Prendiamola con filosofia
"Tutti vorremmo un corpo più bello ma bisogna anche saper imparare di invecchiare"
Da domani al 18 luglio a Meina si terrà il seminario annuale della Fondazione
Europea del Disegno presieduta da Valerio Adami. Il tema di quest´anno è
"La questione dello stile". Al seminario prenderanno parte tra gli
altri Omar Calabrese, Paolo Fabbri, Durs Grünbein, Antonio Prete, e sarà
inaugurato da un confronto tra Maurizio Ferraris e Michel Onfray. Che i due
filosofi anticipano per i lettori di Repubblica
Maurizio FERRARIS: «La nostra
generazione è diventata adulta (filosoficamente) in un mondo in cui le promesse
di emancipazione del postmoderno si sono trasformate nel populismo mediatico. E
ciò che lega le teorie dei postmoderni alle pratiche dei populisti è il
principio secondo cui non c´è un reale "là fuori", ma solo un gioco
di interpretazioni».
MICHEL ONFRAY: «Metti il dito nella piaga. Nietzsche diceva:
"Accontentati del mondo dato". Questo "mondo dato" è in
gran parte perduto, e nel mio lavoro cerco di ritornare a quel mondo perché
intellettualmente, per non dire ontologicamente, viviamo in un regime
filosofico platonico ed essenzialista. Il reale non è: viene presentato come un
impoverimento, una diminuzione dell´Idea che è la sola cosa vera. Donde il
declassamento del mondo di qui – il corpo, la carne, i desideri, le passioni,
le pulsioni, la sessualità, l´edonismo, il godimento, la sensualità, il piacere
ecc. Questo congedo dal reale culmina con la televisione, in cui
"reale" viene ad essere il virtuale, la cui epifania ha luogo grazie
a un oggetto, lo schermo – della televisione, del computer, del telefonino,
dell´i-pad. L´immaterialità di questo falso reale diventa la sola e unica realtà,
e lo spettatore si stupisce di imbattersi per strada nel corpo reale del
filosofo che ha visto alla televisione».
FERRARIS: «Non sono troppo sicuro del
fatto che ciò che si chiama "virtuale" sia anche
"immateriale". In fondo, se manca l´elettricità non c´è televisione,
né computer, né telefonino. Direi, piuttosto, che si tratta di una diversa
materialità, un po´ meno ingombrante (ma non dimentichiamo le discariche piene
di vecchi computer). Una materialità che tuttavia è trattata ideologicamente -
su questo sono d´accordo con te - come se fosse immateriale. Trovo però che tu
idealizzi un po´ troppo l´ideologia dominante nel momento in cui la tratti come
essenzialista. Da una parte, mi sembra che la smaterializzazione sia
finalizzata non a un trionfo dell´idea o del concetto, ma piuttosto al suo
contrario, alla costituzione di un terreno vago in cui non ci sono fatti, ma
solo interpretazioni (purtroppo Nietzsche ha detto anche questo). D´altra
parte, se devo giudicare da quel che vedo in Italia, direi che "il corpo,
la carne, i desideri, le passioni, le pulsioni, la sessualità, l´edonismo, il
godimento, la sensualità, il piacere" siano al centro del potere, non
siano affatto rimossi in nome dell´idea».
ONFRAY: «Esistono due usi dell´edonismo e due usi del corpo, che si
accompagnano a due usi della vita. Da una parte, l´uso liberale e mercantile
dei corpi, una celebrazione del piacere del possesso che produce la religione
consumistica che, te ne rendo atto, oggi detta legge: avere, possedere,
accumulare beni e ricchezze, essere perché si esibisce (casa, vestiti,
macchina, donna/uomo, telefonino ultimo modello, gadget del momento – i-pad
ecc.). Dall´altra, l´uso libertario e ludico dei corpi, una celebrazione
dell´essere che si inscrive nella tradizione di Epicuro che invitava a
sbarazzarsi delle vanità inseguite dai più: denaro, potere, onori, ricchezze.
Epicuro invitava al "puro piacere di esistere", senza sofferenza,
senza legami, senza obblighi, senza timori. Questi due modi d´essere suppongono
due relazioni con il mondo: una relazione tanatofiliaca, nel primo caso, una
relazione biofiliaca, nel secondo: amore della morte, amore della vita. Il
corpo virile celebrato nello sport contemporaneo, il corpo platonico proposto
nelle riviste di moda o nei magazine, è il corpo della religione consumista:
deve essere bello, giovane, performante, in piena salute, abbronzato, scolpito
dal body-building».
FERRARIS: «Ti confesso che, potendo
scegliere, non mi dispiacerebbe affatto avere un corpo "bello, giovane,
performante, in piena salute", anche se non "scolpito dal
body-building", e, quanto all´i-phone, lo trovo molto ricco (e istruttivo)
anche dal punto di vista concettuale, tanto è vero che ho scritto una ontologia
del telefonino. Ma, venendo al nocciolo della questione, mi sembra che tu sia
troppo tranchant quando distingui tra liberale e libertario, o tra tanatofilia
e biofilia, il mondo – è il meno che si possa dire – è più complicato».
