Prima si vive e poi si parla
Non siamo computer: impariamo le parole solo in un contesto
Immaginiamo di dover imparare una lingua straniera e di avere a disposizione
due anni di tempo. Ci prefiggiamo, quindi, di imparare su un buon dizionario, o
ascoltando la radio o guardando la televisione di quel Paese, appena (dico
appena) 10 parole al giorno, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Dopo due anni,
teoricamente, sapremmo 7.300 parole di quella lingua. Ma, in realtà, nessun adulto
ci riuscirebbe, nemmeno alla lontana. Invece, qualunque bimbo di età tra circa
uno e sette anni ci riesce, per la sua lingua materna, senza alcuno sforzo,
mentre gioca, mangia, viene portato a spasso e fa mille altre cose. Infatti, in
media, un bimbo normale, in situazioni di vita normale, in qualunque parte del
mondo, impara una parola nuova per ogni ora in cui è sveglio. Non solo impara
parole semplici come cane, cucchiaio e finestra, ma anche concetti astratti
come compleanno, regalo e giocattolo, e verbi astratti come sapere, indovinare
e restituire. La profonda differenza, tra il bimbo e l’adulto, nelle loro
potenzialità di apprendimento, risiede senza dubbio nella loro diversa
conformazione cerebrale e nello sviluppo delle reti nervose. Di questo poco
sappiamo nello specifico, ma da molto tempo gli psicologi dello sviluppo e i
linguisti si sono chiesti come tale apprendimento sia possibile, quale tipo di
informazione sia necessaria e sufficiente affinché i bimbi riescano a
completare questo formidabile compito. Nell’ultimo numero dei «Proceedings of
the National Academy of Sciences» , la decana degli psicologi cognitivi
americani, Lila Gleitman, con i suoi giovani collaboratori all’Università della
Pennsylvania a Filadelfia, cioè Tamara Nicol Medina e John C. Trueswell, e con
la sua collega Jesse Snedeker di Harvard, ha appena pubblicato i risultati di
alcuni recenti nuovi esperimenti. A soggetti adulti e a bambini intorno ai
sei-sette anni, sono state presentate brevi sequenze filmate di situazioni reali
spontanee, nelle quali un genitore parla al suo bimbo piccolo (età tra un anno
e un anno e mezzo) e introduce una parola nuova, ma del tutto comune (come, ad
esempio, scarpa, cane, palla o cavallo). A questi filmati era stato, però,
tolto il sonoro, eccetto per un segnale acustico (un beep) udibile esattamente
nel momento in cui, nella situazione reale filmata, il genitore pronuncia
quella parola, e per la durata esatta della pronuncia della parola. Una
variante è far udire ai soggetti, invece del beep, una parola inventata, della
stessa durata della parola reale («flarpa» invece di scarpa, «lacollo» invece
di cavallo). Si è verificato che questa variante non cambia niente di
essenziale. Il compito dei soggetti sperimentali era, appunto, cercare di capire
quale parola era stata veramente pronunciata nella situazione effettiva del
filmato e cosa questa parola significhi. Tali esperimenti potrebbero sembrare a
prima vista molto artificiosi, ma sono invece una replica rigorosa delle
situazioni più difficili realmente incontrate dai bimbi piccoli, quando viene
loro presentata una parola nuova. Infatti, raramente un genitore pronuncia
parole isolate. Non è naturale indicare una palla e dire solamente «palla» ,
nel vuoto. Normalmente il genitore dirà qualcosa come: «Guarda, questa è una
palla, guarda che bella» . Oppure: «Domani andiamo allo zoo a vedere le zebre.
Ora apriamo il libro, guarda, questa è una zebra, domani le vedrai allo zoo» .
La parola nuova viene sempre incastonata tra altre parole, in una frase. In
anni recenti, in altri esperimenti, proprio Lila Gleitman aveva mostrato quanto
sia fondamentale per il bimbo più grandicello capire la sintassi della frase
per comprendere il significato di verbi per i quali non c’è niente, proprio
niente, che si possa mostrare. Per esempio verbi come dire, negare, ripetere e
simili. Ma la situazione più difficile per il bimbo più piccolo è proprio
quella ora simulata nei suoi nuovi esperimenti, cioè quando il bimbo piccolo
non capisce nemmeno le altre parole della frase. Chiedo a Lila Gleitman quali
risultati ha ottenuto in situazioni pur tanto restrittive. «Come era da
attendersi, in molti casi i soggetti individuano la parola giusta e il suo
significato alla prima battuta, senza bisogno di ripetizioni. Così deve essere,
infatti, dato che il bimbo impara una parola nuova circa ogni ora» . Chiedo
come mai non si verifichino ogni sorta di errori. «Due sono le spiegazioni —
precisa la Gleitman
—. La prima è che i nostri soggetti, proprio come i bimbi, sanno benissimo, d’istinto,
quali sono le situazioni tipiche per ricevere una parola nuova e le sfruttano.
La situazione deve mettere in risalto ciò cui la parola nuova si riferisce.
Tutti portiamo sempre delle scarpe e vedere le scarpe ai piedi dei genitori non
apporta alcuna informazione. Ma se una scarpa viene appositamente estratta da
un cassetto o da una borsa e manifestamente mostrata, allora è chiaro che la si
mette appositamente in risalto. La seconda è che un’idea, un’ipotesi implicita
su una parola viene tenuta in memoria per ulteriori situazioni tipiche. Per
esempio quando la mamma è intenta a lustrare una scarpa. Udire di nuovo quella
parola in questa nuova situazione tipica, anche se entro un flusso di altre
parole non note (come lustrare), la fissa stabilmente» . Ulteriori opportune
verifiche, simmetriche e opposte, sono venute, in questi esperimenti, da
filmati di situazioni non tipiche, nelle quali né i bimbi né gli adulti
riescono a individuare la parola. Tra l’una e l’altra situazione, quando non
tipiche, nemmeno si ricordano più l’idea che si erano fatti precedentemente. Le
conclusioni di questi esperimenti confutano una teoria molto diffusa e
pervicacemente perseguita da altri psicologi e incorporata in simulazioni al
computer, cioè la teoria generale dell’apprendimento basata sulle ripetizioni e
le associazioni. Anche le ripetizioni in situazioni non tipiche dovrebbero,
secondo questa teoria, consentire di imparare le parole nuove, ma questo non
succede. Invece, una singola presentazione di una situazione tipica ottiene di
botto l’effetto sperato. Da molti anni, con svariati eleganti esprimenti, Lila
Gleitman ha lottato contro le teorie dell’apprendimento basate su congetture,
errori, ripetizioni e generalizzazioni statistiche, cioè contro le teorie dette
empiriste. Insieme al suo coetaneo, vecchio amico, talvolta coautore e sempre
alleato, il linguista Noam Chomsky, la Gleitman ha profuso dati e argomenti molto
persuasivi contro l’empirismo e a favore dell’innatismo. Eppure la teoria
empirista va ancora per la maggiore. Come mai? Mi risponde, allargando le
braccia e sorridendo un po’ maliziosamente, con un paradosso: «Che ci vuoi
fare? L’empirismo è esso stesso innato» .
Corriere della Sera 16.6.11

Precedente: Fuga dalla libertà

