Populismo: una definizione indefinita per eccesso di definizioni
Quali sono i modi e i motivi che contraddistinguono l’uso del termine populismo nel linguaggio e nel dibattito pubblico?
Populismo è tra le parole che ricorrono e si rincorrono
maggiormente nel discorso politico, ormai da qualche tempo. Senza eccessiva
differenza, peraltro, tra l’ambiente scientifico, pubblicistico, politico e la
vita quotidiana. È, infatti, un concetto suggestivo, capace di “suggerire”
senza imporre un significato troppo preciso, definitivo. Infatti, non
definisce, ma evoca.
Normalmente, è utilizzato in funzione critica, per stigmatizzare. In fondo, è
difficile considerare positivamente i riferimenti storici da cui si parte per
classificare il fenomeno. Per limitarci all’Italia: il fascismo. Oppure, alle
origini della Repubblica, il movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo
Giannini, da cui la definizione di “qualunquismo”, usata anch’essa, in
politica, con finalità negative.
Il populismo serve, infatti, a definire un sistema – oppure un soggetto
politico – poco liberale e, tendenzialmente, autoritario. Dove il rapporto fra
il capo e il suo “popolo” è im-mediato; cioè, senza mediazione. Diretto e,
perlopiù, carismatico. Emotivo piuttosto che razionale. Sottratto, per questo,
a regole e a controlli. Dove i partiti giocano una parte gregaria e di
supporto. Un sistema dove il consenso è – per usare un altro termine di
successo in questa fase – “plebiscitario”. Conferito e attribuito senza
procedure troppo complicate; esercitato senza troppi vincoli e controlli. Dove
le minoranze non godono di grande tutela né, anzitutto, legittimazione per il
semplice fatto che disturbano la relazione diretta fra il capo e il popolo. Il
quale non è “plurale”, ma “uno”.
Così, apostrofare qualcuno o qualcosa come “populista” corrisponde a un’accusa
o, peggio, a un insulto. Tanto più oggi che il termine viene usato con intento
prescrittivo più che descrittivo. Finalizzato a catalogare una serie di
fenomeni e di attori, variamente caratterizzati, ma comunque valutati
negativamente. Non solo sistemi politici, ma anche partiti, attori e stili di
azione/comunicazione nella scena politica.
Dieci modi di intendere una parola
Li rammentiamo in modo necessariamente – e volutamente – sintetico e
approssimativo. Volutamente, perché questo contributo, come si sarà compreso
dall’esordio, non si propone di approfondire, né di precisare sistematicamente
il fenomeno, ma di rilevare il modo e i motivi che ne contrassegnano l’uso, nel
linguaggio e nel dibattito pubblico. Sia l’uno sia gli altri – il modo e i
motivi – poveri di sistematicità e di approfondimento. A nostro avviso, almeno.
Per questa ragione, verranno esaminati gli aspetti e le articolazioni del
populismo per come è concepito e nominato nel periodo più recente e, quindi,
non in chiave storica e teorica. E, dunque, quel che segue va considerato un
catalogo affrettato di ciò che si intende per neopopulismo.
a) Il temine populismo, in questa fase, è utilizzato anzitutto per classificare
un’ampia serie di attori politici dell’estrema destra europea. Accomunati da un
discorso xenofobo e, al tempo stesso, antiglobalista, oltre che antieuropeo. Si
tratta di una famiglia di partiti e leader molto ampia, che ha conosciuto il
successo negli ultimi quindici anni. Caratterizzati, peraltro, in modo molto
diverso. Ipernazionalisti, in alcuni casi; iper-regionalisti e autonomisti in
altri. Hanno conosciuto e stanno conoscendo grande successo elettorale un po’
dovunque: in Austria, in Germania, in Olanda, in Inghilterra, nei paesi
nordeuropei, per non parlare dei paesi ex comunisti dell’Europa centrorientale.
b) Alcuni riconducono a questo tipo di soggetti politici anche la Lega, che, effettivamente, ne
è, per molti versi, un punto di riferimento esemplare. Tuttavia, la Lega se ne distingue per tre
validi motivi. In primo luogo è un partito organizzato e radicato, quasi un
“partito di massa”, mentre quasi tutti gli altri sono molto friabili e
volatili. Poi, è un partito di governo. Lo è stato e lo è ormai da tempo, a
livello locale, regionale e, soprattutto, nazionale (a differenza, ad esempio,
dell’FPOE di Haider, in Austria, che ha governato poco e non si è, per questo,
“istituzionalizzato”). Il che ne ha modificato profondamente la proposta e l’orientamento.