ONFRAY: «Per l´i-phone (anch´io ne ho
uno), so quanto è utile questa tecnologia, e sono convinto della necessità di
una ontologia e di una fenomenologia del telefonino, ma credo che un tecnofilo
debba dotarsi di una saggezza prudenziale: la tecnologia deve obbedirci, non
l´inverso. Per il corpo: non si può scegliere tra un corpo che non si ha e il
corpo che si ha, ma si ha la scelta di vivere il proprio invecchiamento e la
propria morte in maniera filosofica, altrimenti a che serve la filosofia?».
FERRARIS: «Sono pienamente d´accordo
sul fatto che la filosofia deve aiutarci a fare i conti in modo realistico e
coraggioso con l´invecchiamento e la morte. Oggi invece nel discorso pubblico
si assiste a qualcosa di radicalmente antitetico. Da una parte, c´è un culto
della vita a qualunque condizione, come se la vita senza memoria, pensiero,
speranza, potesse essere ancora tale. Dall´altra, c´è la promessa (giocata
anche in termini politici) di una vita prolungata sino a 120 o 150 anni, un
modesto surrogato di immortalità in un´epoca scettica rispetto alle cose
ultime, una quasi-immortalità per censo, di fatto una sorta di mummificazione».
ONFRAY: «Questo sogno di immortalità
o di quasi-immortalità che rovina la vita quotidiana di tanta gente si radica
nel sogno di una vita eterna in cui non c´è più tempo, invecchiamento,
entropia, sofferenza. La filosofia, diventata universitaria, elitista,
elitaria, nascosta, professorale e istituzionale, ha per modello la scolastica,
e ha cessato di curarsi dell´esistenza, che viceversa era l´unico programma
della filosofia antica. Oggi esiste anche una "filosofia" che propone
una vaga saggezza destinata alle riviste femminili. Per quel che mi riguarda,
rifiuto in filosofia la duplice tirannide dell´università e del giornalismo,
ecco perché da nove anni ho istituito l´università popolare di Caen, per
insegnarci venticinque secoli di pensiero esistenziale misconosciuto,
dimenticato, travestito».
FERRARIS: «Non sarei troppo severo né con la filosofia sulle riviste
femminili (sono sempre meglio che i giornali per soli uomini, e quella
filosofia è sempre meglio dell´astrologia), né con la filosofia nelle
università, che non è così astratta, se si considera che l´università, in
Italia, è la bestia nera del populismo. Ma sono convinto – e su questo sono
molto severo – che quando la filosofia dice addio alla realtà e alla verità
rinuncia ad essere uno strumento di liberazione».
ONFRAY: «Possiamo scegliere di
rifiutare questa religione nichilista per preferirle una saggezza immanente.
Continuo a credere che Epicuro e Seneca siano nostri contemporanei, e che il
loro messaggio sia di una impressionante attualità. Bisogna dunque ritornare
alla filosofia, ma non al nichilismo degli anni Settanta, per il quale tutto
ciò che rompeva con l´antico era buono, né ai filosofi che ci si appellano
ancora (e sono tantissimi). Credo che Diogene e Aristippo, Democrito ed
Epicuro, Lucrezio e Leucippo siano più moderni di Lacan, Sollers o
Bernard-Henri Lévi. Solo la filosofia materialista (e atea) può spiegare come e
perché siamo iscritti nel tempo che si manifesta nella perpetua metamorfosi delle
connessioni atomiche, dove la morte non è che una di queste metamorfosi».
FERRARIS: «Non sono certo che si
possa davvero "imparare a morire". Ma cercare di imparare a morire,
cercare di conciliarci con il nostro destino, è forse il più grande insegnamento
che ci viene dal materialismo (o, meglio, dal realismo, dal rifiuto del
nichilismo), se non altro perché, come scriveva Montaigne, "chi ha
imparato a morire ha disimparato a servire". A queste condizioni la
filosofia può essere davvero uno stile di vita».
ONFRAY: «Credo che gli uomini possano
cambiare e che una conversione filosofica sia possibile. Parlo per esperienza,
ho avuto una infanzia difficile, quattro anni in un orfanotrofio di salesiani
pedofili e tre anni di collegio, prima di lasciare la famiglia a diciassette
anni per provare a volare con le mie ali. Inutile dire che dopo quelle prove
ero più tanatofilo che biofilo, sono diventato biofilo grazie alla scoperta,
l´uso e la pratica della filosofia antica, poi grazie alla decisione di
condurre una vita filosofica. Sartre ha ragione quando dice che "siamo ciò
che facciamo di ciò che hanno voluto fare di noi"».
Repubblica 15.7.10

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