è scontata. Dobbiamo prepararci anche a elementi di finanza strutturata
finalizzati, come sempre, a confondere le acque. Patrick Honohan, il
governatore della banca centrale irlandese, ha già lasciato intendere che forse
al suo paese può bastare un prestito stand by (da incassare solo in caso di
necessità). Stand by non vi suona molto meglio di bail out? Se riuscirà a
stabilizzare la situazione, chi se ne importa.
La mia previsione è che la zona euro riuscirà a superare questa crisi di
finanziamento sul breve termine. I meccanismi per risolverla sono già tutti in
funzione. Ma quello che mi preoccupa sono due sviluppi a medio termine, che
Eurolandia non è assolutamente preparata ad affrontare. Il primo è la
solvibilità. Il Fondo europeo per la stabilità finanziaria può garantire
liquidità per le banche irlandesi, ma non può renderle solvibili. Il debito
estero lordo irlandese alla fine del secondo trimestre ammontava a 2.131
miliardi di dollari, all'incirca il 1.000% del Pil. Alla fine del 2009, la
posizione debitoria netta con l'estero era del 75,1% del Pil, secondo
l'economista Ricardo Cabral. Meglio di quella del Portogallo, ma comunque alta.
Per restare solubili, l'Irlanda e altri paesi della
periferia di Eurolandia hanno bisogno di tornare a crescere, e in fretta. Kevin
O'Rourke, professore di economia al Trinity College di Dublino, la settimana
scorsa ha sollevato un importante punto di principio: se si è convinti che le
riforme strutturali sono la chiave per una crescita più sostenuta, di sicuro
non si può applicare questa argomentazione all'Irlanda, esempio da manuale di
paese che le riforme le ha applicate. In un momento di drastici tagli alla
spesa pubblica, di politiche monetarie moderatamente restrittive e domanda
globale debole, da dove dovrebbe venire questa crescita per l'Irlanda non è
affatto chiaro. Dublino pensa veramente che le grandi aziende straniere si
lasceranno allettare dalle tasse basse e sceglieranno questo momento per
investire, considerando l'attuale situazione di incertezza?
Il mio secondo timore è che si possa tornare a una situazione di pesanti
squilibri all'interno della zona euro. L'Ocse la settimana scorsa ha previsto
che il surplus della Germania nel saldo con l'estero entro il 2012 dovrebbe
tornare al 7% del Pil, vicino ai livelli di prima della crisi. Stiamo seminando
per la prossima crisi, e la Ue
non avrà né istituzioni, né fondi di riserva e né forze di pronto intervento
per affrontarla.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© FINANCIAL TIMES
http://www.ilsole24ore.com 23 novembre 2010

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