O meglio: ne ha accentuato l’ambivalenza. L’uso del linguaggio in modo
aggressivo e provocatorio, con finalità simboliche e identitarie, viene
alternato a modelli di intervento e di azione più “conservativi” e
tradizionali. Predica male e razzola bene. Comunque, meglio. Infine, non è
riconducibile ai soggetti politici di estrema destra, anche se ne condivide
alcuni elementi.
Anche il Front National di Jean Marie Le Pen, in Francia, sicuramente populista
e di estrema destra, si distingue dagli esempi che si stanno affermando in
Europa. Per il semplice fatto che ha una storia lunga (il leader era
parlamentare poujadista, nella IV Repubblica), è ipernazionalista e statalista.
Più che rappresentare il neopopulismo europeo è un esempio del populismo
tradizionale.
c) Si parla, inoltre, di populismo per definire non solo i partiti o i
movimenti, ma i leader. Dei soggetti populisti, ma non solo. Così, è populista
Umberto Bossi, ma lo sono anche Tony Blair e Nicolas Sarkozy. In generale, sono
populisti i leader che hanno investito molto sul dialogo diretto con i
cittadini, con il loro “popolo”, riducendo (al minimo o al massimo, secondo i
punti di vista) il peso e il ruolo del partito e delle istituzioni.
Naturalmente, è populista, per questo motivo, anche e soprattutto Silvio
Berlusconi. Il quale, tuttavia, interpreta e inaugura una corrente specifica e
oggi di grande importanza: la personalizzazione mediatica, a cui faremo
riferimento più avanti.
d) È indubbiamente segno di populismo una tendenza che caratterizza tutti i
partiti. Non solo quelli naturaliter populisti, ma anche quelli tradizionali,
che si stanno trasformando o si sono trasformati in “partiti personali” (così
li definisce Mauro Calise). Comunque, “personalizzati”, riassunti e riassumibili
in un leader specifico. Costruiti oppure evoluti come macchine al suo servizio.
e) È considerata e definita populista anche un’altra tendenza che attraversa le
istituzioni di governo, a livello locale e centrale. Dovunque in Italia, i capi
delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali sono eletti
direttamente dai cittadini. Hanno un’investitura popolare, poteri crescenti
(anche se spesso le risorse sono calanti). Sono, quindi, indotti a riferirsi
direttamente al popolo per guadagnarne e mantenerne il consenso. Ma anche i
capi del governo nazionale hanno assunto un orientamento populista. Si parla,
per questo, di neo-presidenzializzazione, per sottolineare il progressivo
aumento dei poteri degli esecutivi e in particolare dei loro capi (è la tesi
sostenuta da Thomas Poguntke e Paul Webb, in una raccolta di saggi pubblicata
alcuni anni fa). Riguarda i sistemi presidenziali o semipresidenziali, come
quello francese, ma anche i sistemi parlamentari, come quello italiano. Avviene
attraverso modifiche delle leggi ma più spesso attraverso la pratica e
l’esperienza quotidiana. Una tendenza di fatto, insomma, accompagnata e
sostenuta dal linguaggio pubblico e nella vita quotidiana. Per cui, in Italia,
il capo del governo diventa “premier” e i presidenti di Regione vengono
definiti “governatori”.
f) È populista, o comunque considerato tale, lo stile di comunicazione dei
politici e della politica. O meglio, la trasformazione della politica in
comunicazione. La comunicazione è il vero ambiente in cui si forma e si
sviluppa la pianta del populismo. Soprattutto la televisione, che impone ai
leader e agli uomini pubblici di recitare, che salta ogni mediazione. Da una
parte i leader, i politici. Dall’altra i cittadini. In un rapporto
media-diretto. Direttamente mediato dai media. I cittadini trasformati in
pubblico. O in opinione pubblica, con il concorso dei sondaggi condotti
quotidianamente. In questa prospettiva, il leader, l’uomo politico e di governo
quando va in televisione necessariamente recita. E se recita bene, piace. Così,
il populismo diventa uno stile, un linguaggio, un modo di dialogare. Che si
adatta alle esigenze dei media.
g) Parallelamente e simmetricamente, è considerato populista il linguaggio dei
media. Il modo in cui affrontano i temi della politica e del governo.
