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Filosofi antichi

Platone contro il Prozac: i filosofi in cerca della felicità

La storia della felicità è infelice e quella delle certezze che pendiamo per vivere è piena di dubbi.


 

Che senso ha parlare di filosofia in un’epoca in cui la felicità ha smesso di essere l’obiettivo principale delle azioni umane per trasformarsi in un diritto? Chi si deve seguire? Platone o la fluoxetina, farmaco conosciuto come Prozac e capace di curare depressioni, disturbi ossessivo-compulsivi e bulimia nervosa? A prescindere dal fortunato libro di Lou Marinoff, Platone è meglio del Prozac (Piemme), ormai si cerca di recapitare felicità a sempre più esseri viventi attraverso iniezioni di botulino, personal trainer, interventi estetici et similia. Nel mondo anglosassone — e non soltanto — Happiness, la felicità, è un’industria consolidata. Anzi, Richard Layard, il più noto economista inglese in materia, afferma che si può misurare. In Happiness: Lesson from a New Science (Londra 2005), discetta sulle valutazioni possibili, comprese le misurazioni dell’attività elettrica di regioni importanti del cervello. Che senso ha, allora, ripetere oggi «Conosci te stesso», l’antico motto greco (gnôthi seautón) scritto sul tempio di Delfi, che riassumeva l’insegnamento dei sapienti e di Socrate?
Nel presentare la nuova edizione dell’Enciclopedia Filosofica questa domanda è d’obbligo. Ma siamo convinti che studiare, inseguire le mosse dei grandi, imparare a riflettere evitando ciarlatani e confusionari, magari non credere che basti la barba per trasformare qualcuno in filosofo, è un esercizio utile alla vita. Non saprà offrire immediatamente la felicità, come un farmaco, tuttavia riesce a indicare una strada dove cercarla senza l’aiuto chimico. Epicuro (341-271 a.C.), il filosofo greco che più di molti altri si occupò dell’argomento, inizia la sua Lettera a Meneceo con parole che fanno bene ancora oggi: «Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima». Sostenne che il piacere ne sia la chiave; per questo i suoi detrattori trovarono spazio, anzi un credito di secoli. Diogene Laerzio, nel decimo libro delle Vite dei Filosofi, riferisce qualche accusa e le calunnie circolanti. Ne ricordiamo due: Epicuro fu ritenuto un trasgressore e avrebbe organizzato orge con Leonzio e Mammario, due signore molto disponibili; inoltre Epitteto, quasi mezzo millennio più tardi, lo chiama cinedologo, ovvero predicatore di sconcezze. Era vero? La risposta conviene tentarla dopo aver ricordato che Epicuro riteneva il piacere come il segreto della felicità, ma lo intendeva non alimentato dai sensi bensì dall’assenza di desiderio. Insomma, non si è felici toccando, assaggiando o facendo altre cose che non è il caso di spiegare, lo si diventa conoscendo quella quiete che avvolge dopo la tempesta.
Inoltre la filosofia, come credeva anche l’arabo al-Ghazali (morto nel 1111), aiuta a trasformare i nostri vizi in virtù, al pari dell’alchimista i n grado di realizzare quel salto di materia che cangia i metalli vili in preziosi. Forse non opera con dei miracoli, ma ci mette in condizione di vivere meglio, di guardare la realtà e di prendere il giusto distacco da quanto non condividiamo. Insomma, ci insegna anche quella giusta dose di egoismo da mescolare alla vita (i credenti lo possono chiamare «amor proprio»). Un esempio, un autore? C’è l’imbarazzo della scelta. Se ne desiderate uno sicuro, possiamo suggerirvi Michel de Montaigne, che in pieno Cinquecento si ritirò nel suo castello, mandò al diavolo onori, inchini, cariche pubbliche e si mise a scrivere quel capolavoro assoluto che sono i Saggi. In essi non c’è pagina che non vi spieghi come il mondo sia basato sui capricci e non sulle virtù, che l’opinione è la più potente delle