Privilegiano i temi di vita quotidiana, che fanno ascolto e rendono “popolari”
gli uomini, i luoghi e gli argomenti della politica. Così i confini fra
intrattenimento e approfondimento quasi scompaiono. Tutto si mischia, nell’infotainment
o nel politainment. Dove personaggi e avvenimenti della politica e dello
spettacolo si confondono. È il trionfo della “pop politics”, la politica pop:
popolare e populista (ne parla un recente libro di Gianpietro Mazzoleni e Anna
Sfardini).
h) Diverso è il discorso relativo all’avvento della e-democracy, che si
sviluppa nella rete. La partecipazione attraverso i blog, i social network, che
permettono ai cittadini di agire e intervenire, mobilitarsi e controllare,
singolarmente oppure collettivamente. Tuttavia, il linguaggio della rete è,
anch’esso, condizionato dagli stili imposti dalla comunicazione mediatica
tradizionale. Nei social network si tende a riprodurre linguaggi ed espressioni
di tipo televisivo. Non è un caso, inoltre, che, tra i blogger e tra i leader
dei movimenti cresciuti nella rete, abbiano un ruolo importante figure che
provengono dai media, dalla tivù. In primo luogo Beppe Grillo, ma non è il
solo. Anche i giornali tradizionali hanno cambiato ruolo e approccio alla
società e alla politica. Le edizioni on-line favoriscono il legame diretto con
le esperienze di partecipazione diretta, a cui abbiamo fatto riferimento. Di
conseguenza, divengono, a loro volta, attori della partecipazione diretta.
Promuovono appelli, sottoscrizioni, campagne tematiche.
i) Così, da un lato, si sviluppa una democrazia im-mediata, dove gli attori
politici saltano le mediazioni servendosi dei media. Mentre, dall’altro, si
afferma una tendenza alla dis-intermediazione, promossa dal basso, ad opera di
gruppi, movimenti, ma anche singole persone, che entrano nel perimetro della
politica attraverso la rete. Così, il popolo dei blog e della rete, il popolo
viola e il popolo di Grillo irrompono nell’arena politica saltando tutti i
canali più tradizionali della partecipazione e della mediazione.
j) Nell’insieme, questi discorsi vengono associati al concetto di populismo e,
in modo quasi automatico, a quello, parimenti suggestivo, di “antipolitica”. Un
altro passe-partout, utilizzato anch’esso in senso negativo, per richiamare
esperienze, discorsi, personaggi esplicitamente orientati contro la politica
tradizionale. In generale, contro la politica. La politica dell’antipolitica:
praticata dagli attori politici che negano di essere tali.
k) Come abbiamo accennato in molti passaggi e come è, ad ogni modo, evidente da
quanto abbiamo scritto fin qui, l’Italia è un caso esemplare e, al tempo
stesso, un catalogo dei nuovi populismi. Berlusconi, Bossi e la Lega, l’antipolitica, la
xenofobia, l’antiglobalismo e il localismo, la rete e il “popolo” dei blog (che
scende nelle piazze, contro la minaccia politica alle libertà). Ma soprattutto
la mediatizzazione e la personalizzazione. In Italia tutto si presenta in modo
estremo e, spesso, anticipato rispetto all’Europa.
Il disagio della democrazia rappresentativa
Di conseguenza, tutto tende a divenire populista. La politica e i leader di
governo, inseguiti dall’opposizione. Ma anche le esperienze alternative, le
nuove forme di comunicazione e le nuove tendenze nei media.
Per cui il populismo si è, ormai, trasformato in una chiave di lettura
universale, che apre molte e diverse porte. Usata per catalogare molti e
diversi settori della realtà politica, sociale e culturale. Per definire una
famiglia di attori e di movimenti politici. Ma anche le tendenze seguite dai
partiti e dalle forme di governo.
Al tempo stesso, il populismo viene utilizzato per delineare un contenuto, un
elemento – perfino misurabile – che caratterizza ormai tutti gli attori
politici. In base a cui è possibile stimare il grado di populismo dei partiti,
degli uomini politici, delle figure istituzionali. Ancora: il populismo viene
usato per definire l’evoluzione del linguaggio, dei temi e dei modi di agire
degli attori politici. Ma anche dei movimenti. In generale, è uno “stile” (così
lo sintetizza Pierre-André Taguieff). Favorito dalla comunicazione mediatica,
che ha sostituito la partecipazione e ’organizzazione tradizionale
nei rapporti fra politica e società.
Da ciò il sospetto e il rischio di trovarsi di fronte a una definizione
in-definita. Perché se tutto il catalogo che abbiamo presentato è segno di
populismo, allora i segni del populismo sono disseminati ovunque. Allora tutto
diventa populista. Il populismo è tra noi.
Tuttavia, è possibile considerare il discorso anche diversamente. Assumendo il
populismo come una tendenza effettivamente generale e generalizzata, che può
essere interpretata in modo diverso e perfino opposto. Che, per questo, non può
venire valutata – politicamente – in un solo modo. In una sola direzione.
Destra o sinistra. O centro. Né come un marchio negativo, usato come invettiva:
lei è populista? Ma certo che no! Come si permette? Populista sarà lei.
Il populismo polivalente e pervasivo a cui assistiamo, nel discorso pubblico,
segnala semmai alcuni problemi a cui non possiamo sottrarci.
In primo luogo, evoca nostalgia per un’età dell’oro della democrazia e della
partecipazione, quando la politica si faceva attraverso i partiti di massa, che
garantivano comunità e identità al tempo stesso. Mediavano società e
istituzioni, individuo e potere.
Ma quei partiti, quel tipo di democrazia, non ci sono più. E probabilmente
quell’età dell’oro non c’è mai stata. L’abbiamo largamente mitizzata. Se ne
abbiamo nostalgia è perché è finita, passata. Abbiamo dimenticato perché è
crollata. La DC e
il PCI li rimpiangiamo perché non ci sono più. E perché allora – in quel tempo
– eravamo più giovani.
In secondo luogo, l’uso e l’abuso del populismo sottolineano un certo disagio
nei confronti della definizione – ma anche dell’esperienza – della democrazia
in questa fase. Di cui il populismo fa parte in modo intrinseco e costitutivo
(lo ha rammentato, in molte occasioni, Alfio Mastropaolo). “Populismo” è
dilatazione di “popolo”. E “popolo” è alla base del concetto di democrazia, di
sovranità popolare. D’altronde, il popolo ha, in origine, due distinti
significati. Il primo richiama l’etnos, base di appartenenza culturale e di
valore. L’altra definizione, l’altro significato rinvia al demos, la comunità
elettiva, a cui si aderisce per scelta e per condivisione di valori e regole.
Il fatto è che noi abbiamo conosciuto e costruito la democrazia nella versione
elettiva. E, dunque, rappresentativa. Espressa dai partiti e dalle grandi
organizzazioni. Ebbene, se oggi si parla tanto di populismo è perché quella
democrazia non funziona e non soddisfa più. Perché le mediazioni, gli attori e
i metodi della democrazia rappresentativa non producono più, da tempo, adesione
e identità. Sono in profondo deficit di legittimazione. Prodotto, certamente,
dai mutamenti culturali e dei media, oltre che dalla globalizzazione (c’entra
sempre, ma in questo caso a proposito). E dall’avvento della “democrazia del
pubblico” al posto della “democrazia dei partiti” (per utilizzare la tipologia
delineata da Bernard Manin). Ma anche dal disfunzionamento delle regole e degli
attori tradizionali. Il trionfo del populismo, nel linguaggio pubblico e
privato, riflette una crisi della democrazia rappresentativa irrisolta
anzitutto perché non riconosciuta (come hanno segnalato Yves Mény e Yves Surel,
fra i più accreditati studiosi del fenomeno). Oppure riassunta attraverso
definizioni suggestive, di tipo “normativo”, come la “postdemocrazia” (secondo
la fortunata formula coniata da Colin Crouch).
Per questo la stigmatizzazione del populismo costituisce, spesso, una
scorciatoia per bypassare i problemi – ma anche le prospettive – che esso
sottolinea. Tuttavia, è difficile affrontare la questio ne populista
limitandosi ad esorcizzarla. In modo populista…
Giovedì 14 Ottobre 2010

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