regine e che trionfa non sempre il migliore. Certo, può capitare, ma di solito è un incidente. Michel, chiuso nella torre del suo castello come Giona nel ventre della balena, si diverte a bombardare l’umanità con osservazioni, con proiettili intelligenti che colpiscono al cuore i problemi. E allora ecco che la grande farsa ogni giorno recitata nel mondo con cariche, sorrisi, onori e con la pregnante massa dei tangheri che arrivano in alto, è sbeffeggiata. Due esempi. Nel primo Montaigne ricorda che «più in alto la scimmia sale e più mostra il sedere»; nel secondo — si legge nell’ultima pagina degli Essais — che «anche sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo». È un riso inquietante, continuo, corrosivo. Già alla sua epoca aveva capito che «quando gli uomini si riuniscono le loro teste si restringono»; ovvero per quel filosofo disincantato i Meeting, o quelli che chiamiamo con questo nome, altro non sono che delle macchine per perdere tempo.
Il cattolico romano Montaigne si dichiarava scettico, mentre alcuni filosofi del Novecento che sostennero di credere in pochissime cose hanno preparato un nuovo bisogno di fede. Forse la lettura di Russell, di Carnap, Sartre, Heidegger o di altri non aiuta a essere più saggi o migliori, ma allena l’animo a osservare meglio i problemi che poi si vorrebbero risolvere con il Prozac. A tal proposito, vale la pena conoscere una battuta che Karl Popper lasciò scritta sul pensiero di Ludwig Wittgenstein, filosofo che è ancora di moda e del quale si dice tutto e l’esatto contrario: «Non seppe mostrare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia; anzi vedo nella mosca incapace di uscire dalla bottiglia un impressionante ritratto di Wittgenstein». Ricorda un velenoso epigramma di Søren Kierkegaard contro Hegel, maestro che — come a Schopenhauer — gli stava perennemente sullo stomaco. Leggiamo in Enten Eller, meglio conosciuta con il latino Aut aut: «Quando si sentono i filosofi parlare di realtà, si è tratti in inganno come dal leggere nella vetrina di un rigattiere la scritta "Si stira la biancheria". Ma invano porterete lì i vostri panni. Infatti si vende solo il cartello».
Forse più dei grandi sistemi, nei quali si codificano le massime questioni, la filosofia è maestra nelle demolizioni degli stessi per opera di altri pensatori. Sovente si impara vedendo crollare le certezze più che nell’osservare la loro magnificenza. Si possono inseguire, per esempio, le idee nella fascinosa prosa di Friedrich Nietzsche per capire il superuomo, ma forse si coglie meglio la sua intelligenza quando è intento a criticare Charles Darwin. Al filosofo che amava gli animali — le sue opere non mancano di allusioni simboliche in tal senso — e che impazzì a Torino abbracciando un cavallo, basta un frammento: «Le scimmie sono troppo buone perché l’uomo possa discendere da loro». E ancora: la stessa fede ha guadagnato da critiche e demolizioni. Se oggi leggiamo con maggior attenzione i testi sacri, ciò è dovuto al fatto che pensatori quali Thomas Hobbes o Baruch Spinoza osarono affermare che Mosè non poteva essere l’autore della maggior parte del Pentateuco, ovvero dei primi cinque libri della Bibbia. La tesi suscitò reazioni in tutta Europa e qualcuno tuonò sostenendo che la Scrittura era stata corrotta. Oggi, grazie al recente studio di Jean Bernier, Le critique du Pentateuque de Hobbes à Calmet (Honoré Champion, euro 65), sappiamo che quelle critiche aiutarono la fede più di talune opere teologiche.
La filosofia ha, insomma, le sue vie. La storia della felicità è infelice e quella delle certezze che pendiamo per vivere è piena di dubbi. Anche la saggezza non si lascia prendere. Ma è sempre delizioso inseguirla.

 

Corriere della Sera 21.10.10

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